“Cantar quel che cuore e estro dettano” di Giuseppe Terranova: è facile biasimar l’altrui peccato?
Con diletto di me sempre scrivo.

“Cantar quel che cuore e estro dettano” è la nuova silloge poetica di Giuseppe Terranova.
Più volte mi sono avvicinata ai suoi testi che, come già ho avuto modo di scrivere, non sempre sono di facile comprensione.
Il suo poetare è classico, ricercato, costruito con termini non comuni; è un po’ come quelle grosse caramelle alla menta che vanno succhiate, assaporandone il gusto poco alla volta.
Nell’introduzione de “Cantar quel che cuore e estro dettano” il poeta ci spiega il perché del titolo: “Perché la lirica voce scaturisce soprattutto dal cuore”.
Per chi scrive è piuttosto normale che arrivino questi pensieri, lui dice che giungono dal cuore, personalmente mi arrivano come frasi; ma sempre è come se ci fosse una persona altra che suggerisce quanto si va poi a scrivere.
“C’è del pessimismo, c’è della disperazione, ma lo scrivere è sempre un atto di speranza”. Scrive Leonardo Sciascia, e questa frase mi riporta perfettamente l’opinione che ho delle poesie di Terranova.
Il quale non può fare a meno di osservare e assorbire quanto ha intorno e, per comprenderlo e dargli un senso, anche e soprattutto di ciò che non gli piace, ecco che lo versa come inchiostro sulla carta.
“Ho scoperto che la poesia è il modo più sincero di parlar di me, degli altri e degli eventi che accadono.”
La sua raccolta “Cantar quel che cuore e estro dettano” viene divisa in settori: l’“Incipit” dove troviamo un testo che riguarda i suoi anni scolastici.
Si passa a “Di me”, dove troviamo l’uomo semplice, riflessivo, senza pretese se non quelle di far notare ciò che lui osserva: “Viver senza imposture negli anni ho imparato, astenendomi dal giudicar qualcosa o qualcuno”.
Solitario, ma non solo. Spesso indignato.
Nella sezione “Poeti e poesia” ci sono pezzi dove, avendo letto dei testi, ne fa sorgere altri suoi:
“D’altra specie anche noi siamo,/ orgogliosi uomini di pena”.
Troviamo i suoi pensieri scagliati contro i vari giornalisti, quelli mediocri, gli pseudo intellettuali, i potenti della terra.
“Tanti tronfi omuncoli la pubblica scena calcano;/ finti inconsapevoli, che – di lor ipocrisia ‒/ giammai si ravvedranno; e, su tal loro doppiezza/ tacitando i coscienziali morsi – fortune e carriere/ costruiscono…”
Si passa poi alle pagine dedicate “Di contemporaneità”. E qui si rivolge ai tuttologi, ai pretenziosi, ai falsi moralisti.
“Facile biasimar l’altrui peccato,/ difficile farlo col nostro.”
Quindi ci sono le “Varie” dove sono stata colpita in particolare da un verso dove, ovviamente, non stiamo parlando di stagioni, ma di umanità.
“Ma per fortuna e nonostante tutto – in quest’uggioso/ crepuscolo autunnale – ancor fruttifica il fico.”

Troviamo le “Illuminazioni” che possiamo definire degli aforismi di taglio filosofico.
“Non ci resta che l’ironia:/ ultimo rifugio contro l’umana insania.”
A seguire “Vuoti a perdere: frammenti corsari n°11”: proprio frasi, frammenti di un testo che non avrebbe senso dilungare.
“Poesia è ciò che resta del giorno, ma soprattutto della notte.”
Per finire troviamo “Explicit” che contiene solo una poesia dedicata alla fine.
Come sempre vengo colpita dalle sue parole, ritrovandomi spesso in accordo con quanto afferma.
Testi da leggere poco alla volta, perché Terranova non si limita a scrivere: va colto, va capito e, se glielo si permette, insegna.
© 2025 Pegasus Edition
ISBN 978-88-7211-296-0
Pag. 128
€ 14,00
Written by Miriam Ballerini
