Trieste Film Festival 2026: Oubliette Magazine premia “White Lies” come miglior film del Premio Corso Salani
“È strano come un’assenza possa essere una presenza costante. Non ho trovato mio padre ma ho trovato il riflesso di me stessa in questo viaggio.” ‒ “White Lies” di Alba Zari

La 37ª edizione del Trieste Film Festival si è conclusa il 24 gennaio 2026 ed anche quest’anno è stata un vero successo con oltre 120 appuntamenti tra film, documentari, corti, masterclass ed incontri
Il Trieste Film Festival, diretto magistralmente da Nicoletta Romeo, si propone di indagare ed incontrare la realtà oltre la storia, tra le geografie dello sguardo, sogni, rinascite e memoria.
Per il secondo anno di seguito Oubliette Magazine ha conferito uno speciale premio selezionando il miglior film scelto da una giuria apposita (Alessia Mocci, Aldo Turnu, Carolina Colombi e Simona Trunzo) nella rosa dei sei finalisti del Premio Corso Salani.
Il Premio Corso Salani, infatti, ha presentato sei opere finaliste, a partire da “On Defiance” di Giovanni C. Lorusso; “Nella colonia penale” firmato da Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia ed Alberto Diana; “Leila” di Alessandro Abba Legnazzi,Clementina Abba Legnazzi e Giada Vincenzi; “Paul a Mayerling ‒ Un Ritratto” (Paul in Mayerling – A Portrait) racconto personale e corale firmato da Antonio Pettinelli; “Abele” di Fabian Volti; “White Lies” di Alba Zari.
Ed è proprio a quest’ultima pellicola che Oubliette Magazine, in veste di web media partner del Trieste Film Festival, conferisce un premio consistente in un pacchetto promozionale dell’opera per la durata di tre mesi. La regista Alba Zari sarà infatti contattata dalla redazione per la scelta del banner trimestrale presente in ogni pagina del magazine (dunque garantendo una notevole visibilità) e per la stesura di una intervista per presentare ai lettori “White Lies”.
Scritto e diretto da Alba Zari, “White Lies” (Italia, Belgio) è stato prodotto da Manuela Buono, Stéphane Rigotti, Benoît Ressonet per Slingshot Films in associazione con Agent Double Productions; il montaggio è stato curato da Pierpaolo Filomeno; la fotografia da Matteo Tortone; il suono da Massimiliano Borghesi, Adriano Poledro ed Andrea Blasetig.
Della durata di 98 minuti, il documentario racconta la storia privata della famiglia della regista che, nata in Thailandia, si trasferisce in Italia, a Trieste, e cambia nome da Dawn ad Alba. Artista inquieta, non ha mai conosciuto suo padre, e sin da piccola alla domanda sull’assenza del padre fu sommersa da “bugie bianche”, dapprima le viene detto che il padre è il re della Thailandia, successivamente Johnny, un uomo che ha vissuto con lei e sua madre Ivana per svariati anni.
Ma Alba è alla ricerca di verità, di qualche risposta sul suo passato, e decide di intervistare la madre, la nonna Rosa e suo zio Andrea. Ciò che viene alla luce è l’appartenenza da parte di nonna Rosa ad una setta, The Childern of God, fondata da David Berg (che cambiò nome in Moses David), che aveva fatto fra i suoi proseliti molti seguaci del movimento hippie che vedeva una sessualità libera con la promozione di contatti sessuali tra adulti e minori. In questo contesto nonna Rosa, da componente della setta, lasciò i suoi due figli, Ivana ed Andrea, andando a vivere a Positano. I due piccoli si trasferirono poi in Thailandia, dove nacque Alba nel medesimo contesto dei bambini di Dio.
La regista non mostra alcuna apprensione per le scelte di sua nonna e di sua madre ma, con profondo garbo, durante le interviste alla sua famiglia, cerca di connettere i vari pezzi dell’intricato ed irrisolto puzzle.
“Alba Zari non cerca di colmare il vuoto della mancanza, ma di comprenderne l’impatto, di trasformare l’assenza in presenza. Una scelta registica significativa questa, in quanto il film rifiuta la logica della riparazione identitaria come percorso obbligato. Perché conoscere non significa necessariamente guarire. Al contrario, la regista mette in scena la possibilità di convivere con l’incompletezza, di accettare che alcune domande restino senza risposta.” ‒ dalla recensione di Carolina Colombi[1]
La motivazione del conferimento del premio sta nell’interessante e peculiare ricerca dell’identità portata avanti dalla regista che si manifesta in un viaggio intimo che scava nelle ferite della sua famiglia esplorando un passato inconoscibile. Un plauso per la delicatezza con la quale si tocca il tema della schizofrenia, argomento caro alla regista che sin dalla sua tesi di laurea al DAMS ha esaminato l’influsso e l’uso della fotografia in connessione alla psichiatria successivamente all’approvazione della Legge Basaglia (Legge 180).
“Le mie radici sono il luogo dove vivono i miei affetti. Siccome una parte di me non la conosco e resterà̀ probabilmente sempre un mistero, Trieste è il posto che considero casa e che mi è familiare. Le spiagge della Thailandia invece rievocano le sensazioni della mia infanzia.” ‒ dichiara Alba Zari in una intervista per Visualhub[2]
La fotografa e documentarista Alba Zari, nata nel 1987, ha vissuto in Thailandia fino all’età di 8 anni. Successivamente trasferita in Italia abita prima a Trieste, poi a Bologna dove si laurea al DAMS in cinematografia per poi specializzarsi in fotografia e visual design alla NABA, Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, proseguendo gli studi in fotografia documentaria all’International Center of Photography di New York. “Freikörperkultur” (2021), il suo primo cortometraggio, è stato presentato al Trieste Film Festival nel 2022.
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Nel 2025 all’interno della 36ª edizione del Trieste Film Festival il premio Oubliette Magazine per il Premio Corso Salani è stato conferito al film “Anime galleggianti” della regista Maria Giménez Cavallo.
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In chiusura si vuole presentare brevemente il regista ed attore Corso Salani al quale è dedicato il Premio Corso Salani. Corso Salani è nato a Firenze il 9 settembre del 1961 ed è deceduto a Roma il 16 giugno del 2010.
Attore per il cinema e la televisione si ricorda la sua produzione come regista: “Voci d’Europa” (1989), “Gli ultimi giorni” (1992), “Gli occhi stanchi” (1995), “Cono sur” (1999), “Occidente” (2000), “Corrispondenze private” (2002), “Palabras” (2003), “Tre donne in Europa” (2004), “C’è un posto in Italia” (2005), “Il peggio di noi” (2006), “Ceuta e Gibilterra” (2006), “Rio de onor” (2006), “Imatra” (2007), “Talsi” (2007), “Chisinau” (2007), “Yotvata” (2007), “Mirna” (2009), “I casi della vita” (2010).
A novembre, nello stesso anno della sua scomparsa, si è costituita l’Associazione Corso Salani, con il compito di restaurare, conservare e divulgare l’opera del regista toscano. A gennaio 2011 l’Associazione, presieduta dalla moglie Margherita Salani, ha istituito in collaborazione con il Trieste Film Festival il Premio Corso Salani, dedicato al miglior progetto indipendente.
Written by Alessia Mocci
Info
Trieste Film Festival – il programma del 2026
Tutti i vincitori del Trieste Film Festival 2026
Note
[1] Leggi la recensione di “White Lies”
[2] Leggi l’intervista integrale su Visualhub
