“White Lies” docufilm di Alba Zari: le bugie bianche dell’incompletezza

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“Non volevo un film sulle risposte, ma sulle domande.” ‒ Alba Zari

White Lies di Alba Zari
White Lies di Alba Zari

Presente alla 37ª edizione del Trieste Film Festival (diretto da Nicoletta Romeo) in programmazione a Trieste dal 16 al 24 gennaio 2026, il docufilm White Lies della regista Alba Zari partecipa nella sezione Premio Corso Salani (proiezione 24 gennaio) e si inserisce nella tradizione del cinema documentaristico autobiografico.

È un ritratto toccante e intimo sulla ricerca di identità White Lies, quasi un viaggio che scava nel profondo delle ferite familiari, utilizzando l’autobiografia come strumento critico e non come narrazione autoreferenziale. È fin dalle prime sequenze che il film si identifica per la propria postura etica. Che non vuole essere un invito allo spettatore di assistere a una confessione da parte della protagonista, e neppure a un’epifania. Ma nasce da un bisogno identitario della regista, che pone l’accento sulla ricerca delle sue origini perché nata nella setta dei Bambini di Dio, e in particolare sull’assenza della figura paterna.

Il cuore pulsante del film è racchiuso nel confronto della protagonista con la madre e la nonna: tre generazioni di donne che si incontrano e si scontrano sul terreno scivoloso della memoria familiare.

A differenza di altre opere dello stesso genere, White Lies ha una sua singolarità, ovvero, la capacità di trasformare il silenzio, elemento distintivo della narrazione, in linguaggio cinematografico e la fragilità familiare in forza narrativa.

“Fare questo film ha significato chiedermi continuamente fin dove fosse giusto spingermi.” ‒ Alba Zari

L’assenza della figura paterna attraversa White Lies come un’ombra costante, ma non è mai centrale. Tuttavia, i segnali della mancanza del padre si possono riscontrare nei silenzi familiari, nelle bugie dette per proteggere, nelle verità rimandate e mai portate alla luce. L’assenza della figura paterna non è un mistero da risolvere, bensì un’assenza strutturale che ha contribuito a definire l’identità della regista.

Zari non cerca di colmare il vuoto della mancanza, ma di comprenderne l’impatto, di trasformare l’assenza in presenza.

Una scelta registica significativa questa, in quanto il film rifiuta la logica della riparazione identitaria come percorso obbligato. Perché conoscere non significa necessariamente guarire. Al contrario, la regista mette in scena la possibilità di convivere con l’incompletezza, di accettare che alcune domande restino senza risposta.

Nella narrazione di Alba Zari non c’è catarsi, non c’è una redenzione finale. C’è piuttosto un processo di consapevolezza, doloroso e necessario, che non promette soluzioni ma apre spazi di comprensione.

In White Lies non c’è esibizione del trauma, non c’è l’urgenza di spiegare, non c’è il desiderio di guidare lo spettatore verso una verità definitiva. Al contrario, il film si muove in uno spazio fatto di omissioni, esitazioni e di imperfetta memoria. Ed è proprio nella fragilità di questo spazio che l’opera trova la propria forza più autentica.

Uno degli elementi più interessanti del film è il modo in cui Alba Zari gestisce la propria presenza in scena. Pur essendo protagonista, non occupa mai una posizione dominante. Il suo corpo, la sua voce, il suo sguardo diventano strumenti attraverso cui si relaziona con gli altri, piuttosto che affermare se stessa. In questo senso, l’autobiografia non è un fine, ma uno strumento narrativo essenziale.

“Forse non saprò mai tutto, e va bene così.”

I dialoghi sono spesso frammentari, interrotti, sospesi. Le parole delle protagoniste sembrano uscire a fatica, e talvolta sono insufficienti. Ma è proprio in questa difficoltà di espressione che il film trova la propria cifra emotiva.

Un altro degli aspetti più potenti di White Lies è la sua capacità di lavorare sul non detto. I silenzi non sono vuoti, ma spazi carichi di senso. Le pause, gli sguardi distratti, le frasi lasciate a metà diventano a pieno titolo elementi narrativi molto significativi.

Le “bugie bianche” del titolo non sono menzogne costruite con ostilità. Sono piuttosto una forma di strategia di sopravvivenza. Sono silenzi carichi di emotività, taciuti per non ferire, omissioni per proteggere, o versioni edulcorate del passato tramandate come metodo di cura.

Il film presenta questi escamotage affettivi con uno sguardo lucido e rispettoso, consapevole della loro ambiguità: ciò che protegge può anche ferire, ciò che nasconde può lacerare. Anche perché le testimonianze familiari non coincidono mai del tutto; i ricordi si sovrappongono, si contraddicono, si sgretolano.

In White Lies, la memoria non è mai presentata come fonte affidabile, ma mostrata come un luogo dove abita il dubbio. Uno spazio mutevole soggetto a riscritture, a rimozioni, se non addirittura a distorsioni. Che si trasforma in una forma di instabilità che si avverte anche sul piano narrativo.

Lì, dove il film è disseminato di frammenti di memoria attraverso fotografie, filmati d’archivio, immagini domestiche, riprese contemporanee, nessun elemento è definitivo, ma tutti contribuiscono a creare un senso di incompiutezza insito nella natura stessa del ricordo.

A giocare un ruolo centrale nella costruzione filmica è il montaggio, dove le ellissi non sono semplici omissioni narrative, ma scelte narrative della regista. Che decide cosa mostrare o cosa non mostrare, cosa lasciare fuori campo o cosa suggerire. In questo modo lo spettatore si trova a vivere in una sorta di incertezza della narrazione.

Con questo docufilm Zari dimostra una grande consapevolezza del rischio raccontando una storia così intima. Ma il film evita questo rischio scegliendo la strada della delicatezza. Non c’è mai violazione dell’intimità, ma un continuo accostamento tra il desiderio di sapere e il rispetto per ciò che resta inenarrabile.

Alba Zari citazioni White Lies
Alba Zari citazioni White Lies

In questo senso, White Lies è anche una riflessione sul significato del fare cinema. Filmare diventa un atto che implica responsabilità. La macchina da presa non è uno strumento neutro, ma una presenza che modifica le dinamiche familiari, che riapre ferite, che mette in discussione equilibri consolidati. Il film non nasconde questa tensione, ma la introduce sapientemente nel suo filone narrativo.

“Sono cresciuta con un vuoto che nessuno nominava.” ‒ Alba Zari

Il film ha inoltre il pregio di creare un momento di riflessione che va oltre la vicenda personale di Alba Zari.  Ogni famiglia è custode delle proprie “bugie bianche”, dei propri silenzi, del non detto. In questo senso, l’opera riesce a trasformare una storia individuale in una riflessione universale sul modo in cui ognuno costruisce la propria identità, talvolta partendo dalle proprie imperfezioni.

La regista di White Lies non pretende che lo spettatore si identifichi con la narrazione, non pretende da lui una qualsiasi forma di empatia. Lo spettatore è invitato a interrogarsi non solo su ciò che viene mostrato, ma anche su ciò che resta fuori campo. Sulle storie mai raccontate, sulle domande che non sono mai state poste, su quali verità sono state rimandate per paura di rompere un equilibrio.

Con White Lies, Alba Zari firma un film di grande maturità artistica. La sua regia è discreta, consapevole, mai compiaciuta. Ogni scelta narrativa formale sembra guidata da un principio etico: quello di non tradire la complessità dell’esperienza umana.

White Lies è un film che non cerca di convincere, ma di accompagnare. Non offre risposte, ma legittima le domande. In un’epoca in cui il racconto del sé è spesso piegato alle logiche della semplificazione, Alba Zari sceglie una strada più complessa e più onesta: quella dell’incompletezza.

Il suo è un cinema che accetta la vulnerabilità come condizione necessaria, che riconosce i limiti della memoria e li trasforma in esperienza. White Lies è un’opera che resta addosso, come certi silenzi familiari o certe verità che anche quando non vengono nominate, ma appena sussurrate, suscitano attenzione.

“Ci sono cose che non so come dire.”

 

Written by Carolina Colombi

 

Info

Oubliette Magazine conferirà per il secondo anno uno speciale Premio al miglior film del Premio Corso Salani (Giuria: Alessia Mocci, Aldo TurnuCarolina Colombi e Simona Trunzo)

Programma 37ª edizione del Trieste Film Festival

 

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