“Le forme elementari della vita religiosa” di Émile Durkheim: un classico della sociologia?

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Premesso che considero Émile Durkheim, un gigante del pensiero sociologico, ritengo “Le forme elementari della vita religiosa”, del 1912, un vero e proprio capolavoro.

Le forme elementari della vita religiosa di Émile Durkheim
Le forme elementari della vita religiosa di Émile Durkheim

“Le forme elementari della vita religiosa”, oramai un classico a tutti gli effetti, rappresenta uno dei contributi più importanti alla sociologia moderna e, in particolare, a quella della religione. In quest’opera, il filosofo e sociologo francese Émile Durkheim (1858 – 1917), si propone di individuare le basi sociali del fenomeno religioso a partire dall’analisi delle sue espressioni più semplici.

Rileggere i classici della sociologia non significa guardare al passato come a un oggetto concluso, ma recuperare strumenti concettuali ancora capaci di interpretare il presente. In un contesto di rapide trasformazioni, il confronto con questi testi consente di mantenere uno sguardo critico e profondo sulle dinamiche della società contemporanea.

Autori come Durkheim, Weber o Marx hanno elaborato concetti capaci di attraversare il tempo, proprio perché radicati in una riflessione profonda sui rapporti sociali, sulle forme della convivenza e sui processi di costruzione del senso collettivo.

Il volume che mi appresto a recensire è un’edizione italiana del 1982 a cura delle Edizioni di Comunità con un’introduzione, davvero accurata e chiara, del prof. Remo Cantoni.[1] Un punto centrale della sua introduzione è la chiarificazione dell’approccio durkheimiano, per cui, la religione viene anzitutto trattata non come illusione o errore, ma come fatto sociale reale, dotato di funzioni essenziali.

Ciò che interessa a Durkheim non è la “verità” delle credenze religiose, ma il loro significato sociale. Cantoni sottolinea inoltre come Durkheim rompa sia con le spiegazioni psicologiche sia con quelle puramente storiche o teologiche della religione. In conformità con quanto esposto da Durkheim in un’altra sua opera fondamentale: “Le regole del metodo sociologico”, il punto di partenza dell’analisi di un fenomeno non può prescindere dal dare di esso una definizione. In questo caso, Durkheim fornisce una definizione innovativa di religione, intesa non solo come credenza in divinità soprannaturali, ma piuttosto come sistema solidale di credenze e pratiche relative a cose sacre, tali da unire in una stessa comunità morale tutti coloro che vi aderiscono.

La distinzione tra sacro e profano costituisce il fondamento di ogni religione e permette a Durkheim di superare definizioni teologiche o psicologiche del fenomeno religioso, collocandolo saldamente nel campo dei fatti sociali.

Oggetto secondario, ma non meno importante del saggio, è la genesi delle nozioni fondamentali del pensiero, cioè delle categorie (es. tempo, spazio, causalità, classificazione) che, secondo la teoria di Durckheim, hanno un’origine religiosa e perciò sociale. Da qui la considerazione di come “Le forme elementari della vita religiosa” si possa considerare già la base della nascente sociologia della conoscenza.

Il grande sociologo francese spiega come la scelta di analizzare le religioni elementari non derivi dal considerare queste alla stregua di forme inferiori, ma dal fatto di essere meramente forme elementari, in altre parole strutturalmente semplici, tali da permettere di cogliere i meccanismi fondamentali della religione.

L’idea chiave è che le forme più semplici rendono visibili le strutture di base che restano operative anche nelle religioni più complesse.

Per individuare le forme elementari della religione, Durkheim passa dalle religioni senza déi, come l’animismo e il naturismo, per poi analizzare il totemismo delle società aborigene australiane, con qualche accenno anche a quelle nordamericane. Nel totemismo, il totem funge da simbolo del clan e incarna al tempo stesso la divinità e la collettività. Attraverso questa analisi, Durkheim giunge a una delle sue tesi più celebri: ciò che viene adorato nella religione è, in ultima istanza, la società stessa, che si manifesta simbolicamente ai suoi membri.

Émile Durkheim citazioni
Émile Durkheim citazioni

Il sociologo francese mette poi in evidenza l’importanza della distinzione tra sacro e profano. Questa opposizione è presentata come il principio fondamentale di ogni sistema religioso, più ancora della credenza negli dèi. Il sacro non è definito dal contenuto, ma dalla separazione e dalla forza collettiva che lo circonda. Non significa che Dio “non esista”, ma che l’esperienza del sacro nasce dall’energia collettiva e dalla vita sociale intensificata (riti, feste, cerimonie). In questo senso, la religione è una rappresentazione simbolica della società stessa.

Un ruolo centrale nell’opera è, infatti, svolto dai riti e dalle feste religiose, che Durkheim interpreta come momenti di intensa effervescenza collettiva. Durante i rituali, gli individui sperimentano una forza che li trascende e che rafforza il senso di appartenenza al gruppo. La religione svolge quindi una funzione fondamentale di integrazione e coesione sociale, contribuendo alla creazione e al mantenimento della coscienza collettiva e dell’ordine morale. L’importanza teorica dell’opera risiede anche nell’introduzione del concetto di rappresentazioni collettive, ossia sistemi di idee e simboli condivisi che esistono indipendentemente dagli individui e ne orientano il pensiero e il comportamento.

Si può quindi ribadire che Le forme elementari della vita religiosa rimanga un’opera fondamentale, che ha esercitato un’influenza duratura sulla sociologia, sull’antropologia e sugli studi culturali, offrendo una chiave interpretativa ancora oggi indispensabile per comprendere il rapporto tra religione e società e tra religione e scienza.

 

Written by Algo Ferrari

 

Bibliografia

Émile Durkheim, Le forme elementari della vita religiosa, Edizioni di Comunità, 1982

 

Note

[1] Remo Cantoni (1914 – 1978) è stato un filosofo, antropologo culturale e storico delle religioni, italiano, tra le figure più rilevanti del secondo dopoguerra nel dialogo tra filosofia, antropologia e scienze sociali.

 

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