“Malbianco” di Mario Desiati: il male passa da una generazione all’altra?

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Il 2 dicembre scorso, presso l’ex Caserma Zucchi, nell’Aula Magna dell’Università di Modena e Reggio Emilia, ho assistito alla presentazione del romanzo Malbianco di Mario Desiati.

Malbianco di Mario Desiati
Malbianco di Mario Desiati

In dialogo con l’autore per la presentazione de Malbianco c’era il professor Gino Ruozzi, il cui usuale compito non è l’ergersi come farebbe un tribuno, ma il far parlare l’autore. Gino è un playmaker, un distributore di suggerimenti, un lesto regista fintamente atarassico, un dotto passionale col tenue sorriso stampato sul viso, una cara persona. Con Mario il suo compito è stato fin troppo facile. L’autore m’è parso abile nel reggere il proprio discorso, la qual cosa è un’ardua banalità. Mario sa essere un fluente anfitrione, forse ancor più allorché è in trasferta, ove riesce a far sentire a casa propria il padrone della stessa. Questa fu l’ondivaga impressione che ricevetti da lui. Alla conclusione dell’incontro ebbi modo di parlargli, ma di quello che gli dissi tacerei pure sotto tortura, aprendomi un po’ solo se eventualmente assiso in un invitante desco. Sono convinto che lo sharing a meal sia un’attività simile al common prayer. Frequentando il sud ho imparato che non si dice, per esempio, mi passi il sale?, semmai: ti voglio bene: mi passi il sale? Ho usato appositamente i due english idioms anche perché ho notato che Mario non le disdegna. Il testo è coltamente infarcito di parole che conosco poco o per nulla, nonché di anglicismi, tipo… non ricordo. Mario è della Generazione X, io un Boomer. Nella dedica autografata a mia figlia Anna, quel dì assente, egli notò che il suo nome era un palindromo. Mi chiese se esso avesse una derivazione famigliare. Annuii, anzi, dissi proprio di sì: esso derivava dalla di lei nonna materna, che mai conobbe.

Come già mi capitò di fare allorché reagii per iscritto al romanzo Da qui all’eternità di James Jones, anche in questo caso, assurdamente e non so se si capirà mai il perché, ho deciso di tentare di non rivelare alcuno dei nomi dei personaggi, a prescindere dalla loro importanza. Si tratta di opere eterogenee però legate al medesimo conflitto bellico, quello che inaugurò l’orrore del sistematico bombardamento su truppe e su civili. Allorché un aereo sgancia una bomba, il fatto avrà diverse conseguenze per tutti coloro che stanno là sotto, a prescindere dal loro codice fiscale. Il discorso vale soprattutto per il romanzo di James, ma è sotteso anche a Malbianco di Mario, il cui nome, come pure quello dell’io narrante, ha l’etimo collegato a Marte, il dio della guerra. Il nome è un ipotetico segnale che serve a indicare, a descrivere. Il che a volte è un fake.

Io mi chiamo Stefano, dal greco stéphanos, corona, ma non mi sento più monarchico di Pier Paolo Pasolini, il quale urlò una frase che è scolpita nella mia anima: L’unica anarchia possibile è quella del potere. Io non sono né anarchico né monarchico. Sono Stefano e basta. E non ho fede alcuna. La sola fede giusta è quella appena assaggiata. E che poi si dovrà rigettare, non prima di averla succhiata a dovere. Il nome è un rito che aspira alla realtà, per cui lo lascio ora aspirare per i fatti suoi e parlerò finalmente del romanzo. Ma lo farò senz’altro domani, non oggi: c’è troppa luce in questa draculesca stanza!

Sì. Lo ammetto, noi scrivani siamo come dei vampiri: dobbiamo suggere l’altrui sangue per sopravvivere. Se fai un salto in fondo al volume, puoi leggere La libreria di Malbianco. In essa l’autore indica tutti gli ingredienti letterari utilizzati nella stesura del romanzo. Un’eccessiva onestà può recare dei danni. A me in genere dona simpatia. Anche per quest’opera giunge a fagiuolo (con la u!) il suggerimento che un bel dì ricevetti da Roberto Moscardin: scrivere è copiare. Non lessi l’Eneide, ma l’Iliade sì. Ignoro quanto Virgilio copiò da quel poema greco. L’Ulisse di James Joyce fu ricalcato sull’altra opera dell’antico Vate. Raddoppio la tesi di Roberto. Scrivere è farsi copiare dai primi della classe che verranno poi. Diversamente non avrebbe senso la lettura. Chi legge e scrive per passare il tempo è un beato. Chi esiste per sé è un santo da adorare almeno un po’.

La dedica a penna da Mario è: Ad Anna che farà la rivoluzione! – ch’è forse il suo sogno fin da quand’era zuriedda. Scrive quell’io: “Di solito gli adulti si rivolgono a un bambino cambiando il tono di voce, trattandolo come se fosse un idiota, ma lei con me non lo fa, e anche solo per questo io la amo.”l’adulto che rim-bambisce se stesso è un tesoro umano da proteggere. È un’altra qualità dello scrittore. Non temere d’apparire quel che si è: un ingenuo curioso. Quel bimbo diverrà un io narrante: di ciò deve ringraziare la sua tenera zia.

Se non comprendi il senso delle mie parole devi leggere per prima cosa il romanzo. La mia reazione può servire da mero assaggio. Vedi tu.

Dimmi, caro: che sono ‘sti “fragni”? Non lo sai? Manco io. Leggendo Malbianco, scopro cos’è il fragno e il “malbianco”. Leggere è rubare per restituire con gli interessi legali e gli anatocismi.

Per la cronaca sto leggendo Intervista col vampiro di Anna Rice. Che m’ha fatto venire molta sete.

Leggo su linea che il fragno è tipico della penisola pugliese. Dal medesimo specchietto luminoso leggo pure perché si dice le Puglie. Durante l’incontro con Mario scopro che, dalle sue bande, talora il dialetto muta da vicolo a vicolo, mentre da noi lo stesso capita da frazione e frazione o tra comuni confinanti: Gavassa e Massenzatico, Gualtieri e Guastalla, Carpi e Correggio…

Mario è nativo di Locorotondo, che visitai con Anna, dove parcheggiammo nei pressi di una chiesa nana, che visitammo di sfuggita, e poi entrammo appena nella Maggiore, uscendone subito poiché stava iniziando un funerale: facemmo però in tempo a scorgere l’arrivo della bara portata a spalle. Poi Mario andò a vivere a Martina Franca, dove noi, poco dopo, parcheggiammo dapprima presso la chiesa del Carmine (chiusa), poi più avanti, dove Anna e io mangiammo una pasta al Nuovo Caffè del Corso, in Corso Messaria 20; poi visitammo la Cattedrale. Vivere è copiare e farsi copiare. Dimenticavo di avvertire che il tempo è un mariuolo che a volte ci fotte i ricordi.

L’affine ziettasta davvero parlando a chi sarò e non a chi sono.” – l’anziano, con la sua esperienza, in un’arcana modalità, ci sopravviverà. Non ricordo più dov’eravamo, ma quel dì la scorsi che ballava in modo sfrenato, in costume da bagno! E mi fece innamorare. Ma quante volte m’è successo, leggendo?

E ora così scrivi, autore: “Il più frequente dei miei disturbi è l’ansia.” – che è un mistero che non sempre si risolve leggendo: a me reca più ansia l’attesa di una lavatrice nuova, coi suo esoterici programmi, che l’ipotesi della morte. Ecco perché quel poeta scrisse che la morte si sconta sospirando con affanno – mio buon Giuseppe Ungaretti: scusa lo sfregio. E poi (futuro) scrissi (passato) a Gino: Il romanzo di Mario è notevole perché riguarda questo rapporto impuro fra Sé e l’Altro… e ora completo il discorso (a metà): l’Altro che è in sé. Je est un Autre, canta Arthur Rimbaud. L’Autre suis Je. Spoiler (come potrei dire in italiota? Spiffero?): Mario è Marco. Marco è Mario. Io ora sono entrambi, mentre li ingurgito entrambi. Loro sono me, dopo che li ho buttati su quello scaffale. Ed “È come quando gli archeologi si imbattono in un frammento di un vaso antico” – la tesi di laurea di Anna fu incentrata sulla figura di Aiace nella produzione di Exekias, ceramografo attico. Ripiglio il libro in mano, per riporlo fra gli Intoccabili, che così li chiama Anna.

Procedo ricostruendo una possibile traiettoria della mia famiglia” – auguri: sappi che secondo la quantistica ogni osservatore muta la particella osservata: essa esiste (o ri-esiste?) anche grazie a lui. Ed è in tale congiunzione che si stabilisce l’unione e la separazione, il tratto che ti e la distingue: il punto vivo e insieme morto del mondo (come quel micio di Erwin), l’anello che tiene e non tiene: e qui ho violentato il testo dell’altro ermetico, Eugenio Montale: di cui ricordo la doxa di Gino a riguardo, quand’aveva 14 anni. Il tempo poi ci sfuggì dalle mani. Ed è ancora qui che ci aspetta. Scrivi: “Immagino”, “A volte ho pensato”, “ma questo è un quadretto romantico, e i quadretti romantici sono”, “Se racconti una storia ci”, “dettaglio secondario”, “Ma la vita è molto”, “la scrittura è un gesto” – idiota nel senso dostoevskiano? – “la scrittura ammala” – e penso a Oblomov di Ivan Gončarov – la lettura è consumabile a letto, la scrittura richiede quell’insidioso sedersi.

Ora, la prego, Miss Anna: “Ricostruisca il suo vaso dai frammenti che ha” – Eureka! – “Affiorano cosí i frammenti della mia storia – Kaput! – e ora s’adopera il tedesco (Mario/Marco sono trasvolati a “Berlino”) – “Stets bei sich zu tregaen” – “È come se rivedessi il mio nonno” – bando ai full stop!

“Marco racconta soprattutto da storia di” – e io conobbi un Valdemiro, chiamato così perché il prete si rifiutò di battezzarlo col nome di quel profugo russo, poi noto rivoluzionario, poi morto giovane.

“Il racconto di zio Marco è lacunoso, tocca a me pro” – halt con le spiate! Non si accettano più vasi interi, solo frammenti: serve “Tanta imm” – e alla fine “resteranno il ric” – insieme a quel che pluralizza. Mario Rigoni Stern, nel suo Sergente nella neve, ricorda di quando entrò in una baita opima di soldati russi nemici che, anziché sparargli, lo rifocillarono. In La tregua di Primo Levi, rimembro un’assonanza ch’egli colse fra i russi e i latini. Ognuno, pure Gino, ha i riferimenti letterari che si merita. No, non ce la faccio a tagliarla!, ne va del destino di miliardi di anime: “Ci sarà un motivo se dicono che i dialetti sono la lingua dell’anima” – e, se non trovi la risposta al quesito, adotta lo stratagemma ‘d mé mêdra Roşalènda: basta metterci le manine sopra! La russa (che non fa politica) “dona platealmente allo zio la grande chitarra” – a cui il foggiano Renzo Arbore dedicherebbe un’armoniosa metafora: “Il segreto, come la poesia, sgorga dal vuoto.” – che pullula di particelle virtuali, che elargiscono al Kósmo il reale, e che se anche non si sa se esistono o no, nulla cambierebbe.

Un detto che mi doni e che un po’ violento (l’originale è a pagina 136) è: Chi vince legge. Chi perde scrive: scrivendo si dona, si dà, e si riceve, rileggendo. È un conflitto tra vampiri fra loro solidali.

A pagina 149 c’è l’albero genealogico. Io ho quello materno. Quello paterno è disperso. Sono indolente. Non so se mai lo rinverrò. In merito a quanto dici (a pagina 179) su quel che fa tuo padre coi numeri degli amici deceduti, sappi che lo capisco. Anch’io lo faccio. Non significa dimenticarli, ma che non serve la tecnologia per collegarsi alle loro anime.

Potrei buttare giú appunti su” – giù/su – a prescindere dall’accento einaudiano e – “cercherei di essere fedele il piú” – e il meno – “Qualunque cosa sia raccontala” – su inizia pur a contare, 1, 2, 3. Mi scrivi che “fare figli cambia il” – forse.

Andai a Taranto il giorno sbagliato (era lunedì!) e ora ci dovrò tornare con Anna. Speriamo che il Museo Archeologico Nazionale sia quel giorno aperto e che non ci siano scioperi e che non sia ancora di fatal lunedì! Poi scopro su linea perché dici “Taranto, la città dei due mari” – essendoci andato in auto e mirando più che altro alle chiese e alle vie interne, non ci badai.

“Verräter” – mi scrivi: lo so, reagendo a un libro io lo traduco/tradisco in piolese. A te non capita?

A pagina 313 spunta un tale che ha “una bocca piena di finestre” – intuisco un po’ la metafora.

Uno scrittore parla per lo più di ferite dif-ferite. Henry Miller scrisse che pensava a dio solo se era felice. Mentiva? Se non avesse mentito non avrebbe scritto quel Tropico del Capricorno.

Messaggiai a Gino: Il libro di Mario, di cui ho azzannato le prime 100 pagine, è una fiction di una fiction e, a volte, una fiction di una fiction di una fiction: due (o più) verità concomitanti, e fra loro solidali. Mi domando se abbia mai fondato, con la sua prima ragazza, quella micronica casa editrice e se sia mai esistito quel giovane poeta

Lo chiederò anche a te, Mario: “Siamo fratelli, pensa” – pensa te!

Mario Desiati citazioni Malbianco
Mario Desiati citazioni Malbianco

Stamattina, di buon’ora, mi scetai. Non avevo alcuna brama di scrivere. Lottai fra me e me! E vinsi. Scrissi. Non rilessi. Domani lo farò. Mentre scrivevo m’agitavo. Scrivere è un heavy duty: parafraso Mike Mentzer. E vale pure il detto di Arnold Schwarzenegger: No pain no gain.

Dissi all’autore che ho i denti radi, e papà mi spiegava che era segno di fortuna, ce li aveva anche al pôver Gino, aggiungeva, il suo fratello che, cascato da un’impalcatura, morì intorno ai trent’anni. Mio nonno si chiamava Cristoforo ed era detto Stefano, come suo nonno e il nonno del nonno e come un mio primo cugino. Per la prima volta io sono Stefano e nulla più. Anche se sono bip(i)olare: condicio est sine qua scriber non licet.

La famiglia è una greve catena che ci orna di stelle l’esistenza. Es ist ein Hochleistungsgerät!

E l’esistenza è un riciclaggio di organi e di nomi un po’ sporchi e un po’ lindi al contempo.

Spiegazione del titolo: “Non c’è piú, se l’è mangiato il malbianco” – e chissà se gli è piaciuto. A me il romanzo è sceso giù bene, non c’è stato bisogno di spingerlo. Lo darò a leggere a mia sorella (che visitò con noi le Puglie) e ad Anna, ma non so quando. Come tu andasti a Berlino, lei ora passa le vacanze natalizie a Oliena. Il marito della figlia è, ovunque in Italia, il genero. Tra quei nuraghi è: Nuoro.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Mario Desiati, Malbianco, Einaudi, 2025

 

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