Giovanni Verga: vita, citazioni e nascita del Verismo

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“La verità è che il mondo appartiene a chi ce l’ha fatta la roba, e i poveri diavoli devono stare al loro posto.”

Giovanni Verga citazioni
Giovanni Verga citazioni

Celebrare oggi Giovanni Verga, figura centrale della letteratura italiana tra Otto e Novecento, non significa solo rendere omaggio a un gigante dell’universo letterario. Ma riconoscere il momento in cui la letteratura italiana abbandona ogni idealizzazione romantica, per confrontarsi con la realtà nella sua forma concreta e spesso tragica.

“Ogni uomo deve pensare per sé, e la Provvidenza penserà per tutti.”

Nato a Catania il 2 settembre 1840 in una famiglia dell’agiata borghesia terriera, Giovanni Verga vive in prima persona il contrasto tra il benessere economico e la miseria delle classi popolari, che diventeranno il focus della sua produzione letteraria.

La parabola di Verga inizia con il suo esordio nel ruolo di narratore di romanzi storico-passionali, ambientati in salotti borghesi, rappresentativi delle consuetudini del suo tempo. Ne sono esempio i suoi primi romanzi, come I carbonari della montagna e Storia di una capinera, i quali risentono del gusto romantico e sentimentale dell’epoca. Ambientati spesso in contesti borghesi o aristocratici, sono opere in cui spiccano l’analisi psicologica e il pathos emotivo.

In seguito, il suo sguardo si posa sulla sua Sicilia senza più il filtro del sentimentalismo, per scoprire il potenziale tragico e narrativo della sua terra e della sua gente. Ed è proprio in tale contesto ambientale, che negli anni Settanta dell’Ottocento, nasce il Verismo italiano, nel momento in cui Giovanni Verga entra in contatto con il Naturalismo francese e con Émile Zola.

Tuttavia, se il Naturalismo di Zola crede in una spiegazione scientifica dei comportamenti umani, Verga sviluppa una visione più tragica e pessimistica fondata sull’immutabilità delle leggi sociali. Dunque, il Verismo verghiano non è da intendersi come semplice imitazione nato sulla scia del Naturalismo, ma come un filone letterario a sé stante.

“Il racconto sembrerà fatto senza arte, ma è un’arte così sapiente che sembra non esserci.”

Vero e proprio manifesto verista, inclusi i principi su cui si fonda la teoria narrativa del Verga, è racchiuso nella prefazione a L’amante di Gramigna; dove Verga assurge a suo fondamento che un’opera d’arte si compia da sé e l’autore deve scomparire. Espediente narrativo questo, basato sull’idea dell’impersonalità, dove lo scrittore non deve giudicare, e neppure spiegare, e tantomeno emettere giudizi morali. Ma farsi da parte e lasciar parlare i fatti in tutta la loro nudità.

A dimostrazione di tali presupposti, quale modalità narrativa, Verga adotta il discorso indiretto libero in cui la voce del narratore si fonde con quella dei suoi personaggi, con un linguaggio che riproduce il ritmo e le strutture del parlato popolare, con un punto di vista interno alla scena narrativa.

Il progetto letterario più ambizioso di Verga è il Ciclo dei Vinti, concepito come una serie di romanzi dedicati a diverse classi sociali, tutte accomunate dall’idea della sconfitta. Con il principio, del tutto verghiano, quello che l’autore stesso definisce la ‘teoria dei vinti’, che coloro che tentano di migliorare la propria condizione sono destinati a soccombere.  Inizio modulo

Il primo e più celebre romanzo del ciclo è I Malavoglia (1881). Ambientato nel paese di Aci Trezza, racconta la lenta disgregazione di una famiglia di pescatori travolta da una serie di disgrazie economiche e personali, dove il desiderio di progresso si scontra con una realtà dominata dal bisogno e dalla miseria.

La ‘casa del nespolo’ è più di una dimora: è il simbolo di un mondo comunitario, di un ordine arcaico e precario. Con personaggi che diventano archetipi: la loro sconfitta è la sconfitta di un’umanità intera davanti alla storia, e descritti con una prosa che raggiunge una musicalità corale, fatta di proverbi, ripetizioni rituali, sintassi che imita il pensiero collettivo.

Mastro-don Gesualdo (1889), dramma dell’incomunicabilità, è altro romanzo del ‘ciclo dei vinti’, in cui l’attenzione descrittiva si sposta sulla borghesia rurale. Il protagonista, Gesualdo Motta è un uomo che si arricchisce con il lavoro, ma resta escluso sia dal mondo dei poveri sia da quello dei nobili.

“La giustizia degli uomini si fa colle sentenze, ma quella di Dio colle malattie e colle disgrazie.”

Se i romanzi di Giovanni Verga sono monumenti della sua produzione, le novelle sono i mattoni con cui edifica le sue opere apparentemente minori. Ma soltanto in apparenza, perché sono anch’essi capolavori di tensione narrativa e poetica.

Rosso Malpelo è la tragica storia di un ragazzo che lavora in miniera, emarginato e ‘bullizzato’ perché ‘rosso di capelli’, il quale introietta dentro di sé la crudeltà del mondo che lo circonda.

La Lupa è novella in cui la figura mitica e passionale di ‘Gnà Pina’, è l’incarnazione di un desiderio primordiale che travolge ogni convenzione.

In Cavalleria Rusticana Verga esprime l’eterno dramma dell’onore, della gelosia e della vendetta, con un ritmo da tragedia e con personaggi schiacciati da una società feroce, in cui la violenza e la sopraffazione appaiono come leggi naturali.

“Tu sei bella come il sole, e mi hai dato la febbre come il sole.”

Uno degli aspetti più innovativi di Verga è la lingua. Pur scrivendo in italiano, lo scrittore costruisce una sintassi che riproduce il pensiero e il parlato dei suoi personaggi con proverbi, modi di dire, ripetizioni che diventano strumenti narrativi di una sintassi ‘parlata’, che traduce il pensiero popolare e il suo fatalismo, nonché una sorta di saggezza. Scelta questa, che dà alla scrittura di Verga la connotazione di autenticità, così immersa nel contesto sociale dove la lingua stessa diventa testimonianza di una condizione collettiva.

Il mondo raccontato da Verga è impregnato di una visione pessimistica. Dove il progresso non porta felicità, la solidarietà è fragile e la lotta per la sopravvivenza è inevitabile. Tuttavia, è questo un pessimismo prossimo a una forma di onestà intellettuale, che mostra che la verità è spesso scomoda, ma inevitabile.

“La fiumana del progresso, travolgendo ogni cosa… lascia via via lungo la sua infaticabile corsa i deboli, i malati, gl’incapaci, i fiacchi, i timidi.”

Giovanni Verga citazioni parole
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L’eredità dello scrittore che ha rivoluzionato la letteratura italiana scavando nell’anima dei vinti, ha lasciato un peso letterario che attraversa tutta la letteratura italiana del Novecento. Un’eredità raccolta da autori come Pirandello, Vittorini, Pavese e Sciascia, che in maniera diversa hanno portato avanti la sua lezione.

“Il male degli altri si guarda in faccia, il proprio si porta sulla schiena.”

Quando Verga lascia per sempre questo mondo è il 27 gennaio 1922. A oltre un secolo dalla morte lo si percepisce più che mai come un autore contemporaneo.

L’opera di Verga è a tutt’oggi un’analisi profonda e spietata dei mali antichi del Sud e dell’Italia intera, quali l’immobilismo sociale, il conflitto tra categorie sociali, l’individualismo fine a se stesso.

I suoi ‘vinti’ si possono identificare con i migranti, schiacciati da un sistema economico più grande di loro.

“La roba non è di chi la fa, ma di chi la sa godere.”

In conclusione, celebrare oggi Giovanni Verga significa riconoscere che la vera letteratura nasce da uno sguardo che sa declinarsi in parole intrise di struggente poesia.

“La sorte è come la marea: quando monta, porta via tutto.”

 

Written by Carolina Colombi

 

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