“Fotogrammi” di Luisella Pisottu: la postfazione della silloge poetica

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La matassa si srotola all’infinito,/ vi si offre./ Ogni fiore cade/ si prepara a nuova vita,/ piegando il capo,/ lentamente si distende,/ si adagia.// Solo accettare, senza capire/ perché il mistero è fitto,/ è chiaro:/ la linea retta termina sul punto.// […][1]

Fotogrammi Sulle tracce di ogni istante Luisella Pisottu
Fotogrammi Sulle tracce di ogni istante Luisella Pisottu

“Fotogrammi ‒ Sulle tracce di ogni istante” è una raccolta poetica di Luisella Pisottu edita da Tomarchio Editore nell’ottobre 2025.

La foto di copertina intitolata “Matriarca” è un’opera di Natalia Fois (Illorai 1946 – Sassari 2013), artista poliedrica e madre dell’autrice.

La silloge prende avvio con una corposa Prefazione redatta dallo scrittore e redattore Giovanni Nuscis; è strutturata in sette sezioni (Terra sarda, Fiori di luce, Dee e voci dal femminile, Solitudini metropolitane, Quadri di vita, L’arte ci salva, la bellezza ci redime, Haiku); in chiusura la Postfazione di Alessia Mocci e la sezione Biografie.

Gli occhi si socchiudono,/ attendo parole,/ labbra dischiuse tacciono.// Le dita si preparano/ a raccogliere intuizioni./ Sui fogli il mio portale/ apre spiragli di verità:/ il momento è propizio,/ indugio sul bianco.// Lettere non si fanno aspettare,/ decorano un servizio raffinato,/ lo riconosco/ ma in quale vita ne ho goduto?// […][2] ‒ “Scrivere”

Per gentile concessione della casa editrice Tomarchio Editore vi presentiamo in anteprima la Postfazione curata da Alessia Mocci della raccolta poetica “Fotogrammi”.

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POSTFAZIONE “Fotogrammi”

Echi di altre realtà si sovrappongono[3] nelle poesie presenti nella silloge “Fotogrammi ‒ Sulle tracce di ogni istante” di Luisella Pisottu.

I versi sottolineano l’illusione prodotta dalla parola: quella tensione verso l’esplicazione dell’Assoluto ‒ dell’Uno ‒ a cui tende il poeta quando in contemplazione della vita e dell’Universo viene letteralmente attratto dal raptus poetico così da immergersi in “altre realtà” di cui ode solo qualche eco in lontananza.

Le parole sono, infatti, sovrapposte: si percepiscono con la mente in una trazione costante ‒ e confusa ‒ tra significato e significante. In quegli istanti la visione estatica palesa concetti che il poeta vive come appartenenti al suo essere, dunque non come novità da apprendere ma come ricordo di un passato che si era dimenticato.

Questa esperienza produce una chiara sensazione di pace antica che si manifesta con l’immediato silenzio e, successivamente, con la bramosia di trascrivere tutto ciò che si è visto, udito, assaporato.

Così nasce il verso in un “Esserci pienamente,/ intensamente,/ fino a che il sogno lo consente[4] in un riconoscere il passo del sentiero percorso dalla millenaria tradizione di vocaboli che si allungano sino quasi a toccare le dita frementi nell’atto della scrittura.

Luisella Pisottu scava ininterrottamente sino a trovare “Un tratto d’anima ancorato tra quarzi rosa/ un’idea di armonia/ che il canto solo salva[5] a cui chiede “Dove si è perso – nella corsa/ il baccello della purezza? […] Che cosa ancora ci nutre?[6]

Ma l’anima ribatte tramite simboli ‒ archetipi ‒ dell’eterno ritorno che inabissa così da portare il poeta sul “tappeto delle attese incompiute[7] nel quale si officia l’intuizione dell’impossibilità di trasmissione esatta dell’idea originaria. E nuovi versi si accumulano per la continua ricerca di descrizione di ciò che appare nella dimensione dell’anima ‒ “altre realtà si sovrappongono”.

La meraviglia dell’istante lascia ben presto il posto alla consapevolezza di illusione del proprio agire: il forte trascinamento è tale da non consentire la fine, sono concesse pause ‒ talvolta lunghe ‒ ma per il poeta è inconcepibile anche il solo pensiero di non mettere su carta le parole che affollano la mente ‒ “Astri nella mente[8].

“Fotogrammi ‒ Sulle tracce di ogni istante” è suddiviso in sette sezioni (Terra sarda; Fiori di luce; Dee e voci dal femminile; Solitudini metropolitane; Quadri di vita; L’arte ci salva, la bellezza ci redime; Haiku) le cui liriche, come si legge opportunamente nella Prefazione curata da Giovanni Nuscis, evidenziano “perimetri tematici che a volte dilatano, così che alcune poesie potrebbero includersi, per consonanza, in più di una sezione; come flussi di vita che si generano e scorrono, col loro carico di sguardi, percezioni, riflessioni non sempre scindibili[9].

Così per l’appunto si può prendere ad esempio di quanto esposto il discorso sulla ciclicità che compare come compagno sempre presente della riflessione poetica.

L’autrice sassarese, come le tessitrici greche di arcaica memoria, osserva il mondo nel suo compiere l’assiduo ciclo ‒ l’eterno ritorno precedentemente menzionato ‒ in un “Restituire al lampo la luce/ che ha abbagliato il tratto nascosto,/ rami e foglie dai capelli, chiare spirali/ verso la foce[10] perché “Dalle tenebre gesti misteriosi/ ci appartengono/ come ci appartiene il respiro[11].

Il ciclo della Natura ‒ “dea dimenticata/ rimossa nei giri di ruota del giorno,/ quotidiano delirio/ di mete virtuali, iniquità/ inconsistenza[12] ‒ si amalgama alla volontà del poeta di illuminare i gesti misteriosi che si rivelano identici nella loro duplicazione.

Questa coscienza di ciclicità degli eventi ‒ del susseguirsi delle stagioni così come del susseguirsi delle parole ‒ è uno dei motivi più evidenti della necessità di solitudine perché si è certi che esista un “luogo di luce in cui riporre/ dilemmi, angosce d’inesistenza”,[13] un luogo in cui “Vibrano voci nel silenzio/ strumenti di discesa e ascesa”,[14] un luogo nel quale Luisella Pisottu incontra le Divinità che ancora sussurrano sapienti verità celate dal tempo. Basti pensare a Platone che ne “Cratilo” si arrovella per il significato ormai obliato di Estia malgrado siano trascorse poche centinaia di anni dalla scomparsa dall’Olimpo della Dea (“[…] Per esempio, ciò che noi denominiamo oysía (essenza), alcuni chiamano essía, altri ōsía. Innanzi tutto, conformemente al secondo di questi nomi, è ragionevole che la oysía delle cose sia chiamata Hestía; in secondo luogo, dato che noi, di ciò che partecipa dell’oysía, diciamo éstin (è), anche in questo senso si può chiamarla giustamente Hestía. […][15]).

E la Nostra ‒ similmente al filosofo di Atene ma con atteggiamento poetico per “scovare un senso, nesso/ tra spirito e respiro[16] ‒ si cimenta nell’interrogazione primigenia sull’Essere e sull’esistenza, sulla forza creatrice e devastatrice del Fuoco, sull’annuale ripetizione del rapimento di Persefone da parte di Ade e sul vagare indefinito di sua madre Demetra.

Luisella Pisottu è originaria della Sardegna e lo dimostra con la prima sezione della raccolta (Terra sarda) nella quale celebra la sua città natale (Sassari) ma la sua anima racconta il mito antico anche quando il nucleo del suo verseggiare elogia il sentimento d’amore verso la famiglia (seconda sezione Fiori di luce).

Ne “Fotogrammi ‒ Sulle tracce di ogni istante” le divinità femminili occupano uno spazio più ampio rispetto a quelle maschili ma, tra le liriche presenti nella terza sezione Dee e voci dal femminile, si innalza Efesto, colui che osserva “quel mondo/ col cuore/ di chi non è stato invitato[17] in perfetta comunione con Estia che “Scava oltre le fondamenta/ ritrovandosi sola,/ in un viaggio che esclude il mondo[18].

Chi può, vede.[19] ci bisbiglia accendendo fiaccole e ponendo a se stessa ed al lettore (“– mon semblable, – mon frère![20]) quesiti sibillini ‒ sottoforma di enigmi ‒ che ricordano la profetica Sfinge:Quale magia fa pensare/ d’essere ammattiti, sollevati, straniti/ fa fremere e insieme tremare/ gioire, temere?[21]; ed ancora: “Sopra ogni cosa/ sai dirmi cosa giace/ sotto ogni cosa?[22]

La risposta che Luisella Pisottu si ‒ e ci ‒ dà pare ancora più ermetica della stessa domanda: Dove mi nascondo cerco.”[23] ed è proprio in questo nascondimento che la fascinazione esercitata dai versi de “Fotogrammi ‒ Sulle tracce di ogni istante” appare più fulminea e meritevole di essere attenzionata.

Capovolgiamo prospettive/ quando gli estremi combaciano,/ ci riappropriamo di culti dimenticati./ Saracinesche aperte su mondi altri,/ non temiamo la fine.[24]

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Luisella Pisottu poesie
Luisella Pisottu poesie

Luisella Pisottu è nata e risiede a Sassari. È autrice delle seguenti opere poetiche: “In vortice obliquo”, Edizioni Albatros Il Filo (2007); “Tra spirito e respiro”, Edizioni Albatros Il Filo (2010); “Graffiti”, Edizioni Albatros Il Filo (2010); “Il giorno fiorisce sull’acqua”, CFR Edizioni  (2014); “Oltre il sipario a compiersi”, Edizioni Sarde NoFrontiere (2017); “Sulla linea effimera”, autopubblicazione (2017), plaquette pubblicata insieme all’autore Francesco Pasella; “È ancora bellezza”, Edizioni Zardinu Galanu (2023); “Di versi noi”, Edizioni Zardinu Galanu (2023), volume pubblica-to insieme all’autore Elvy Samuele Desole; “L’anarchia dei piccoli passi”, Edizioni Zardinu Galanu (2024).

Dal 2007 coltiva la passione teatrale, con esiti scenici nei teatri di Sassari. È autrice di racconti, fiabe e testi di canzoni per bambini in lingua sarda (nell’anno 2007 ha partecipato con due suoi testi al Premio Mariele Ventre in lingua sarda).

Nel giugno 2025 ha pubblicato la raccolta poetica intitolata “Visione” nella quarta edizione del progetto antologico “Versi di Sardegna” edito da Tomarchio Editore. Nel mese di settembre 2025 ha pubblicato “La fiaba delle due Fantasie Bambine”, Edizioni Zardinu Galanu.

 

Written by Alessia Mocci

 

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Note

[1] Luisella Pisottu, Fotogrammi, Tomarchio Editore, 2025, p. 152
[2] Ibidem, p. 180
[3] Ibidem, p. 19
[4] Ibidem, p. 46
[5] Ibidem, p. 48
[6] Ibidem, p. 48
[7] Ibidem, p. 48
[8] Ibidem, p. 187
[9] Ibidem, p. 7
[10] Ibidem, p. 55
[11] Ibidem, p. 55
[12] Ibidem, p. 63
[13] Ibidem, p. 98
[14] Ibidem, p. 59
[15] Platone, Cratilo, Bompiani, 1989, p. 55
[16] Luisella Pisottu, Fotogrammi, Tomarchio Editore, 2025, p. 187
[17] Ibidem, p. 73
[18] Ibidem, p. 103
[19] Ibidem, p. 50
[20] Charles Baudelaire, I fiori del male, Newton & Compton, 2004, p. 57
[21] Luisella Pisottu, Fotogrammi, Tomarchio Editore, 2025, p. 83
[22] Ibidem, p. 202
[23] Ibidem, p. 104
[24] Ibidem, p. 177

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