“Come il mare in un bicchiere” di Chiara Gamberale: imparare a dire di no

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Certi momenti storici ci costringono a fare quello che da soli non riusciremmo: tenere a debita distanza le persone che non apportano valore alla nostra vita, imparare a dire dei no, separare i bisogni degli altri dai nostri desideri, imparare a stare con noi stessi, come il mare in un bicchiere, ovvero con la consapevolezza che dentro di noi abbiamo le risorse per tutto, che non abbiamo bisogno della validazione degli altri, che alla fine sono sempre poche le persone che ci sono davvero “congiunte”.

Come il mare in un bicchiere di Chiara Gamberale
Come il mare in un bicchiere di Chiara Gamberale

Uno di questi periodi epocali è stato quello della pandemia, in particolare quello del primo lockdown che Chiara Gamberale ha voluto raccontare in quello che lei stessa chiama un “quaderno” ne “Come il mare in un bicchiere”: si tratta di un diario della quarantena da parte di Chiara, madre single in crisi con la scrittura da quando la sua esistenza è stata “invasa” dalla presenza di Vita, una bambina di due anni che merita tutte le attenzioni materne.

Nei giorni in cui la Lombardia veniva chiusa, il caso ha voluto che il padre di Vita (PdV) che vive a Milano, fosse costretto a fermarsi da Chiara che vive a Roma e a instaurare una convivenza a tre, nonostante i due non stiano più insieme.

I giorni passano e la situazione peggiora anche a livello nazionale, fino a quando Conte decide per la chiusura totale: “E le indicazioni arrivano, arriva il discorso di Conte. Ormai pure Vita […] lo conosce: il Grande Peppe […] Fatto sta che Il Grande Peppe firma il nuovo decreto e annuncia le sue decisioni”.

Tutto questo pone a Chiara varie domande e la induce a scelte drastiche. Infatti lei afferma di appartenere a quelle persone che di solito vengono definite “Fuori di Testa” e che invece a suo giudizio sarebbe meglio considerare “Dentro di Testa”, in quanto abituate a vivere nel loro mondo, nei loro problemi.

Ora la tragedia della pandemia costringe Chiara ad uscire dal Dentro della sua testa e ad andare Là Fuori, dove ci sono: la sua amica Manuela, malata oncologica al tempo del Covid, sua madre che si sta riprendendo da un infarto, gli amici più cari, Vita.

Chiara ripensa anche alle sue relazioni sentimentali: Vittorio, il narcisista da cui ha imparato a difendersi nonostante lui continui a chiamarla, Gollum, l’amore della sua vita con cui può continuare ad intrattenere solo un legame intellettuale, PdV, il padre di Vita in comune con il quale ha “solo” la piccola, ma niente altro.

Ripensa a tutte le cose che da scrittrice deve fare: correre su e giù per l’Italia a presentare libri, solo per fare favori a perfetti sconosciuti.

E per un attimo prova sollievo di non doverlo fare più per decreto, così come lo prova per la distanza obbligata che le permette di allontanare persone come Vittorio: “Quindi la libertà, mentre ci rende possibile essere la persona che siamo, rischia anche di boicottarla, quella persona, con il peso insopportabile di tutte le scelte che avremmo potuto prendere invece di quella che abbiamo preso […] Ma senza dubbio quest’obbligo a mantenere la distanza di un metro quantomeno ci ricorda improvvisamente che quella distanza è un potere nelle nostre mani. Siamo noi a stabilirla: mentre prima di questa sciagura forse ce l’eravamo dimenticati, perché è la nostra vita, sempre lei, che rende molto difficile fermarsi e dire a una persona tu per favore stai a un metro e mezzo da me, grazie tu a sei, tu a tremila: addio, tu invece vieni qui, ho detto qui, ancora più vicino, dai: baciami. Invece di finire in frullatore pazzo che non sai come si spegne e dove tutto si mescola velocissimo […] È così: è così che il Là Fuori ci prosciuga e ci costringe a rintanarci nel Dentro di Testa. Quindi ci volevano questi gesti nuovi, queste tecniche per evitare il contagio, per provare finalmente a tutelare noi stessi e le persone che amiamo? […] E poi, per quanto mi riguarda, c’è anche un’altra questione, sempre la stessa […] che negli ultimi mesi mi portava a dire sì, certo, anche se sto provando a scrivere il mio nuovo romanzo e ho una bambina di due anni che cresco da sola e mia madre in ospedale e la mia amica che sta male e mi sto separando, certo che vengo a Bolzano, se per voi è importante. E poi vengo anche a Cagliari, ovvio, e figuriamoci se il giorno dopo non vengo ad Alessandria, da Cagliari è un attimo. Volentieri presento io il tuo libro, ci mancherebbe. Assolutamente sì: ci sarò sempre per te. E per te e per te e per te. Mentre una vocina, dal Chissà Dove, si faceva sempre più sottile ‒ era quella dei miei desideri, dei miei bisogni. Negli ultimi tempi riusciva a soffiare poche parole, sempre le stesse: ‒ Ma se tutte le tue energie sono a disposizione di Vita e di tua madre e di Manuela, che senso ha sputare energie che non hai e sbatterti su e giù per l’Italia, per un libro che è uscito da più di un anno e per libri di persone che adesso ti dichiarano la loro più appassionata amicizia, ma non sono Animali dell’Arca, nell’ ultimo anno non si sono nemmeno accertate di sapere se tu e Vita foste ancora vive? Invece di perderle, cerca di prenderle altre energie. Cerca baci, cammina come sapevi fare tu per la città, verso nessuna parte, siediti su quella panchina in cima a quelle scale che sai e guarda, lo devi anche a tua figlia, a tua madre e a Manuela. Perché se non ritrovi il filo, se non ritrovi la possibilità di un centro, che cosa di buono avrai da dare a quelle persone, di che materia sarà la tua presenza continua? […] Chi ti vuole bene saprà accogliere un tuo no, mentre, chi non ti vuole bene sicuramente non ti vorrà bene per un sì […] Ci voleva questo dannato virus perché qualcosa si prendesse la responsabilità dei miei no e mi permettesse, ma guarda un po’, di stare esattamente dove vorrei stare. A casa con Vita. Al telefono con Manuela, con mia madre. A guardare un film dall’inizio alla fine ‒ anche se cretino, proprio perché cretino. A rileggere le lettere fra Rilke e Marina Cvetaeva perché, non lo sapevo, ma ne avevo bisogno. Tutte cose che avrei potuto fare benissimo anche se Conte non mi avesse vietato le altre”.

Chiara Gamberale citazioni libro Come il mare in un bicchiere
Chiara Gamberale citazioni libro Come il mare in un bicchiere

Per Chiara il problema dunque non è stato il tempo della Fase 1, ma quello della Fase 2: gestire cioè la ripresa del Là Fuori e farlo conciliare con il Dentro di Testa; ridefinire, dopo la totale chiusura, verso chi aprirsi nel periodo della parziale riapertura; capire bene che spesso i congiunti di cui parlava di Dpcm del 26 aprile 2020, non sono davvero i veri congiunti per lei.

Nel suo quaderno della quarantena, dunque, Chiara ha voluto raccontare la sua esperienza in quei mesi che anche solo a ricordarli oggi sembrano fantascienza: forse lei è stata una privilegiata perché costretta a dire dei no salutari.

Il suo racconto può essere un modo per ricordare anche a noi come stavamo in quei giorni, per imparare nel futuro a dire dei no a prescindere da Conte o chi per lui, per esprimere i nostri pensieri. Non a caso l’autrice lascia ogni tanto delle pagine bianche dove il lettore può annotare qualcosa di sé: così infatti si congeda da lui alla fine del libello: “Ora però vi aspettano tre pagine, alla fine di questo quaderno. E sono per la vostra, di voce. Per le vostre parole di questa tremenda, indimenticabile primavera duemilaventi. Per dire io. Tu. Lui, lei. Noi, loro. Non lasciatele vuote: è un invito e una speranza”.

 

Written by Filomena Gagliardi

 

Bibliografia

Chiara Gamberale, Come il mare in un bicchiere, Feltrinelli, 2022 (prima edizione)

 

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