“Amare gli animali” di Joanna Bourke: la zoofilia è amore postumano?

Il titolo è chiaro e polimorfico: cosa intende Joanna Bourke per Amare gli animali?

Amare gli animali Joanna Bourke
Amare gli animali Joanna Bourke

Ci fu un tempo in cui il sottoscritto sognava di diventare zoologo, anche a seguito delle numerose visite compiute col padre e la sorella al Museo Spallanzani di Reggio Emilia, che trabocca ancor oggi di animali impagliati di tutte le specie. Nel frattempo quel sadico bambino che ero catturava cetonie dorate e le infilzava con degli spilli, collezionava farfalle, anch’esse catturate e infilate in un vasetto che poi veniva chiuso ermeticamente in modo che il lepidottero cessasse di respirare.

Amavo gli animali? Non so, ma non credo potessi essere definito un sadico perché non provavo un piacere psicologico nel fare tutto questo, essendo, nella mia immaginazione, soltanto ispirato a criteri non dissimili da quelli del mio predecessore scandianese. Lazzaro Spallanzani fu un biologo stimato che tanto fece per falsificare antichi preconcetti quali, per esempio, la germinazione spontanea.

Un pomeriggio stavo camminando davanti ai componenti della mia famiglia, su per un’erta via nelle alture di Civago, quando udii mia sorella strepitare. Voltandomi vidi che stava passando un’auto che, nel superarmi, finì col calpestare una disgraziata vipera che pare si fosse eretta su di sé pronta a mordermi. Decisi di diventare erpetologo. Poi qualcosa andò storto.

Ho sempre voluto bene agli animali. Ogni volta che sto per dare uno scappellotto a una zanzara mi blocco, vietandomi d’ucciderla, anche se dentro di me sento che una qualche punizione la meriterebbe. Ho sempre pensato con ammirazione all’abitudine che hanno i devoti del giainismo, che sono vegani (evitano di cibarsi persino di alcuni vegetali), filtrano l’acqua per evitare d’ingerire piccoli organismi, e usano camminare con una mascherina al fine di evitare d’ingoiare i moscerini.

A me piacciono tanto i cappelletti in brodo di manzo e cappone (più saporito e grasso di quello fatto con la carne di pollo sessuato), preferendoli reggianamente a quelli conditi con la panna e coi funghi, che invece risultano prelibati secondo i gusti di chi è nato all’inizio del presente secolo.

Ho riversato una montagna di affetto per un pesciolino rosso, che infaustamente portai alla morte avendolo messo in una vaschetta in cui c’erano delle alborelle pescate vive da un amico di papà: non aveva probabilmente retto all’emozione, dopo tutti quegli anni di solitudine. Ricordo che normalmente si lasciava prendere in mano da me, guardandomi con olimpica tranquillità.

Ho amato la gatta di famiglia, a tutti nota col nome di Gâta, che si spense serenamente a quasi vent’anni e che io e mia sorella (che di nascosto infilò una lettera nella scatola che ne conteneva il cadavere) seppellimmo sotto l’albero di fico dell’orto di famiglia. Ho portato a spasso per anni Charlie, mezzo spinone e mezzo bracco amalfitano, e discusso con lui ogni volta che mi nutrivo di pizze e penzerotti fritti, poiché anche lui ne pretendeva un boccone, abbaiando. Della città di Amalfi l’anima che ricordo di più è Phoebe, un’ibrida beagle/yorkshire (simile a quest’ultima razza) che ci mise un po’ a dimostrarmi dell’affetto ma che poi seppe recuperare il tempo perduto.

Sono uno zoofilo platonico? Forse sì.

Per le persone bestiali testé citate ho provato un amore di tipo parentale (storghé), amicale (philia) e spirituale (agape), e non un desiderio lascivo (eros), bensì una stramba forma di amore romantico (ergo, anch’esso erotico). È mia convinzione che i significati dei termini che in greco definiscono l’amore siano fra loro volatili e intercomunicabili. Credo che altri elementi della mia famiglia ammettano che qualche bacino nei confronti dei cosiddetti pets ci può sempre scappare. Esiste anche una pet-therapy che può servire a curare la depressione di alcuni homo sapiens.

Poi v’è stato il caso di Lucilio, cucciolo di gatto non vedente (‘a gatta pe’ ji ‘e pressa facette i figli cecati) che mi fu dato in affido da mia figlia. Era estate e faceva caldo. Nella stanza in cui Lucilio e io dormivamo la finestra doveva rimanere serrata: hai visto mai che quel pazzo se jettasse? Con simpatia mista a ribrezzo ricordo le volte che, svegliandomi tra un sogno e l’altro, il sederino di Lucilio era posato‘ncoppa alla capa mia… Mi sentii sollevato quando egli fu adottato da una famiglia di vicini (in cui v’erano due figlioli, di cui uno era più o meno autistico), ma come mi venne a amncare quel felino, specie quando camminava fiero sulle zampe ‘ncoppa a ‘o tavolo,  tendendo a precipitare sul pavimento (seppi ogni volta prenderlo al volo) quand’esso cessava di stargli sotto le zampe! Dopo ‘sta ampollosa premessa inizio a ragionare sul saggio della Bourke.

Scrive l’autrice ne “Amare gli animali”: “Soffriamo di fronte al maltrattamento degli animali, ma regolamentiamo la loro macellazione nei mattatoi…”

Inoltre: “Per descrivere i rapporti tra umani e animali, il filosofo Jacques Derrida ha coniato il termine ‘carno-fallogocentrismo’, con il quale si vuole indicare che il modo in cui trattiamo gli animali si basa sul privilegio dei tratti maschili (‘fallo’), sul possesso del  linguaggio (‘logos’), e implia un’intenzione di uccidere e mangiare altri esseri senzienti (‘carno’).” – nel condominio della mia infanzia, la consanguinea che conoscevo da più tempo (da prima che nascessi) era il boia di polli da tutti riconosciuta, l’unica in grado di strangolarli senza tentennamenti (conoscendola, non credo anche senza pietà). Zio Mario, in quel di Gavâsa, i conigli li ammazzava dando loro una bastonata in testa. Anche lui, come sua sorella Rosalinda, era da tutti conosciuto come una persona virtuosa: a virtuous killer.

L’argomento affrontato da Joanna Bourke ne “Amare gli animali” è dei più terribili. Qualcosa deve mutare in me perché riesca ad affrontarlo. A pagina 25 si parla del rapporto esistente fra Margaret Lowatt, che era “stata assunta per parlare con il delfino Peter, e per vivere e dormire con lui sei giorni a settimana…” – e che anni dopo lo definì “molto lascivo” – e per rispetto della privacy di entrambi i partner tralascio la descrizione, se non rammentando che, quando il rapporto si concluse, il cetaceo “pare che si sia suicidato trattenendo volontariamente il respiro.” – mi sa tanto che quel termine, lascivo, non è equivalente per tutti i mammiferi.

Nell’Introduzione sono descritte alcune scene di famosi film come Max, mon amour e King Kong, che non sono certo di voler vedere. Chissà. Amai però, sorridendo dall’inizio alla fine, quel film dal lunghissimo titolo di Woody Allen del 1972, in cui c’è la scena, citata nel saggio, di Gene Wilder che, a letto, abbraccia la sua pecorella. Questo per dire che di tutto si può narrare, con semplicità e un pizzico di arguzia. La scrittura di Bourke è ricca di entrambe le qualità. L’unico difetto che ha, e che difetto non è, è di essere esaustiva e un po’ pesante, creando nel lettore un overflow di informazioni. Del resto lei è una studiosa, mica un’anchor woman. Il suo compito non è divertire, bensì istruire.

A pagina 42 de “Amare gli animali” l’autrice fa un parallelo fra “i bambini” e “gli animali” – entrambi innocenti e incapaci di dare un consenso per alcune cose, per cui “in entrambi i casi l’attività sessuale non può che essere una forma di abuso”.

Una deduzione che lascia perplessi proprio per la sua stringente logica: “… chiunque si opponga ai rapporti sessuali con gli animali non può che opporsi a tutte le altre forme di sfruttamento animale.” – compreso l’allevamento per fini alimentari! Potrò mai rinunciare al gnôc frêt, sapendo che è necessario un casino di strutto per prepararlo? E ai citati cappelletti? E ai cìcioli (che a Napoli, leggermente diversi, son detti cicoli)?

La storia di Linda Lovelace coi suoi due collaboratori “Wolf. Un vero e proprio ‘lupo’, e Traynor il trainer degli animali” – mi fa male e non ne voglio parlare: a chi è interessato, dico che occupa gran parte del Capitolo secondo.

Non meno obbrobriosa è una teoria, che già conoscevo:Per Descartes i lamenti di dolore degli animali sono soltanto delle risposte meccaniche che hanno la funzione di edificare moralmente l’uomo.” – che non è affatto un mito umano, no! L’uomo è l’inconsapevole dio di se stesso.

“Finora ho connesso l’abuso sessuale di animali alla violenza contro le donne, ma c’è un elemento importante che è rimasto da parte, quello del razzismo…” – che è un tratto tipico della storia umana: “Sin dai tempi antichi si credeva che il sesso inter-specie avrebbe portato alla nascita di mostri.” – si pensi al Minotauro…

In un’incisione riportata a pagina 104, una bellissima giovane, dotata di tre paia di seni, si china ad allattare due giovani daini. Una cosa simile capita a noi umani, quando ci sorbiamo un cappuccino, a meno che il latte non sia di soia… ma, sapendolo, non so se lo berrei!

Quando mi è stato proposto di affrontare ‘sto volume, ho accettato perché non so dire di no. Ora mi sento di proporlo a chiunque abbia voglia di leggere un saggio colmo di informazioni chiare e complete su un argomento così desueto.

Il Capitolo quarto è Comunità zoo, dove imparo che, secondo Mark Matthews, in definitiva, “il sesso e l’amore possono soddisfare anche senza orgasmo.” – l’importante è volersi bene stando appresso l’uno all’altro, anche bocca a bocca (come nella foto che ritrae il bacio affettuoso tra Mark e l’equino “Pixel”). Sospendo il giudizio (anche perché non sono cavoli miei) se la zoofilia possa essere intesa “come un orientamento sessuale piuttosto che come una perversione” – o “come una forma di devianza”.

Resto di stucco ma presto mi riprendo nel leggere cheè stata fondata la First Church of Zoophilia, gestita dal ‘pastore Lykaon’ e nata con lo scopo di offrire la salvezza eterna alle persone che veneravano i loro ‘animali sacri’…” – mai, forse, pastore fu l’appellativo più indicato.

Anche pensando all’esperienza del citato Peter, una certa simpatia mi desta “Malcolm Brenner, l’uomo che negli anni Settanta si è innamorato di Dolly, un delfino maggiore che abitava in un parco del sud della Florida”: amore ampiamente ricambiato. Malcom è del 1951. Grazie a zio Google scorgo una sua immagine recente e mi pare una gran bella persona, che non mi dispiacerebbe conoscere.

Un equinofilo, la cui intervista è riportata a pagina 144, garantisce che “la mia relazione con gli animali è una relazione basata sull’amore, e il sesso è un’estensione di quest’amore proprio come succede con gli umani, e tra l’altro non faccio sesso con un cavallo senza il suo consenso.” – se tutti ragionassero così il mondo sarebbe meno ingiusto.

A me pare che la zoofilia somigli a una fuga dalla specie umana, non so che ne pensi l’autrice, che è “docente di storia” e “di retorica” presso un paio di pregiate Università londinesi.

La quale, infatti, scrive, a pagina 146: “È possibile che amare un animale non sia altro che un modo per liberarsi dalla pressioni della cultura umana.” – e poi cita le parole di “una persona zoosessuale” che assicura che con un altro animale non è possibile parlare di autori musicali o letterari etc, poiché si vive in quel momento in “un universo più semplice e molto puro, e in questi momenti ti puoi in qualche modo disconnettere.” – come quando si ammira un tramonto o si mangia uno strudel di mele con la cioccolata (le ultime sono due mie gustose aggiunte).

Joanna Bourke citazioni
Joanna Bourke citazioni

Ho deciso che voglio un sacco di bene sia ad “Ackerley” che alla sua fida “Queenie”: una delle coppie più solidali di tutti i tempi. La loro storia giustifica ampiamente la fatica (non lieve) di leggere il saggio.

La vita sociale reca a una scelta di linguaggi e di persone con cui giungere a una comunicazione psicologica (e a volte fisica).

A pagina 176, si parla di minori. Secondo la legge italiana si è minori fino allo scoccare del diciottesimo anno di età. Pochi minuti prima si è minorenni, poi, d’emblée, maggiorenni. Fino a che non cambieranno la legge (una volta il termine era fissato ai ventun anni), che dire se non ok!

Sorge il problema della cosiddetta circonvenzione di incapace. Essa può riguardare anche un premio Nobel un po’ distratto, un menomato psichico, un diversamente abile, una moglie o un marito oppresso (nu chiachiello o nu mamozio, lo chiamano ad Amalfi; un due di coppe in rifiuto quando briscola è denari, dicono a Reggio Emilia).

Occorre una corretta legislazione e, all’occorrenza, un giudizio tribunalizio, perché essa sia giuridicamente definita. E con questo, dal Pianeta delle scimmie è tutto!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Joanna Bourke, Amare gli animali, Meltemi, 2024

 

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