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“Stringimi a te” di Sarah Maestri: maternità ed adozione

L’esordio del romanzo autobiografico “Stringimi a te” di Sarah Maestri è: “Potrà sembrare bizzarro, ma non ho mai permesso a nessuno di toccarmi l’ombelico. Il solo pensiero mi reca…” – l’autrice si dichiara ossessionata da una forma di “omfalofobia”, termine che m’incute timore, anche perché, confessione per confessione, ho sempre ritenuto quel buchetto come la parte del corpo più simpatica e innocente di un essere umano, e che in una donna di lei dice tanto, e forse niente… Però m’attrae ogni volta!

Stringimi a te di Sarah Maestri
Stringimi a te di Sarah Maestri

I soliti reggiani, che tanto normali non sono, dicono che la loro città è l’ombelico d’Italia. Anche se vivo dalla nascita da queste parti, io, ‘sto fatto, non l’ho mai capito.

L’autrice è di Luino, la città di Piero Chiara e delle tre sorelle che si spartirono gli amabili resti di Emerenziano Paronzini, ma questa di Sarah è tutta un’altra storia, a cui urge tornare.

La “cruda realtà” fa nascere la necessità di costruire intorno a sé “una corazza” che protegga “da qualsiasi rischio” – ma non ne esistono di tanto efficaci, perché sarebbe in tal caso facile andare in guerra e ammazzare chi non ne possiede una. Anche il quasi immortale Achille ne indossava una. Il timore, o terrore che sia, “è che qualcuno potesse prendere a calci il mio cuore.” – cose che capitano a chi è vivo e talvolta si mette a gemere, celato, in un angolo.

Tutto ad un tratto, e quello che accade in un modo così fugace in genere può cambiarti la vita… improvvisamente, avverbio che dona una leggera ansia, a quell’io narrante basta gettare un’occhiata a un’ossuta ragazzina, che “seduta accanto a me, mi spiava…” – che tutto un mondo (di sospetti, di timori) crolla intorno anche a chi solitamente guarda il prossimo in quanto possibile latore di infelicità: e sboccia una specie d’amore per “una bambina che non parlava italiano”, ma che qualcosa comunicava col suo fuggevole sguardo.

Al primo abbraccio, quel che restava delle antiche fortificazioni crolla: l’io narrante ora sta sprofondando “tra soffici coperte”, ormai abbandonata “alla più piacevole delle emozioni”. Si abbraccia l’Altro per stringerlo a sé e per due soli fini: amare oppure uccidere. Stavolta è andata bene!

L’io narrante si definiva “una childfree convinta”, ma ancora non aveva idea di cosa l’aspettava.

“Amare significa decentrarsi, uscire da sé…” – sono le sante parole di un certo “don Tonino Bello”, così aggraziare che tentare di falsificarle regala un sottile piacere. Per me amare è comunicare la propria energia, sotto forma di un flusso di intriganti informazioni.

Vorrei ora ricordare l’ormai tedioso e becero entanglement quantistico (che in italiano si può tradurre con correlazione), un concetto basato sull’assunto per il quale due particelle inizialmente interagenti, qualora si distacchino, conserveranno, finché esistono, una connessione che non segue le regole del tempo e dello spazio, ma è immediata. Quando una di esse muta, per esempio, il suo spin, il suo modo di girare, l’altra la imita, in quell’istante fatidico, sia pure nel senso opposto.

Ognuno deve tenere d’occhio, senza perderlo mai di vista, sia il proprio centro (l’ombelico!) che quello altrui, poiché diversamente l’entanglement appare, ma non è mai, sconclusionato.

Reagisco al romanzo dopo averlo mangiato e leccato i baffi, e sono perciò informato di una cosa: l’io mantiene se stesso come protagonista per tutto il tempo, anche dopo avere condiviso il suo sé alla persona amata. Ed è un’altra cosa che capita a chi è vivo, a me che sto scrivendo, per esempio. Io sto pensando a me che sta pensando a ‘sti personaggi che stanno pensando ai fatterelli loro. L’importante, nel perdersi, è riuscire a ritrovarsi al Roxy Bar (anche a me piace citare Vasco).

La bambina assume subito il ruolo di protagonista, quando verso “le nove e venti” di sera ordina a tutti, genitori di Sarah compresi, di andare a “Dormire! Dormire!” – il che mostra come è catartico per questa giovane che ha tanto sofferto, per un attimo, assurgere al ruolo di direttrice. Anche un uomo sicuramente autorevole come il padre di Sarah resta “incredulo”, e “senza proferire parola”. Talvolta lo facevo anch’io con papà, mamma, invece, era già a letto, ché doveva alzarsi alle 5.

“La gioia che solo la nascita di un nuovo amore sa regalare si affiancava alla stanchezza infinita per l’iperattività e l’aggressività di quella bimba che condizionava la mia vita in tutto e per tutto.”non avrai mai passioni che non ti prendano in toto. Diversamente la tua è soltanto banale infatuazione.

“I giovani ospiti dell’orfanotrofio” sono “maestri di resilienza – Primo Levi, in Se questo è un uomo, narrava come quei deportati si abituassero fin troppo presto alla loro assurda prigionia. I bimbi, si sa, sono più rapidi degli adulti a farsi una ragione delle cose.

Quella di cui si parla si chiama Alesia ed è normalmente ospite, in Bielorussia, di una specie di brefotrofio. Essendo “una bambina di Černobyl”, ogni tanto, con numerosi altri ragazzini, può sbarcare in Italia, dov’è ospite di una famiglia per tutta l’estate, per poche settimane sotto Natale e altrettante a primavera.

Ora dovrà rimanere con Sarah solo per qualche giorno, in attesa di essere alloggiata presso una famiglia. Poiché “nessuna coppia si era fatta avanti” per tenerla, Sarah per tutto il tempo è costretta a sviluppare un rapporto che, pur imprevisto, presto si rivela tanto importante da cambiare per sempre la vita sua e di Alesia.

Dopo il suo ritorno in patria, comincia l’impegno di Sarah per poterla adottare, anche se lo stato di single parrebbe impedirlo. Recatasi a trovarla in Bielorussia, capisce che quell’entanglement è ormai indissolubile, per entrambe: “Per la prima volta, qualcuno le stava accanto, magari tenendola in braccio o mangiando con lei, e non andava via.” – non per dovere, ma in un modo appassionato.

Amore deriva da kam’a, che in sanscrito è passione, da cui deriva anche la parola amicizia, il che significa che l’energia viene spesa senza più badare a costi e pericoli, poiché non si può più agire diversamente. È quel legame di cui si diceva, che ora sta stringendo quelle due anime sempre di più.

“L’Italia, per Alessia e per tutti i bambini come lei, era il luogo delle cose possibili.” – un cosmo amichevole, dove le restrizioni erano ridotte al minimo: una terra magica in cui era ammesso nientemeno che “Babbo Natale” e dove si può imparare, cadendo, ma anche aiutate dal “nonno”, ad andare in bicicletta, dove si scopre cosa sia un “desiderio” e come riuscire a esprimerlo: “un diritto che le era stato negato fin troppo presto…”; e in cui, soprattutto, è consentito “sognare”.

Per Sarah, Alesia è ormai la figlia come, per Alesia, Sarah è la mamma. La burocrazia non consente, al momento, di ufficializzare il loro rapporto.

Sarah Maestri
Sarah Maestri

Il romanzo narra la storia di questo conflitto fra Sarah, e altre come lei, e un servizio gestito in modo arcano, che è aggrovigliato di così tante incongruenze, che si teme siano quasi irrisolvibili. Ma è a quel quasi a cui occorre aggrapparsi, se si vuol vincere la propria battaglia.

Dice l’io: “Inaspettatamente mi ero trovata a pensare per due, no solo per me stessa.” – entrambe le particelle rappresentavano una promessa di felicità, un dono “prezioso”, che a ogni stante rischiava di svanire o di frantumarsi.

L’esergo del capitolo 6. Il cambiamento riporta un pensiero di Agostino di Ippona: “L’amore uccide ciò che siamo stati perché si possa diventare ciò che non eravamo.” – e qui urge citare una non meno autorevole teoria einsteniana: E = mc2, che santifica il sempiterno scambio fra energia e massa. Se rinuncio a una parte di me per darla a te, essa diventa energia che tu poi mi restituirai ed entrambi, insieme, ricreeremo le nostre due persone. Accade pure alle cosiddette stelle doppie.

Nulla è “per sempre”, pensiero che ti atterriva, Sarah: tutto è hic et nunc, e per un bel po’, finché il destino lo consentirà.

Sarah, il tuo “mantra” è: “I sogni non svaniscono, sono le persone che li abbandonano.” – il che è naturale; ogni sogno ha l’abbandono che si merita, sennò che noia sarebbe questo nostro penoso habitat!

“Credo fermamente nella comunità educante e nel detto ‘nessun uomo è un’isola’…”io amo il verso di una canzone di Scialpi: “siamo isole nell’oceano della solitudine”, il che non significa che non si possa ogni tanto abbandonarle o accogliere a casa nostra l’Altro, come hai fatto con Alesia, e  lei con te.

Una figlia, scrivi a pagina 94, è altra cosa di una “bambina accolta”, è una parte di te, che non c’è più bisogno di ricevere, essendo già dimorata, covata, nella tua anima, e tu nella sua.

Non narro nulla delle vostre tribolazioni burocratiche, perché mi hanno angosciato, e che alla fine hanno una loro magica conclusione: ogni tanto anche la burocrazia, l’anonimo potere dell’Ufficio, scopre di essere umano. Un giorno magari mi spiegherai cosa intendesse quel giudice quanto ti disse che l’eventuale adozione da parte di una single, avrebbe condotto ad “adozioni mirate”. Al momento però la questione non m’interessa più di tanto.

La passione ha un merito, finché esiste: cresce di continuo; e un demerito: finisce per togliere un po’ di consapevolezza.

A pagina 109 voi due eroine scoprite che il vostro sentimento è “viscerale”, tanto che anche Alesia comincia a “fidarsi” di te.

Sei ora in Bielorusia e “in un supermercato” compri per quei bambini, non solo per il tuo amore, “torte, caramelle e patatine”: perché “per quei sorrisi avrei fatto qualsiasi cosa.”tutto a fin di bontà, slurp! Acquisti un numero impressionante di “Chupa Chups”, che “vennero distribuiti a tutti i bambini.” – senza alcuna discriminazione fra quei giovinetti.

Un bel dì mi racconterai di don Tonino Bello, io ora ti accenno al mio personal theologian, padre Aldo Bergamaschi (che speriamo stia bene, ora, Colà!). Finché fu tra noi, io frequentavo la sua messa in un primo tempo da ateo. Poi lui fece il miracolo non solo d’obbligarmi ad ascoltare le sue omelie tutte le domeniche e le feste comandate, cioè la Voce del suo Dio, ma anche di trasformarmi in un ignorante di quel Mistero! Destino analogo capitò a mio cugino Daniele, che un giorno si tramutò, a mo’ di Pokemon, in Don Simonazzi. Aldo disse una volta, in una sua predica, che Gesù, quella volta, mica moltiplicò i pani e i pesci, ma li seppe dividere eucaristicamente fra tutta quella gente affamata.

“Adottando un bambino si adottano i suoi traumi, il suo dolore, il suo buio.” – e la sua luce, la sua gioia, i suoi sollievi. Il che vale per ogni umano. Anche per qualche animaletto: lo so per esperienza personale.

“Non ho ancora superato la fobia per l’ombelico.” – dai, poi ne parliamo, magari.

“Adottarla da adolescente significa aver lottato per sei anni per tenerla con me e doverle subito insegnare a staccarsi per spiccare il volo verso la sua vita. Uno strappo doloroso che sto ancora provando a elaborare.”ce la puoi farcela, se volgiamo essere pleonastici. E sappi che ti capisco, sta capitando anche a me. Due buone notizie: a mia figlia e alla tua non manca il carattere!

Concordo sul fatto che ogni separazione reca dolore, e che tale sensazione rischia di fomentare la diffidenza per l’Altro. Bisogna sapere distinguere fra le diverse anime, ognuna tesa a rincorrere i suoi guai (per citare ancora il Blasco) e non rinunciare mai alla ricerca del rapporto umano perduto.

Errando s’impara e, nel farlo, ci si può imbattere in un amico che pareva, a prima vista, un ingombrante estraneo.

“Una delle certezze della vita è che non siamo mai sufficientemente preparati a quello che ci accade. Né a crescere né a invecchiare né a separarci dalle persone amate.” – e questo è un Male vecchio come la Terra, che però ancora sta girando in ‘sto cosmo illimitato. E se fosse invece un Bene?

Scrivi, a pagina 133: “… essere madre, per me, significa lasciare il mio cuore a qualcuno che vivrà in balia del mondo.” – al che ti prego, senza inginocchiarmi, di sostituire quel verbo tragicamente infinito, con quello meno tragico di affidare. Fede secondo la sua radice sanscrita bid, fid, significa legare. È una sorta di religione, termine che a sua volta deriva o da ligo, unisco, o da eligo, scelgo; lega, oppure scegli tu, che a me va bene ugualmente. Certo che tutto questo, detta da quell’ignorante sonnacchioso e al contempo allucinato che sono io, fa sorridere.

Una semplice avvertenza: non si sa ancora se quelle due particelle si siano scelte in piena autonomia, o se tutto sia stato deciso Altrove.

Carmine è un single maschio e perciò: nisba! Quel brav’uomo non potrà adottare Maxim, ma dovrà accontentarsi di continuare a ospitarlo a vita! Ma perché, Dio mio e Dio tuo! A questo punto proporrei di togliere Heidi a suo nonno! Per Diana Cacciatrice! E anche Goddam e pure Tonnerre!

Tu ora citi Nietzsche, che lui sì che se n’intende di psicopatologie: “C’è sempre una certa follia nell’amore, ma c’è anche sempre qualche ragione nella follia.” – forse l’unico atarassico buono è quello che, quando gli affetti lo inquietano, li-evita… sempre più in alto!

A pagina 140, quart’ultima riga, c’è l’unico refuso che ho colto nel tuo romanzo, e solo un folle arguto come me poteva avere l’animo di dirtelo.

Ora tocca a quell’ombelico: che te ne pare di quello di Alesia? Cambiamo argomento…

La tua scrittura è semplice, mai ridondante e, immagino, non è stato facile per te esprimere, i tanti e tanto forti argomenti che da sotto premevano per uscire, ma sei riuscita a tenerli a bada, nonostante talune tue debolezze, che hai avuto l’animo di non cercare di dissimulare. Complimenti!

“Alesia è nata il 14 gennaio 2004” – 361 giorni prima di mia figlia Anna.

“Alesia è rinata con me il 24 agosto 2018.” – circa 11 mesi dopo che, per motivi vari, mia figlia è andata ad abitare a km 680,1 dal sottoscritto. Nel 2022 lei è tornata dapprima a 0 km, e ora se ne sta serenamente a 62. Anche a me, in quei dolorosi 5 anni era concesso di andarla a trovare e di riportarla ogni tanto a casa mia. Mi ci ero abituato e non mi pesava granché. Oggi, in effetti, mi sento meglio.

Stavo pensando: se le due pargole diventassero cugine, tu e io saremmo fratello e sorella e, per loro, potremmo fungere da zio e da zia (che in tibetano è, invariabilmente, akou, mentre in reggiano è sîn lui, sîna lei). Che ridere!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Sarah Maestri, Stringimi a te, Garzanti, 2022

 

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