“L’albero dello zenzero” di Oswald Wynd: una valigia ricca di oggetti essenziali

Il romanzo “L’albero dello zenzero” si sviluppa in forma diaristica, con l’inserzione di qualche lettera inviata inizialmente alla madre e poi a Marie, l’amica francese.

L’albero dello zenzero di Oswald Wynd
L’albero dello zenzero di Oswald Wynd

L’io narrante è Mary, una fresca ventenne (siamo ora al largo di Aden, ed è il 9 gennaio 1903). Mary è una donna moderna, proveniente dalla buona borghesia scozzese, un essere ingenuo e ancora poco propenso a porsi quesiti di tipo esistenziale. La sua natura un po’ ribelle la rende però poco disposta ad accettare senza discutere le verità altrui.

È in viaggio per la Cina, dove prevede di sposarsi con Richard, un uomo molto bello, che conosce poco o nulla, e di cui ricorda a malapena i lineamenti.

Scrivendo a sé (e a me, senza saperlo), Mary non tace nessun particolare imbarazzante del suo viaggio. In una festa di bordo, a un certo punto tocca a lei al piano ad accompagnare Mrs Price, cantante improvvisata. Lei va “troppo veloce, mentre a Mrs Price piaceva prendersela con comodo.” Finita l’esibizione, “durante gli applausi e la richiesta del bis, però mi sono resa conto che nel giro di un minuto, due al massimo, avrei vomitato.”

Percepisco una vera identificazione dell’autore con questa giovane, come raramente m’è capitato leggendo un romanzo. Non so quanto Miss Mary c’est Oswald Wynd, o viceversa, però provo una vera ammirazione per la tanta empatia che fuoriesce da queste pagine di diario immaginato.

Mary coglieun rumore più acuto, una specie di strappo, come se il rivestimento di metallo sui fianchi dell’imbarcazione fosse stato scardinato” e prova paura, per cui “ho pregato Dio di non lasciarmi morire su una nave diretta in Cina. Era una preghiera da codardi e difatti me ne vergogno, ma lì distesa a occhi chiusi gliel’ho chiesto più e più volte. Poi ho pensato che forse stavano pregando anche i gesuiti in seconda classe, e magari quello ci avrebbe aiutato.” – arzigogolato ragionamento che descrive bene il suo carattere.

Del suo (si fa per dire) amato: “ricordo solo che ha una gran massa di boccoli chiari in testa, le basette non troppo folte e gli occhi azzurri, ma nel complesso il viso mi sfugge” – tredici mesi che non lo vede. Probabilmente nemmeno lui si ricorda come sono.”

Questo è il dramma di molti matrimoni: prima o poi ci si scorda com’è fatto l’Altro. Ma qui ancora il tutto deve iniziare! Auguri, sposi!

“In Estremo Oriente le donne indossano abiti molto sfarzosi, con inserti di satin e ricami e così via. Inoltre fanno sfoggio di gioielli…” – soltanto quelle ricche immagino.

“Io mi sentivo come una scialba gallinella scozzese, invece”, in Scozia era così, perché “allora non possedevo ancora il mio vestito di seta blu.”

S’interroga sul destino di “quella gente sulle barche lungo il fiume a Shanghai”, e “senza dubbio molti di loro conducono vite peccaminose, ma sono certa che non se ne rendono conto.”

Tante certezze sono tipiche di quell’età in cui il dubbio pare il maggior pericolo da evitare.

In tal caso, è possibile che finiscano all’inferno per peccati di cui sono inconsapevoli?”

Questo mistero conduce al successivo quesito:Come può essere che milioni e milioni di persone siano così piene di sé da ritenersi meritevoli della misericordia eterna di Dio?”

Intanto la nave è giunta a destinazione e fra poco Mary e il suo bello si sposeranno: “Sono arrivata all’altare che ancora il caldo non si sentiva e infatti ho dovuto promettere a Richard di amarlo e rispettarlo per il resto della mia vita quasi battendo i denti.” – questo lo dice alla mamma per lettera (perciò è stato usato il corsivo).

La fresca sposina scopre di non avere voce in capitolo nella gestione della casa, perché di tutto si occupa il maggiordomo Yao, un ometto simpaticamente strabico.

Non le resta che imparare le consuetudini che tutti danno per scontate: quando un domestico fa la spesa, la cresta è d’obbligo, in quanto è equiparata alla giusta mancia che merita. Conclusione d’obbligo: “Stando così le cose, dunque, se dovessi andare a fare la spesa con Yao a farmi da interprete, si intascherebbe un tot in ogni luogo, anche se non dovessimo comprare nulla.”

Strano mondo nuovo quello in cui è al momento relegata:In Cina ti accorgi subito, e in modo evidente, che la vita delle persone vale poco. Per molti sembra un privilegio anche solo esistere.

Quello che sente Mary lo riceve da Oswald e lo trasmette al sottoscritto:Dopo le vampate di calore di prima, all’improvviso mi sembrava di avere un pezzo di ghiaccio nello stomaco.”

Mary è accompagnata dalla gentile e onnipresente Marie:quando sono rientrata dopo averla accompagnata al cancello, mi sembrava di essere stata sballottata come un articolo alle svendite di gennaio.” – fa’ attenzione, cara, ricordati che da quelle parti il Capodanno si festeggia un mese dopo.

In una serata tra amici, incontra uno strano individuo, il conte Kurihama, un nipponico introverso e che pare tirarsela un po’. Gli chiede “se Kurihama si riferisse a un luogo, come accade con la nostra aristocrazia, oppure se fosse il nome di famiglia; dopo averci riflettuto per circa cinque minuti, ha proferito un’unica parola: ‘famiglia’.” Questo blasonato individuo le pare anche un po’ maschilista. Ma potrebbe essere solo una sua impressione.

Di Richard, lei non è che si fidi poco, anzi, non si fida per nulla: egli abitualmente apre le lettere indirizzate a lei, ci dà un occhio e poi gliele consegna. La cosa fa parte dei suoi diritti maritali.

“Dovrò procurarmi una scatola provvista di lucchetto. Mi sembra una sciocchezza da scolaretta, però. Devo farmi passare questo brutto vizio di scrivere qualsiasi cosa mi succeda, eppure credo sarebbe come tentare di liberarsi dalla dipendenza dall’oppio.” – e poi chi lo direbbe a Oswald?!

Del conte nipponico dice: “Sono sicura che parli inglese in quel modo perché pensa che sia quanto ci si aspetti da un giapponese, solo che all’improvviso, con mia grande sorpresa, gliel’ho confidato. Mi ha guardato negli occhi, credo per la prima volta, poi è scoppiato a ridere” – dai che forse è fatta! Cosa? Non lo so!

Dopo questo siparietto, i due ciarlano amichevolmente.

Lei ripensa alle sue scelte e si domanda: “Perché dobbiamo prendere certe terribili decisioni per la vita quando siamo troppo giovani per capire cosa stiamo facendo? Poi ci appendiamo al collo i grossolani errori commessi e lì restano per sempre.”

“Una cosa che Richard non capirà mai di me è che io sono abituata a vivere senza antenati, mentre la sua vita a Mannington era circondata da innumerevoli generazioni di avi, che da bambino lo osservavano dai quadri oscuri appesi alla parete delle scale che saliva per andare a letto. Dev’essere terribile vivere senza antenati in Estremo Oriente, dove sono tenuti in altissima considerazione, ma in tutta onestà io non ne sento affatto la mancanza.”

Nel precedente periodo sono indicate le ragioni che porteranno la protagonista a essere sballottata da una parte e dall’altra e privata sei suoi affetti più chiari. Non so ancora come terminerà la sua odissea, ma la sua sorte mi sta diventando sempre più cara. Mi sento come un suo carissimo amico che trepida insieme a lei, per le tante situazioni sospese che incombono sulla sua (e ora sulla mia) esistenza. Siamo uniti in un entanglement misterioso attorno a cui tutto il cosmo gira per i fatti suoi e ci è sempre più difficile dare una ragione a quel che accade. Dei due, quella più in grado di accettare la realtà mi pare lei. Io sono decisamente più insofferente.

“Mi sento ancora in colpa perché non ho potuto allattare Jane. Credo che Richard fosse arrabbiato perché una Collingsworth si è dovuto attaccare al senso di una nutrice cinese, come se fosse portatrice di chissà quali strane malattie.” 

Non avevo ancora detto che nel frattempo Mary ha partorito una bambina molto somigliante al padre. L’amica Marie le dirà: “Sai che ho visto tua figlia ridere delle proprie battute?”, al che Mary aggiunge: “Apparterranno al repertorio dei Collingsworth. Jane avrà la pelle e i capelli chiari come Richard.”

L’umorismo di Mary, profuso con abbondanza, è sempre fine e acuto, e le sue battute sono dotate di un’ironia leggera e fintamente seriosa. Lei non ride mai delle proprie antifrasi.

Quando litigano i francesi Marie e Armand “gridano, ma sono certa che nessuno dei due sappia serbare rancore verso l’altro a lungo.”

“Quando io e Richard ci troviamo in disaccordo, non parliamo molto, ma in me avverto una colonna di freddezza, e capita anche a lui, lo percepisco.”

Mary incontra di nuovo, per puro caso, il nobile nipponico. La colpisce il fatto che, pur ferito, egli disdegni “di passare la convalescenza in Giappone”, ma preferisca starsene in Cina, in quel luogo poco frequentato.

“… voleva restare un po’ da solo per potere offrire ai suoi uomini morti in battaglia delle preghiere di scusa. Se avesse dato ordini migliori, forse non ne sarebbero caduti tanti.” – Cadorna e Diaz non dimostrarono un’analoga sensibilità.

Come per caso e aggiungendo un “la prego” sospetto, Kurihama la invita ad andare da lui l’indomani pomeriggio. E lei ci andrà, pur pensando: “non avrebbe mai rivolto un simile invito a una donna giapponese sposata. Forse pensano che nel profondo siamo tutte donnacce.” – tutto è relativo, direbbe qualcuno.

A conquistare definitivamente il suo cuore, che conteneva tanto posto libero, è questa poesia, che pare uscita da Genji Monogatari: “In fondo a questa montagna /il canto dell’usignolo/ domani ci sarà solo/ l’impetuoso soffio del vento?”

Al che lei comincia a piangere e lui le dice: “Non piangere, Mary”. Tutto lì.

In quel viene concepito un bimbo che si chiamerà Tomo.

La sera, lei scrive: “Ho paura a spegnere la luce e distendermi. Ah, magari riuscissi a spegnere il cervello…”

“Chissà che aspetto avrà il bambino che porto in grembo. Sono sicura che sarà un maschio.”

Richard avrebbe voluto un maschietto e che lei lo allattasse. Mary l’ha poi deluso in entrambi i casi.

Lei dona (nel vero senso della parola) un maschio a Kentaro (così si chiama quel solitamente taciturno nobile) e lo allatterà. Richard la caccia di casa, allontanandola per sempre dalla bambina.

Lei a un certo punto immagina che il suo ormai lontano coniuge potrebbe rimanere ucciso in guerra. Poi le viene la nausea al pensiero di tanto egoismo.

Mary non ha più scrupoli di tipo religioso o sociale. Le andrebbe bene diventare la seconda moglie di Kentaro. “Nessun cristiano che si rispetti prenderebbe mai nemmeno in considerazione il tipo di vita che io, invece, sono disposta a condurre. Significa che pian piano mi sto distruggendo?”

Mary incontra poi un bel soggetto, tale Aiko, nobildonna femminista, che lotta per i giusti ideali di libertà in un paese che più tetramente maschilista non si può, e che le dice: “Due donne poco rispettabili come noi dovrebbero diventare amiche, non trova?” Trova.

Aiko è ricca, e “non ci troverebbe nulla di strano nel consumare l’ultimo pasto prima di essere giustiziata su un vassoio laccato d’oro…”. Mary non ha che pochi spiccioli che calano a vista d’occhio.

Non crede però in un fato di tipo macbethiano: “È stata una mia scelta, dunque non posso biasimare Dio, né le Parche, solo me stessa. E spesso, guardando Tomo, sono felice.” – e si badi bene che Richard l’ha cacciata e ha inviato la figlia Jane in Inghilterra, come se fosse un pacco, presso la propria famiglia.

Kentaro va a trovare Mary. Le chiede di vedere il figlio, si siede appresso a lui e spedisce lei in cucina.

“… poi sono scesa dalla scala quasi a pioli senza che nessuno mia avesse chiamato.” – un giorno me lo spiegherai questo quasi?

Mary scrive alla mamma, pur sapendo che non le risponderà. Lei stessa non allega al diario la lettera: “… all’improvviso la sento lontanissima…”. Da tutti lontana, ormai, vicina solo a Tomo.

Con Kentaro va benino. Ridono insieme (in senso letterale e allegorico): “Ridere in coppia a volte è un atto d’amore più intimo di qualsiasi altro.”

Se Tomo fosse venuto biondo e con gli occhi azzurri non ci sarebbero stati problemi, invece è “un giapponese fatto e finito”.

Pertanto anche il secondo figlio le viene sequestrato e destinato altrove. E Kentaro si dilegua a combattere in Corea.

Alla domanda di Mary: “Ma in questo paese le donne non godono di nessun diritto?”, l’intrepida e coerente Aiko risponde: “… a, quanto vedo nemmeno nel tuo. Non hai forse perso anche tua figlia?”

In quel periodo storico la donna era un mero strumento di procreazione, ideale per tenere alto il nome della famiglia, che era tenuta a onorare e a servire senza tanti sghiribizzi. Mary e la stessa Aiko, ognuno a modo suo, osano opporsi a questo diktat universale.

“Eppure sono certa che lui mi trovasse almeno accettabile; ho perso suo figlio, ma la sua poesia ce l’ho ancora.”

Un esempio d’ironia di Mary (lo sta scrivendo a Marie): Leggo molto, divoro tutto quello che trovo. In una bancarella al mercatino serale ho comprato sei volumi dell’Encyclopaedia Britannica, decima edizione, da KYS a PAY, e li sto leggendo d’un fiato, così un giorno sarò una delle donne più informate del mondo sulle questioni comprese fra quelle due lettere…”, e quando un tale le chiede la sua opinione su Kant dice che:non posso sostenere discussioni sull’argomento”, essendo la KA esclusa dal suo apprendimento. Per la medesima ragione anche Kierkegaard e Keynes rimarranno dei misteri insondabili per lei.

Come lo è anche l’amicizia, quello strano rapporto umano verso alcuni altri, di cui la nostra eroina non sa fare a meno, anche se ogni tanto la solitudine serve a cullare quel che rimane dei suoi sogni. Incontra i Dale, Emma Lou e Bob, che tanto cambieranno la sua vita e ancora non lo sa.

“Mi fa strano accettare che a volte nella vita i rapporti di amicizia vengono orchestrati dall’’esterno’, ma alla fine spesso mi ritrovo a credere a ciò in cui credo. Probabilmente deriva dal fatto che non ho una personalità definita, o perlomeno non riesco a definirla a me stessa.”

La frase denota la consapevolezza di non essere troppo consapevole, la quale è una frase stanca, ma che dà l’idea della mente di questa conturbante e conturbata ragazza che ha un pregio notevole: la sua personalità cresce ogni volta che la vita le pone davanti, all’improvviso, un ostacolo quasi insormontabile.

Per lei vale il detto di Arnold Schwarzenegger: no pain no gain. Occorre sempre andare avanti, nonostante le botte ricevute, perché ti servono per giungere , in quel torbido futuro, dove siamo tutti indirizzati.

La tua personalità, cara, non è definitiva proprio perché è in crescita permanente.

Oswald Wynd
Oswald Wynd

Non sei coriacea come la tua amica Aiko e come Kentaro? Ti rispondi da sola, ma non so se fraintendi, quando dici che loro “hanno ricevuto in dono un carattere forte e i caratteri forti pretendono di avere nella vita un insieme di regole secondo le quali agire.”

Tu no e allora scrivi “Dovrei vergognarmene, invece no.”

Le regole te le costruisci vivendo, adattandole agli avvenimenti e all’ambiente in cui ti trovi. Sei diversa da loro, così tetragoni e quasi sclerotici. Tu sei un’anima in movimento costante e permanente.

Sei stata “in panciolle” per gran parte della tua giovane vita, ma ora sai che devi rimboccarti le maniche, se vuoi mantenere non soltanto la tua dignità (e le relative fisime che riguardano quei due individui ingessati a cui hai donato un figlio e poi loro se lo sono preso senza manco ringraziare, anzi, privandoti della loro presenza), e la tua efficienza umana, che non t’abbandonerà mai, cara la mia scozzese coriacea.

Encomiabile sei quando decidi di rivolgerti alla polizia per ottenere informazioni riguardo una vecchia e cadente casa di cui ti sei infatuata. Il poliziotto è obeso e pieno di sé. E tu sai come prenderlo, simulando quel che non sarai mai: una donna indifesa e rispettosa dell’altrui prepotenza.

Sai a menadito i codici di comportamento che lui si aspetta da te. “In primo luogo, si imparano le parole da omettere, quelle cioè che non ti devi mai sognare di usare perché a uso esclusivo degli uomini. In cambio te ne vengono concesse altre, che a sua volta un uomo non pronuncerebbe neanche a costo di farsi aprire la pancia.” – in quel luogo uomo = giapponese tradizionalista.

In altre parole: “gli ho spiegato che ero una povera donna disperata di Tokyo e che solo la sua misericordia avrebbe potuto aiutarmi a risolvere il mio problema.”

Intuisci che “da quando prestava servizio in quella periferia, quel poliziotto non aveva mai incontrato una straniera che sembrava conoscere la vera essenza nipponica quanto me.” Riesci ovviamente a carpire da lui quanto ti serve.

Non avevo evidenziato un fatto importante: da quando sei sola e abbandonata ti sei rimboccata le maniche e sei diventata una capitana d’industria, accorta e ardita come poche e che hai fatto una mezza fortuna, anche grazie a Bob Dale che ha intuito le tue qualità imprenditoriali.

E pensare che solo poco tempo fa eri una semplice anche se geniale caporeparto di un negozio di Osaka!

Un aspetto non mi risulta chiaro. Sembra che tu abbia diradato la scrittura del diario. A volte lo scrivi solo in pochi giorni in un anno, e per poche pagine; a volte lo tralasci per anni interi.

Oppure, per questo libro, qualcuno ha scelto soltanto alcuni avvenimenti significativi? A chi potrei chiedere ormai?

Gli anni passano, le pagine del diario si diradano sempre di più, ogni tanto hai una storia sentimentale che dura un po’ e poi cessa, perché sei una donna libera.

Peter è un personaggio particolare che hai conosciuto per caso. Da antagonista è diventato un tuo solidale e forse vi potreste sposare. Ma capisci che non è il caso: “Se ci sposassimo, litigheremmo troppo. Così, invece, abbiamo ciascuno la propria casa in cui rifugiarsi e questo ci offre la possibilità di mantenere le nostre identità separate grazie a un diverso ambiente fisico.”

Ogni tanto spuntano dal nulla dei personaggi, che durano poco, come tante particelle: si agitano un po’ e poi svaniscono.

“C’è una pianta che Sato detesta, invece, quasi al punto di provare rabbia, probabilmente perché non la conosce.” 

È l’albero dello zenzero a cui ti stai veramente affezionando perché ti ricorda qualcuno: è straniero, e si mantiene anche in un terreno aspro e difficile. Sei tu quella pianta e ne sei consapevole.

Ti giunge la notizia che è morta tua mamma, che non ha mai risposto alle tue lettere, dopo la tua caduta. Scopri che lei ha fornito la famiglia del tuo ex marito (anche lui deceduto) i soldi necessari all’educazione di tua figlia. In tal modo lei si negava ogni specie di lusso, pensando forse che tu ne fossi al corrente, mai dicendoti nulla però. Per forza, non ti ha mai scritto, dopo la tua caduta!

“Povera mamma, lei e il suo austero e ostinato orgoglio scozzese. Suppongo di essere così anch’io.”

Bob vuole che tu compia delle più che sicure speculazioni finanziarie (siamo nel 1928), ne è sicuro, insiste. Ma tu sei scozzese, e dici: “Bè, io no”. L’anno prossimo scoprirai quanto hai avuto ragione.

Il tuo ex amante Kentaro ti viene a trovare dopo tanti anni e ti fa capire che mai ti ha dimenticato. Anche tu l’hai sempre avuto in mente, e un poco anche nel cuore. Chissà. Bello è il fatto che quando si presenta all’improvviso non ti alzi, come farebbe una nipponica educata e che, quando chiede la tua mano (è vedovo da due anni), tu la baratti con la possibilità di rivedere tuo figlio.

Non è possibile? Non fa nulla, continuiamoci a vedere così, senza pudore né impegni.

“Dopo trentacinque anni trascorsi nello stesso paese, la tua ‘patria’ è qui e non puoi creartene un’altra.” – tu sei come quell’albero, ricordi?

“La pianta dello zenzero, che è di nuovo cresciuta parecchio, resta la caparbia straniera di sempre.”

Il 6 dicembre 1941 scrivi che tua figlia si è fatta viva con una lettera, in cui, ormai rimasta vedova con due figli, ti chiede se vuoi andare ad abitare da lei, in Inghilterra. Non lo so se ci andrai.

Nove mesi dopo sei gentilmente invitata dalle autorità giapponesi di partire subito e senza discutere. Hai diritto a due valigie da riempire in un’oretta. Ci metti i diari, pochi vestiti e le scarpe.

“… allora mi è tornato in mente quello che mi aveva detto Peter sul fatto che non servissero bauli ingombranti nel viaggio della vita.” posso eleggerla frase dell’anno?

Sei la solita: a un fotoreporter dici che non tornerai in Giappone “finché Tokyo e Yokohama fossero rimaste sotto le macerie e le Forze Occupanti necessitassero di un controllore della Dogana. Volevo fare domanda per quel posto poiché pensavo che la mia esperienza commerciale in questo paese migarantiva qualifiche uniche per svolgerlo al meglio.”

Ammiro la tua franchezza, ma vedi che a volte ti scappa la parolina che può disturbare e ora temi ripercussioni. Una delegazione di nipponici (ricordati che sei a Singapore, dove comandano loro) sale sulla nave e chiede di te. La cosa t’inquieta non poco. Ma non temere…

Uno strano pilota ti regala un’informazione che rimarrà sempre nel tuo cuore di mamma. Che resterà sempre e soltanto un’informazione. La tua vita è al solito altrove.

Il tuo diario si è interrotto quel 20 agosto 1942, di pomeriggio.

Dove sarai domani? C’incontreremo ancora? Ti sei poi rivista con Oswald?

So che ovunque lui sarà, lo cercherò per chiedere di te.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Oswald Wynd, L’albero dello zenzero, Garzanti, 2021

 

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