“Pietro, il partigiano sardo” di Antonietta Langiu: una riflessione sulla responsabilità personale e collettiva

Il nuovo romanzo di Antonietta Langiu – scrittrice veracemente sarda nata a Berchidda (SS) nel 1936, residente da molti anni nelle Marche nel piccolo borgo di Sant’Elpidio a Mare (FM) con il marito, il noto pittore Ottorino Pierleoni – uscito recentemente merita un approfondimento.

Pietro, il partigiano sardo di Antonietta Langiu
Pietro, il partigiano sardo di Antonietta Langiu

Il titolo, Pietro, il partigiano sardo (Manni, Lecce, 2021), di per sé svela già il contenuto dello stesso, che trae origine da motivi storici e, come vedremo, ha tra le volontà quella di fungere da testimonianza familiare e collettiva di un momento nevralgico del nostro passato nazionale. Quello, appunto, della Resistenza che già nel 1944 aveva cominciato ad organizzarsi in bande e in maniera frugale e che nel corso del 1945 avrebbe visto, nel connubio con l’intervento delle forze in sostegno all’Italia martoriata, scalzare per sempre la nefanda dittatura del fascismo.

Il volume prende in esame l’esistenza di Pietro, sin dalla sua giovinezza, inserito nel suo contesto familiare e popolare per giungere all’età adulta dell’uomo, alla sua ritrovata consapevolezza ed è, dunque, anche un romanzo di crescita e maturazione, esempio di quelli che in passato si sarebbero definiti “di formazione”. Piuttosto che una formazione quella di Pietro è una continua resistenza e resilienza, una sofferenza sottaciuta che, nel contesto militare nel quale è inserito, viene ad assumere le tinte di una sopportazione quasi dai toni sacrificali.

Dopo una lunga poesia della nota scrittrice Joyce Lussu (1912-1998) – dall’autrice conosciuta personalmente al punto di viaggiarci insieme nella loro comune terra, la Sardegna, e frequentata nei suoi ultimi anni quando risiedeva nella tenuta di San Tommaso alle porte di Fermo – che apre il volume e che anticipa il tema della morte – leitmotiv di ogni narrazione di guerra e uno dei motivi del presente romanzo – ci s’immerge nella prima sezione (il romanzo ne conta quattro, sono di diversa lunghezza e, come si vedrà, contraddistinguono i momenti salienti del percorso accidentato del protagonista, combattente ed esule).

L’autrice consegna al lettore con tocchi di vivo colore le peculiarità di una terra brulla e selvaggia quale è la Sardegna campestre di quel periodo storico, raccolta attorno ai nuclei familiari e alle attività e istituzioni cittadine. La voce extra-diegetica della narratrice riflette sin da subito sul tema della guerra giungendo ben presto alla conclusione che “in guerra niente è leale e scontato”.

La cronistoria degli eventi è di fondamentale importanza per contestualizzare la narrazione: si parte dal 1936, anno importante per il fascismo perché detta la creazione dell’Impero con la conquista di territori oltremare che vanno ad arricchire i possedimenti e ad accrescere ancor più il delirio di onnipotenza dei gerarchi fascisti. Si parla della guerra d’Etiopia con la successiva fuga del re legittimo Hailé Selassié (1892-1975): l’Italia diviene un impero. In quest’ottica, assieme alle varie forme della retorica di regime e del mito dei fasti imperiali, sarà la popolazione civile a farne le spese. Prima la promessa dell’oro alla patria, in difesa di una grandezza della stirpe e della Nazione che va protetta ed esaltata e poi l’arruolamento di numerosi giovani che vengono mandati a combattere in vari contesti internazionali: chi nella guerra di Spagna – che si combatterà dal 1936 al 1939 e decreterà l’istaurazione di una nuova dittatura figlia, appunto, del fascismo di marca italiana – chi in Russia, chi in Albania e nei Balcani.

È questo, appunto, il caso di Pietro, il protagonista del romanzo che – dobbiamo subito dirlo – non subisce l’arruolamento in quanto ad imposizione obbligatoria della leva ma vi aderisce con entusiasmo con il desiderio di difendere e fare grande il Paese, allineandosi ai proclami giovanilistici ed entusiastici del Duce. Sentimento – questo di Pietro – che fu affine e analogo a quello di molti ragazzi che, con impeto e convinzione, aderirono alle missioni militari. A tal riguardo così scrive l’Autrice: “Avevano esercitato un fascino speciale le camice nere, il fez, il saluto fascista, le parate del sabato in piazza” (15).

Il 10 giugno 1940 – la Nostra riporta con puntualità la data – Mussolini dà apertura alle ostilità contro gli altri paesi dichiarando guerra alla Francia: è l’inizio di una delle peggiori ecatombe della storia contemporanea.

Dopo un breve periodo di addestramento militare nella caserma di Parma, dopo aver lasciato la sua famiglia (madre, zia e sorelle, di loro molto si parla, ma anche il padre) e la donna vista appena, frequentata per niente, a lui promessa in sposa, Pietro è reclutato quale Caporale Maggiore e viene mandato a Tirana.

Re Vittorio Emanuele III di Savoia - 1930
Re Vittorio Emanuele III di Savoia – 1930

L’Albania si trova nel pieno caos, la famiglia reale degli Zogu è fuggita lasciando il Paese in balia di un destino tribolato, in parte già scritto e intuibile; l’occupazione dell’Albania da parte della milizia italiana iniziò nel 1939 e avrà termine nel 1941 con l’occupazione completa del Paese. Re Vittorio Emanuele III, nell’occasione, venne anche proclamato Re d’Albania. In questa prima fase delle sue peripezie, Pietro è ben motivato, sicuro di fare la giusta impresa per il bene comune, difatti considerava la causa “indispensabile e necessaria” (23).

Una volta conquistato il paese delle Aquile, Mussolini intende proseguire nella sua campagna espansionistica e stavolta è intenzionato a puntare sulla Grecia ma, a differenza di quanto era accaduto con l’Albania, qui la resistenza è più accentuata e le milizie italiane fanno più difficoltà a proseguire (l’Autrice parla a ragione di una “guerra di trincea e di logoramento”, 26) nelle operazioni al punto tale che ci saranno conquiste e ritirate continue fino a che Hitler non farà intervenire i suoi militari, trasformando la questione in qualcosa di puramente tedesco[1].

Ed è proprio nel corso della campagna di Grecia dove Pietro giunge faccia a faccia con la morte, dove vede cadere amici e colleghi e rischiare egli stesso la vita al punto tale che comincia a considerare in maniera diversa quel conflitto: non più qualcosa di giusto, inevitabile e necessario, ma d’incomprensibile e d’indefinibile: “solo ora cominciava a riflettere, a guardare in faccia la realtà, sconvolto dal dolore e dalla paura dei suoi compagni, ma anche dalla sua” (30).

Ed ecco, che poche pagine dopo la scaltra narratrice riesce a dar forma a quel senso di negazione della guerra, di disaffezione e lontananza dai proclami di vittoria: “I suoi ideali […] non valevano più, non avevano retto all’impatto con tanta sofferenza inutile; erano però serviti a Mussolini e a Hitler per trascinare in una guerra terribile milioni di giovani inesperti e immaturi come lui” (32).

Dopo attacchi, ripiegamenti e incursioni, il progetto militare degli italiani cambia e si cerca di far presa a nord, puntando verso la Jugoslavia ed è proprio in tale contesto dove nel maggio del 1941 Pietro viene inviato.

Riportiamo direttamente le parole della Langiu per proseguire la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono il protagonista: “La resistenza slava venne annientata e gli italiani entrarono trionfatori a Lubiana. Altre truppe italiane occuparono parte della Dalmazia e il Montenegro; smembrando tutta la Jugoslavia e dividendone i territori con la Germania e l’Ungheria. Il trionfalismo degli italiani ebbe una durata limitata, perché nella provincia di Lubiana si sviluppò un grande movimento di protesta e di resistenza armata, cui fece seguito una selvaggia e crudele repressione italiana” (39).

Per la prima volta Pietro si trova nella situazione di rivolgere l’arma verso i suoi simili, è costretto a fare delle scelte di carattere vitale: tentare di difendersi a costo di uccidere l’altro o, al contrario, farsi uccidere. L’autrice mostra in tale circostanza, nella quale si evidenza la precarietà e l’incongruenza dell’uomo che fa del male a se stesso, la grande umanità di Pietro che vorrebbe solidarizzare con l’altro, riconoscendolo amico e fratello, cosa che non può fare perché il contesto – la tragica cornice all’interno della quale sono inseriti – non lo prevede e non lo consente.

Ecco una voce interiore – che sembra essere quella dello stesso Pietro, ma è anche quella dell’Autrice e, se vogliamo, di noi tutti – che così asserisce: “È difficile accettarsi e vivere in pace con se stessi quando sai che, per un presunto dovere verso la tua Patria, hai compiuto le azioni più abominevoli e terribili; quando senti il peso di una colpa che non ti sarà mai perdonata” (41-42). Frangente, questo, che può farci pensare ad esempio alle parole dette da alcuni gerarchi nazisti, processati dopo la fine del totalitarismo in Germania, che vennero chiamati ad ammettere le loro colpe per i reati loro ascritti e, pur riconoscendo di aver commesso atrocità, non poterono fare a meno di dire che le avevano compiute in virtù di un potere superiore ai quali erano soggetti e per il dovere di difesa e rispetto nei confronti della Nazione. Si chiude qui, con queste riflessioni che la Langiu fa elaborare al personaggio della narrazione ma che al contempo consegna a noi tutti lettori in quanto si elabori una responsabilità personale e collettiva sempre più edotta e irreprensibile, la prima parte del romanzo.

Nella seconda parte il protagonista, dopo un’apposita licenza, finalmente può ritornare dai suoi cari. Ci viene, dunque, narrato il viaggio per ritornare in Sardegna, l’affetto della sua famiglia e la possibilità di riunirsi alla donna con la quale si era impegnato. La licenza ha una durata breve e Pietro che ha visto la morte con i propri occhi ben sa che se è stato “graziato” una prima volta dal conflitto bellico ed è riuscito a ritornare dai suoi, non è così scontato che ciò possa riaccadere una seconda volta[2]. Tuttavia non intende sposarsi perché – oltre a non conoscere, e dunque a non amare la donna – non intende in nessun modo fare di lei una giovane vedova (come in moltissimi casi accadde, mentre in altri casi ci si sposò addirittura “per procura”). Alla fine, però, il matrimonio viene celebrato sebbene l’avvenimento appare come qualcosa di sospeso, di non reale. Da una parte la mancanza di infatuazione dei giovani, la carenza di amore e sincero affetto e dall’altra la minaccia incombente della guerra, delle mutilazioni, del lutto, del silenzio totale: “Ora era sua moglie, pensò, ma gli sembrava quasi una sorella, una sorella piccola cui doveva rispetto e attenzione” (60-61).

Come era accaduto già nel corso della prima parte del romanzo, qui si compie la completa formazione di Pietro che, avendo fatto conoscenza del mondo e delle sue storture, avendo visto il vizio e la morte e verificato l’incongruità e la banalità dei motti e di tanta retorica malvestita di violenza, è ora in grado di svelare l’ipocrisia – l’impostura, per dirla con Sciascia – alla quale è stato subdolamente sedotto e imbrigliato: “Quanta stoltezza, e quante stupidità avevano riempito la sua mente; ora provava disgusto e ripugnanza verso se stesso e verso chi ancora non si era reso conto del grande inganno che aveva portato l’Italia e gli italiani verso quel pozzo nero, carico di dolore, di morte e di sacrifici estremi, che avrebbe inghiottito tutti” (66).

È una presa di coscienza dolorosa, è vero, ma è anche un aprire gli occhi in maniera netta su quel che accade. Ed ha, proprio per tale motivo, la forza di una sorta di vera e propria rinascita: se il militare di prima, illuso e combattivo, s’impegnava a difendere un ideale a sprezzo di ogni pericolo, ora ha compreso che non v’è bene più caro che l’esistenza dell’uomo e, dunque, la conservazione del suo stato di salute, il mantenimento degli affetti, la cura personale. Perché è solo da queste cose che, eventualmente, può nascere un bene collettivo e plurimo, condiviso. Pietro lo sa. È un uomo diverso: sulla sua pelle ha fatto la conoscenza del Male. Ed è per questo che ora con più forza lo rifiuta, se ne allontana, perché è solo nella condanna, nella negazione e nella riprovazione di ogni forma di violenza che può rendersi possibile la creazione di uno spazio di equità, pace e condivisione. Ed è quel che accade quando, in apertura alla terza sezione del libro, la Langiu scrive “Pietro ebbe la consapevolezza piena del dolore del mondo” (73).

Il ritorno nei Balcani questa volta vede la presenza di Pietro – tra Valona e Argirocastro – in un contesto difficile da domare, ricco di fermenti resistenziali albanesi pronti a combattere con sempre maggior forza il nemico. Siamo ormai nel 1943 e nel luglio di quell’anno qualcosa di importante accade: la dittatura fascista cade. Il disgregarsi della macchina-stato voluta dal Duce crea grande scompiglio e la popolazione è nel caos: la guerra viene ancora combattuta, ci sono gruppi di formazioni partigiane e il contesto internazionale osserva l’Italia con grande attenzione. Cosa accadrà? La firma dell’Armistizio di Badoglio non scioglie le complicanze del momento: si continua a combattere e la guerra si trasforma, in molte circostanze e ambiti, in un vero conflitto civile.

Antonietta Langiu
Antonietta Langiu

Ecco le parole della narratrice:Secondo gli accordi di capitolazione, l’Armata italiana avrebbe dovuto porre fine alle operazioni militari e consegnare le armi alle forze nazionaliste albanesi, ma il Comandante Dalmaco non accettò e ordinò ai reparti di consegnarsi ai tedeschi” (76). Così mentre gli italiani in Patria combattono con le sacche di tedeschi rimasti – è il momento delle gravi rappresaglie naziste – fuori dalla Nazione i militari italiani cercano di votarsi ai tedeschi, loro vecchi alleati. La situazione è particolarmente movimentata e frammentata al punto tale che c’è chi cerca nei tedeschi un difensore chi, invece, stanco delle tribolazioni condotte da una dittatura famelica e schizofrenica, decide di ingrossare le file della resistenza albanese.

Inizia così, dopo la cattura di Pietro da parte dei nazisti, una nuova dura prova da dover affrontare: l’internamento in un lager (Aschaffenburg, per la precisione, nell’Alta Baviera sul Meno). Pur tuttavia Pietro, che ha ben servito la leva, si è contraddistinto e ha buone capacità logistiche nel gestire persone, sa che potrà far forza del suo temperamento nel nuovo contesto nel quale viene a trovarsi. È pur sempre una prigionia, è vero, ma riuscirà ad ottenere la considerazione e dunque un atteggiamento di maggior remissione da parte di questi ultimi. Lì, infatti, viene inserito in una compagine lavorativa non proprio in quanto prigioniero di guerra o militare nemico ma in qualità di internato civile.

La Langiu, nel narrare questo momento della vita di Pietro, non manca di accennare – prima – e di tracciare – seppur velocemente – poi un rapporto dell’uomo con l’altro sesso, un istante di vera passione e affiatamento con una donna diversa da sua moglie. Il tema dell’adulterio – di questo si sta parlando – è qui posto in sottofondo della storia e, tranne la breve trattazione in questa sezione del romanzo e l’apertura di quella successiva, non verrà recuperato né fatto oggetto di reminiscenza in periodo successivo.

Si apre la quinta e ultima sezione del romanzo: la guerra è terminata. Il nuovo viaggio a ritroso alla volta di Berchidda è un percorso difficile e non privo di ostacoli: questa volta non è il peso della guerra e il clima generale d’incertezza, quanto piuttosto una confusione interiore, un senso di malessere difficile da indagare nel quale forse rientra anche una nostalgia per la donna alla quale si è dato e dalla quale è stato ricambiato. Pietro “aveva iniziato a capire e a capirsi” (108) scrive la Langiu. L’esigenza del ritorno è motivata dalla fine della guerra, è certo, ma impone anche l’urgenza – un tempo sentita come dovere morale – di dar seguito a tutte le cose rimaste sospese, interrotte dalla sua assenza durata ben cinque anni. È qualcosa di non semplice né di automatico. Pietro, infatti, dovrà ritrovare la sua giusta collocazione nel suo contesto ancestrale prima di poter slegare i nodi che il conflitto bellico ha annodato per poter ripercorrere il naturale corso degli eventi, al fianco dei propri cari.

In queste ultime pagine ci vengono narrati gli avvenimenti che s’iscrivono in questo percorso: la ricostruzione del Paese (anche la Sardegna era stata duramente bombardata) e il massiccio problema della disoccupazione; Pietro nel 1946 troverà un buon lavoro a Cagliari dove si occuperà di opere di risanamento e bonifica e da lì, anni dopo, esattamente nel 1949, entrerà in un corpo di polizia. La nascita di Alisa, sua figlia, e poi altri due bambini. Questi fotogrammi della maturità dell’uomo vengono dati in maniera molto fugace, con profonde ellissi al loro interno e la motivazione è chiara: l’intenzione della Langiu non è tanto quella di costruire una biografia di Pietro meticolosa, dettagliata sino alle sue ultime ore di vita, quanto tracciare le asperità del suo percorso sino alla sua rinascita finale. Come la vita insegna i dolori non risparmiano mai nessuno e così Pietro in età avanzata dovette soffrire tanto la prematura morte della moglie, quanto quella di una delle figlie.

La coda che chiude la narrazione è affidata alla voce di Alisa, la prima figlia di Pietro, che ci dà alcune informazioni in merito alle ultime fasi della vita dell’uomo, seriamente segnato da una malattia terminale. Alisa è anche colei che ha raccolto le memorie dell’uomo, il suo testamento esistenziale, che Pietro mai volle chiudere con un punto definitivo, lasciando sempre qualcosa di incompiuto e di aperto sulla sua difficile esperienza bellica e di internamento. Così la dipartita dell’uomo non è motivo di compatimento da parte della famiglia né di celebrazione delle doti da parte di chi vi ha narrato l’esistenza, ma di un senso alla propria presenza. Ed Alisa continuerà a scrivere – mediante una ricerca costante la cui esigenza sente come non procrastinabile – per tentare di “definire ciò che [suo padre] ha lasciato incompiuto” (127).

 

Written by Lorenzo Spurio

 

Note

[1] Così ne parla l’Autrice: “La loro ingerenza in un avamposto tutto italiano venne considerata e sentita da molti come un voler dimostrare che era necessario il loro supporto per lo scarso valore, il mancato impegno e coraggio dei soldati di Mussolini” (35).

[2]Forse sarebbe stato meglio che non fosse mai tornato a casa, pensò più volte; non avrebbe alimentato le speranze di un ritorno facile” (68).

 

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