Dalle Enneadi secondo Plotino: la sostanza e la qualità

Dalle Enneadi secondo Plotino: la sostanza e la qualità

Lug 13, 2019

“Siccome la sostanza è qualcosa che già c’è ed è completa, la qualità si limita a configurarla dall’esterno in una certa posizione, che è un’affezione aggiunta alla sostanza, sia nei fenomeni relativi all’Anima, sia in quelli relativi al corpo. E se il bianco che traspare dalla biacca fosse una parte costitutiva di essa? Lo è senz’altro, mentre non lo sarebbe nel caso del cigno, dato che potrebbe esistere un cigno non bianco.” – Plotino

Enneadi - Plotino

Enneadi – Plotino

Plotino (Licopoli, 203/205 – Minturno (o Suio), 270) è considerato l’erede di Platone e padre del neoplatonismo, le informazioni che abbiamo su questo importante filosofo greco provengono dalla Vita di Plotino ad opera dell’allievo Porfirio, inserita come prefazione alle Enneadi.

Porfirio racconta nella biografia:Dato che allora Eustochio abitava a Pozzuoli, come mi raccontò egli stesso, giunse tardi, quando Plotino era ormai in punto di morte; questi gli disse: “Ti ho aspettato”; e aggiunse: “Cercate di ricondurre il divino che è in noi al divino che è nell’universo”; e, mentre un serpente[1] strisciava sotto il letto in cui giaceva, per scomparire infine in un buco della parete, egli spirò all’età di sessantasei anni, almeno a detta di Eustochio, sul finire del secondo anno del regno di Claudio.[2] Quando morì, io, Porfirio, ero a Lilibeo[3], Amelio era ad Apamea di Siria e Castricio a Roma; solo Eustochio era presente. Se sottraiamo sessantasei anni al secondo anno del regno di Claudio la sua data di nascita cade nel tredicesimo anno del regno di Severo.[4] Ma non ha mai rivelato a nessuno né il mese né il giorno del suo genetliaco, perché pensava che non valesse la pena fare un sacrificio o un banchetto per festeggiare i suoi compleanni; al contrario, in occasione dei tradizionali genetliaci di Platone e di Socrate,[5] prima offriva un sacrificio e poi invitava gli amici a un banchetto, durante il quale chi degli amici era capace recitava un discorso di fronte ai convitati.

Le Enneadi (in greco antico: Ἐννεάδες, Enneádes) sono composte da sei gruppi di nove trattati ciascuno. Porfirio ordinò i trattati in senso ontologico con lo scopo di tracciare un percorso per il lettore per il raggiungimento del superamento della condizione terrena e, dunque, per giungere alla comprensione della filosofia.

Gli scritti di Plotino hanno ispirato teologi, mistici, cristiani, musulmani, ebrei, gnostici e metafisici pagani.

Per nove settimane, ed esattamente dal 9 marzo al 4 maggio abbiamo presentato la prima Enneade con alcuni paragrafi tratti dall’edizione Mondadori del 2012. Abbiamo così attraversato gli argomenti “Che cos’è il vivente e chi è l’uomo”, “Le virtù“, “La dialettica”, “La felicità”, “Se l’essere felice aumenta col tempo”, “Il Bello”, “Il primo bene e tutti gli altri“, “Quali siano e da dove vengono i mali” ed “Il suicidio”.

Il primo trattato della seconda Enneade è denominato “Il Cieloed è il quarantesimo trattato scritto da Plotino. Il problema discusso è quello dell’eternità del cosmo con la ripresa del Timeo di Platone e di alcune critiche mosse da Aristotele rispetto alla teoria platonica, di Senocrate[6] e di altri. Il moto celeste” è il secondo trattato ordinato da Porfirio, mentre fu il quattordicesimo in successione scritto da Plotino. Molto breve, infatti, è composto da tre paragrafi indaga sulla questione del moto circolare del cielo causato dall’Anima.

Il terzo trattato è intitolato: “Se gli astri hanno un influsso”. Cinquantaduesimo trattato scritto da Plotino pone l’accento sulla complessa questione dell’influsso esercitato dagli astri sugli uomini, contrapponendosi alle ipotesi degli astrologi ma seguendo il concetto stoico secondo cui tutto è pieno di segni che possiedono significati premonitori per la ragione stessa per la quale gli eventi hanno una strutturale concatenazione l’uno con l’altro e nulla dipende dal caso.

Il quarto trattato denominato “La materia” è il dodicesimo scritto da Plotino. Troviamo nei suoi sedici paragrafi la trattazione della materia intelligibile e della materia sensibile. La materia va intesa come ἄπειρον (ossia come in-finito, il-limitato) che viene via via de-finito, de-limitato dai λόγοι (ossia dalle configurazioni e dalle ragioni formali). Possiamo ritenere la materia privazione e cioè presenta l’assenza di configurazioni formali e qualità, risulta essere amorfa ed in quanto tale capace di accogliere ogni tipo di forme.

Il quinto, “Ciò che è in potenza e ciò che è in atto”, è il venticinquesimo trattato scritto da Plotino, abilmente posizionato da Porfirio subito dopo “La materia” continuando così il discorso del concetto di materia.

“La sostanza e la qualità” è il sesto trattato della seconda Enneade (diciassettesimo scritto da Plotino), come da titolo il nostro amato filosofo mette in relazione il concetto di qualità con il concetto di sostanza. Le conclusioni del ragionamento sono che, spesso, noi chiamiamo qualità delle cose alcune connotazioni che risultano costitutive delle cose stesse, facenti dunque parte della sostanza.

La qualità è una disposizione che inerisce a sostanze già esistenti sia come carattere acquisito sia come originario. Nel mondo intelligibile le qualità sussistono in sé e per sé come archetipi e dunque sono forma ed atto. Mentre nel mondo sensibile quelle che chiamiamo qualità sono immagini di quegli archetipi.

Di seguito è riportato il primo dei tre paragrafi del trattato dunque, si invita all’acquisto del volume riportato in bibliografia per potersi dissetare pienamente.

 

Enneade II 6, I

Plotino - Enneadi - la sostanza e la qualità

Plotino – Enneadi – la sostanza e la qualità

Vediamo ora se l’essere e la sostanza sono diversi.[7] L’essere non è forse l’essere privato di ogni attributo, mentre la sostanza è l’essere con tutte le sue varie proprietà, come il movimento, la stabilità, l’identità, e la diversità, le quali costituirebbero appunto gli elementi della sostanza?[8]

Pertanto, l’intero è sostanza, mentre ciascuna di quelle proprietà è rispettivamente essere, oppure movimento o qualche altra cosa. Il movimento è un essere accidentale; ma allora è anche sostanza in senso accidentale, oppure ne è una parte integrante? Anche il movimento è sostanza, e così pure tutte le realtà di lassù.[9] Perché, allora, non lo sono anche quelle di quaggiù?

Per il fatto che lassù tutto costituisce un’unità, mentre qui da noi le cose sono simulacri separati, uno in un modo e uno nell’altro. Nella sfera dell’intelligibile avviene quel che si verifica nello sperma dove tutti gli organi sono uniti insieme e ciascuno è tutti gli altri, e non troveresti mai una mano separata dalla testa, come capita quaggiù. Ma il nostro è un mondo di simulacri e non di esseri autentici.

Affermeremo, dunque, che nell’intelligibile le qualità sono differenze della sostanza, afferenti alla sostanza o all’essere, e che distinguono le altre sostanze le une dalle altre conferendo loro una piena sostanzialità?

Questo non è assurdo, purché lo si riferisca solo alle qualità sensibili, le quali in effetti talora comportano differenze di sostanza – si pensi all’esempio del bipede e del quadrupede! −, mentre quelle che non sono così si limitano ad assumere il nome di qualità.[10] Qui però una medesima realtà è in un caso – quando va a integrare una sostanza – discriminante e in un altro caso – ossia quando è in un essere diverso non come parte integrante della sostanza – non discriminante: allora, questa volta, è in forma di accidente.

Così, per esempio, il colore bianco è integrante nel caso del cigno o della biacca,[11] e in te invece sarebbe casuale. O forse il bianco che rientra nella ragione formale è parte integrante e non una qualità, mentre quello che resta in superficie è una qualità. Potrebbe anche darsi che la qualità sia suscettibile di una distinzione: da un lato la semplice qualità, quella che dà i connotati alla sostanza e non causa mutamenti in essa né origina da essa.

Siccome la sostanza è qualcosa che già c’è ed è completa, la qualità si limita a configurarla dall’esterno in una certa posizione, che è un’affezione aggiunta alla sostanza, sia nei fenomeni relativi all’Anima, sia in quelli relativi al corpo. E se il bianco che traspare dalla biacca fosse una parte costitutiva di essa? Lo è senz’altro, mentre non lo sarebbe nel caso del cigno, dato che potrebbe esistere un cigno non bianco. Anche il calore è una parte costitutiva del fuoco. Ma se uno dicesse che la sostanza costitutiva del fuoco consiste nell’igneità, potrebbe dire qualcosa di simile anche per la biacca? Come il calore è una parte integrante nel caso del fuoco visibile, così la bianchezza lo sarebbe nell’altro caso. Dunque, le stesse affezioni potrebbero essere parti costitutive e non qualità, e qualità e non parti costitutive. Ma la loro natura non muta, e quindi non ha alcun senso sostenere che esse variano a seconda del loro essere costituenti, oppure no. Forse le loro ragioni formali responsabili di queste affezioni sono nel loro insieme sostanziali, mentre i loro prodotti, lassù, consistono in un qualcosa, e, invece qui nel nostro mondo consistono in qualità e pertanto non in un qualcosa.

Del resto, sta sempre qui l’origine dei nostri errori nel trattare del qualcosa, perché nella ricerca che lo riguarda noi fatalmente scivoliamo, ricadendo nell’ambito delle qualità. In verità, l’essere del fuoco non è quello che noi affermiamo a partire dalla sua qualità visibile, ma è la sostanza; invece, quegli aspetti che noi ora vediamo, e che non perdiamo di vista mentre parliamo, ci distolgono da questo qualcosa, spingendoci a definirlo come qualità. Ciò, tuttavia, non è irragionevole nel caso delle realtà sensibili, perché nessuna di esse è una sostanza, ma è affezione della sostanza.

A tal punto emerge un altro problema: come mai una sostanza deriva da non sostanze. Si è già detto che ciò che viene all’essere non può risultare identico alla causa che l’ha prodotto; ora possiamo aggiungere che esso non è neppure sostanza. Ma allora come potremo parlare di sostanza nel mondo di lassù, se affermiamo che questo non deriva da sostanza?

Noi, infatti, affermeremo che la sostanza di lassù, pur nelle sue differenze, è davvero sostanza, per il fatto che possiede l’Essere in un senso più duro e più forte. O piuttosto, parleremo di sostanza in aggiunta ai suoi atti, nella convinzione che essa sia la perfezione di quell’Essere, ma un po’ attenuata da ciò che le si addensa intorno e dal fatto che non è più semplice, mentre ormai prende le distanze da esso.[12]

 

Note

[1] Il serpente, animale ctonio per eccellenza, era per i Greci uno dei simboli dell’anima umana che proviene dalla terra e ritorna alla terra. Ma, essendo anche simbolo della medicina, è probabile che Porfirio abbia voluto combinare le due diverse simbologie per indicare che, con la morte del corpo, Plotino ha raggiunto la vera salute dell’anima.

[2] Marco Aurelio Valerio Claudio II, detto il Gotico, imperatore dal 268 al 270 d.C.

[3] L’attuale Marsala.

[4] Lucio Settimio Severo fu imperatore dal 193 al 211 d.C. Da queste informazioni ricaviamo il 205 come data di nascita di Plotino ed il 270 come data di morte.

[5] Nei circoli neoplatonici era usuale celebrare con banchetti e simposi le ricorrenze natalizie di Socrate e di Platone, che coincidevano, rispettivamente, con le feste di Artemide e di Apollo, cioè il 6 e il 7 di Targelione (in greco antico: Θαργηλιών, Thargheliòn. Era il nome dell’undicesimo mese del calendario attico nell’antica Grecia. Targelione andava dalla seconda metà di maggio alla prima metà di giugno circa. Il nome del mese era legato alle Targhelia (o Targelia o Targelie), feste in onore di Apollo e di Artemide che si svolgevano ad Atene.).

[6] Senocrate (Calcedonia, 396 a.C. – Atene, 314 a.C.) fu discepolo di Platone. Lasciò l’Accademia dopo la morte del suo maestro per dissapori con Speusippo, di cui prese il posto nel 339 a.C. Senocrate è contraddistinto dalla tendenza al pitagorismo, ed è celebre la sua definizione dell’anima: “un numero che si muove da sé”.

[7] Passo di Aristotele su Metafisica: “In verità, ciò che dai tempi antichi, così come ora e sempre, costituisce l’eterno oggetto di ricerca e l’eterno problema: “cos’è l’essere”, equivale a questo: “che cos’è la sostanza” (e alcuni dicono che la sostanza è unica; altri, invece, ne pongono molte, e, di questi ultimi, alcuni sostengono che siano in numero finito, altri in numero infinito); perché anche noi, principalmente, fondamentalmente e unicamente, per così dire, dobbiamo esaminare che cos’è l’essere inteso in questo significato.”

[8] Cfr Platone, Sofista.

[9] Il movimento intelligibile è l’archetipo metafisico di cui quello sensibile è l’immagine.

[10] È esplicitata la distinzione fra il mondo intelligibile come modello e quello sensibile come immagine o simulacro. Nel mondo intelligibile non esiste l’accidentale.

[11] La biacca è un pigmento pittorico inorganico costituito da carbonato basico di piombo. L’esempio del cigno e della biacca è ripreso da Aristotele, Etica Nicomachea.

[12] Plotino ricorda che noi parliamo dell’essere intelligibile esplicitandone le differenze e quindi la molteplicità, il che comporta, sia pure a livello intelligibile, un allontanamento dal Principio primo e supremo, ossia dall’Uno e dalla sua semplicità.

 

Info

Rubrica Dalle Enneadi secondo Plotino

 

Bibliografia

“Enneadi” di Plotino, Arnoldo Mondadori Edizioni, 2012. Traduzione di Roberto Radice. Saggio introduttivo, prefazioni e note di commento di Giovanni Reale.

 

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