Dalle Enneadi secondo Plotino: come siano nati la molteplicità delle idee e il bene

“Qui è stato portato, potremmo dire, dall’onda dell’Intelligenza, e, trascinato in alto dal gonfiarsi dell’onda, ha avuto all’improvviso quella visione, ma non ha visto come essa si sia formata: sa solo che quella visione che gli ha riempito gli occhi di luce e che ha impedito al suo sguardo di attraversarla per coglierne qualcos’altro, sicché la luce stessa costituiva la sua visione.” – Plotino 

Enneadi - Plotino
Enneadi – Plotino

Plotino (Licopoli, 203/205 – Minturno (o Suio), 270) è considerato l’erede di Platone e padre del neoplatonismo, le informazioni che abbiamo su questo importante filosofo greco provengono dalla Vita di Plotino ad opera dell’allievo Porfirio, inserita come prefazione alle Enneadi.

Porfirio racconta nella biografia:Quando io, durante le celebrazioni in onore di Platone, lessi un poema dal titolo «Il matrimonio sacro»[1], poiché parlavo da ispirato in un linguaggio mistico e iniziatico e qualcuno aveva detto «Porfirio è impazzito», egli replicò in modo che tutti sentissero: «Ti sei rivelato nello stesso tempo poeta, filosofo e ierofante»[2]. Quando il retore Diofane lesse un’apologia dell’Alcibiade del Simposio di Platone, sostenendo che, per apprendere la virtù, fosse opportuno che il discepolo si prestasse a rapporti sessuali con il maestro innamorato, egli fremette più volte, alzandosi per andar via dalla riunione, ma poi si trattenne e, dopo lo scioglimento dell’uditorio, incaricò proprio me, Porfirio, di scrivere una risposta. Dato che, però, Diofane[3] non voleva darmi il suo testo, io scrissi la replica ricostruendo a memoria le sue argomentazioni e la lessi dinanzi ai medesimi ascoltatori riuniti, compiacendo Plotino al punto che, perfino durante la lezione, esclamava continuamente: «Batti così, se vuoi essere una luce per gli uomini»[4]. Quando Eubulo[5], il diadoco platonico, gli scrisse e gli inviò ad Atene una serie di scritti su varie questioni platoniche, egli li fece consegnare a me, Porfirio, affinché li leggessi e gliene riferissi il contenuto. Si occupò delle leggi astronomiche, ma senza rigore matematico, mentre fu assai preciso nel controllo degli oroscopi astrologici. E dato che comprendeva bene l’infondatezza delle predizioni, non esitò a confutarli, di frequente anche per iscritto.”

Le Enneadi (in greco antico: Ἐννεάδες, Enneádes) sono composte da sei gruppi di nove trattati ciascuno. Porfirio ordinò i trattati in senso ontologico con lo scopo di tracciare un percorso per il lettore per il raggiungimento del superamento della condizione terrena e, dunque, per giungere alla comprensione della filosofia.

Gli scritti di Plotino hanno ispirato teologi, mistici, cristiani, musulmani, ebrei, gnostici e metafisici pagani.

Dal 9 marzo al 4 maggio 2019 abbiamo presentato la prima Enneade con alcuni paragrafi tratti dall’edizione Mondadori del 2012. Abbiamo così attraversato gli argomenti “Che cos’è il vivente e chi è l’uomo”, “Le virtù“, “La dialettica”, “La felicità”, “Se l’essere felice aumenta col tempo”, “Il Bello”, “Il primo bene e tutti gli altri“, “Quali siano e da dove vengono i mali” ed “Il suicidio”.

Dall’8 giugno al 3 agosto abbiamo presentato la seconda Enneade ed i suoi nove trattati: “Il Cielo“, “Il moto celeste“, “Se gli astri hanno un influsso“, “La materia“, “Ciò che è in potenza e ciò che è in atto“, “La sostanza e la qualità”, “La commistione totale“, “La vista, perché le cose lontane appaiono piccole“, “Contro gli gnostici“.

Dal 7 settembre al 2 novembre abbiamo presentato la terza Enneade: “Il Destino”, “La provvidenza I”, “La provvidenza II”, “Il demone che ci ha avuto in sorte”, “Eros”, “L’impassibilità degli esseri incorporei”, “Eternità e tempo”, “La natura, la contemplazione e l’Uno”, “Considerazioni varie”.

Dal 7 dicembre 2019 al primo febbraio 2020 abbiamo presentato la quarta Enneade: La sostanza dell’Anima I”, “La sostanza dell’Anima II”, “Questioni sull’Anima I”, “Questioni sull’Anima II”; “Questioni sull’Anima III”, “La sensazione e la memoria”, “L’immortalità dell’Anima”, “La discesa dell’Anima nei corpi”, “Se tutte le anime siano una sola”.

Dal 7 marzo al 2 maggio 2020 abbiamo presentato la quinta Enneade: “Le tre ipostasi originarie“,  “La genesi e l’ordine della realtà che vengono dopo il primo”, “Le ipostasi che conoscono e ciò che è al di là”, “Come dal primo principio derivi ciò che viene dopo il primo. Ricerche sull’Uno”, “Sul fatto che gli intelligibili non sono esterni all’Intelligenza e sul bene”, “Sul fatto che ciò che è al di là dell’essere non pensa e su che cosa siano il primo e il secondo principio pensante”,  “Se esistano idee anche degli individui”, “La bellezza intelligibile”, “L’intelligenza, le idee e l’essere”.

Il primo trattato della sesta ed ultima Enneade è intitolato “I generi dell’Essere I” e si sviluppa come critica della dottrina delle categorie di Aristotele e degli Stoici. Il secondo trattato segue il precedente, “I generi dell’Essere II” ed è fondato sul Sofista di Platone, il trattato vuole stabilire quali siano i generi supremi del mondo intelligibile dopo aver stabilito il concetto secondo il quale l’essere non è l’Uno. Il terzo trattato “I generi dell’Essere III si concentra sul mondo sensibile, ossia sul divenire. Nel quarto trattato “Che cosa significhi che l’essere uno e identico è tutto intero dovunque I” si continua ad affrontare la il nesso strutturale fra l’Uno e i Molti. Il quinto trattato, “Che cosa significhi che l’essere uno e identico è tutto intero dovunque II”, come suggerisce il titolo segue e prosegue il quarto trattato, esplicitando però maggiormente il nucleo teorico ed incentrando i ragionamenti sull’Essere intelligibile e sull’Uno.

Nel sesto trattato, “I numeri”, si richiama la concezione di Platone dell’infinito come Diade di grande e piccolo infinita o indeterminata. Fondamentalmente si vuole asserire che il numero infinito di per sé non esiste ma siamo noi che pensando un numero sempre più grande di uno dato creiamo un infinito.

Il settimo trattato, “Come siano nati la molteplicità delle idee e il bene”, è il trentottesimo scritto da Plotino: riprendendo i precedenti trentasette traccia una sintesi del suo pensiero partendo da una serie di precisazioni sull’uomo e sull’Anima per poi entrare nel mondo dell’Intelligenza e dell’Intelligibile concludendo con il Bene e la natura.

In tutte le realtà essere e ragione d’essere sono la medesima cosa nella sfera del mondo intelligibile. Plotino delinea tre figure di uomo: l’uomo ideale (l’Idea di uomo) che sta nella sfera del Nous, l’uomo nella sfera dell’Anima e cioè una imitazione dell’Idea di uomo, e l’uomo individuale del mondo sensibile.

L’anima può passare dal corpo di un uomo a quella di un animale per la proprietà dell’anima di animare tutte le cose viventi. L’anima dell’uomo può raggiungere il Bene nella dimensione mistica e cioè trascendendo il sensibile e l’intelligibile. Mediante una visione colui che vede si fonde con l’oggetto veduto.

Le nostre sensazioni non sono che pensieri oscuri, mentre i pensieri di quel mondo sono sensazioni chiare.

Plotino individua due vie che permettono all’uomo di avvicinarsi al Bene: istruirsi su di esso, dunque per via conoscitiva, e per via meta-conoscitiva, dunque con esperienza mistica. Trasportandoci in alchimia non si può non prendere in considerazione la via secca (breve, dunque con esperienza mistica) e la via umida (lunga, dunque con via conoscitiva).

Il Bene è al di là di ogni conoscenza, di ogni scienza e di ogni discorso.

L’esperienza mistica si fonda sul bisogno di infinito che è nell’anima, ed è questo bisogno che porta ad una congiunzione con l’Infinito stesso (tramite una visione a cui l’uomo non può dare risposta sul “come” si sia formata ma che si manifesta riempendo gli occhi di luce senza possibilità di attraversamento, perché la luce stessa è la visione). L’esperienza mistica è, però, perigliosa perché si viene abbagliati dalla luce e si ha, successivamente, una grande difficoltà perché l’Anima non ha più la percezione del corpo.

Di seguito sono riportati il primo, il trentaquattresimo ed il trentaseiesimo dei quarantadue paragrafi complessivi del trattato, dunque, si invita all’acquisto del volume riportato in bibliografia per potersi dissetare pienamente.

 

Enneade VI 7, 1

Plotino - Enneadi - come siano nati la molteplicità delle idee e il bene
Plotino – Enneadi – come siano nati la molteplicità delle idee e il bene

Quando il Dio o un Dio[6] portò a generazione le anime, mise sul loro volto “gli occhi portatori di luce”[7] e le fornì di altri organi per ciascuna delle altre sensazioni, prevedendo che la salvezza delle Anime sarebbe stata affidata alla capacità di prevenire i rischi con la vista e l’udito e, con il tatto, di riuscire a fuggire alcune cose, cercandone altre. Da dove egli trasse queste previsioni?

Non dal fatto che prima ci fossero altri esseri che a un certo punto si estinsero per mancanza di sensazioni, per cui Dio in seguito fu costretto a dotare uomini e animali di difese, per non subire danni. Si potrebbe invece supporre che il Dio già sapesse che l’essere vivente si sarebbe trovato esposto al caldo e al freddo ed altre avversità per il corpo[8], e che, ben conscio di ciò, l’avesse provveduto di sensi al fine di evitare che i corpi dei viventi incontrassero una morte prematura, dando loro la sensibilità e gli organi grazie ai quali le sensazioni esercitano la loro funzione.

Si tratta ora di sapere se Dio si limitò a conferire gli organi ad anime già dotate di facoltà sensibili, oppure se diede insieme gli uni e le altre. Ma se ha fornito anche le facoltà, vuole dire che prima, pur essendo anime, erano nell’impossibilità di avere sensazioni. Se invece già le possedevano, quando divennero anime, lo divennero avendo come scopo quello di entrare nel divenire, il quale, dunque, era per loro un fine naturale.

In questo senso, sarebbe contro natura che esse fossero avulse dal mondo del divenire e risiedessero nel mondo intelligibile, perché sono fatte apposta per appartenere ad altro e per stare nel male. Da qui il ruolo della provvidenza: conservarle nel male.

E questo sarebbe un ragionamento divino,[9] o, in generale, un ragionamento? Quali sono i principi dei ragionamenti? Se è vero che un ragionamento viene da altri ragionamenti, è però assolutamente necessario che risalga a una o ad alcune realtà più originarie rispetto a se stesso.

Quali sono, allora, questi principi? La sensazione e l’Intelligenza.

Però, a questo punto, la sensazione non c’era ancora: dunque non resta che l’Intelligenza. Ma se l’Intelligenza costituisce le premesse, la scienza ne costituisce le conclusioni; e, pertanto, del sensibile non c’è traccia. Ora, se il principio deriva dall’intelligibile e la conclusione torna ancora all’intelligibile, com’è possibile che un tale processo sfoci nella conoscenza del sensibile? È da escludere, quindi, che la provvidenza del vivente e in generale del nostro universo derivano da un ragionamento.

Lassù, invero, non c’è assolutamente ragionamento; se si parla di ragionamento, è perché si vuol significare che tutto si realizza come se il mondo a venire scaturisse da un ragionamento; e poi, se si parla di previsione è perché si immagina che tutto capiti come nelle previsioni di un sapiente.

Negli esseri che non si sono generati prima del ragionamento, quest’ultimo ha una sua utilità, perché manca una facoltà che sia più originaria del ragionamento; e così pure la previsione è utile, perché il preveggente era privo della facoltà che renderebbe inutile la previsione stessa.

D’altra parte, la previsione è fatta per evitare questa cosa e cercare quest’altra, e, per così dire, è in angustia se tale situazione non si realizza. Ma dove ci fosse solamente questo, non ci sarebbe bisogno di previsione. Il ragionamento è la scelta di questa determinata cosa al posto di quest’altra. Ma dove c’è uno solo di questi due termini, a che scopo ragionare? Di conseguenza, come può ciò che è unico, uno e semplice esplicitarsi in formule come “questo, ma non quest’altro”, “Sarebbe così, se non fosse così”, e “questo, a cosa fatte, è risultato utile e salutare?”?

Dunque, il Dio avrebbe fatto le sue previsioni e i suoi progetti, e in seguito a essi, come si è detto all’inizio, avrebbe fatto dono dei sensi, anche se questo dono suscitava non poche difficoltà? No certamente.

Ma se è necessario che ogni atto non resti incompleto, se non è lecito attribuire a Dio altro che il carattere della completezza e della integrità, bisogna che in ogni suo aspetto in lui tutto conviva. Ecco perché è necessario che in Dio il futuro sia già presente, e che nulla accada dopo: è vero, invece, che ciò che in Dio è presente, sarà in futuro in altro. E se il futuro in Dio è già in atto, è necessario che sia presente, come ciò che avverrà in futuro, in quanto nel suo presente Dio non ha bisogno di nulla, perché non manca di nulla.[10] Tutto già c’era, così com’era, da sempre: solo dopo si potrà dire “questo fatto dopo quest’altro fatto”. Insomma, la successione degli eventi potrà mostrarsi solo dopo il loro sviluppo e il loro dispiegamento; ma intanto l’essere, essendo tutto insieme, è questo, ossia ha in sé anche la propria causa.

Enneade VI 7, 34

Non c’è neppure da stupirsi che il Bene, causa di tali travolgenti passioni, sia del tutto avulso dalla forma intelligibile; perché anche l’Anima, quando prova per Lui un intenso amore, depone tutte le forma che possiede, perfino quella dell’intelligenza. Chi infatti avesse qualche altro obiettivo e si impegnasse in tal senso, non potrebbe né cogliere questo Bene né mettersi in sintonia con Lui.

Per questo l’Anima non dovrà avere presente null’altro, né bene né male particolari: se vorrà accoglierlo, dovrà essere sola con lui solo. Ma quando ha la fortuna di incontrarlo – ma è Lui stesso a venire a lei, sicché è piuttosto la sua presenza a farsi manifesta –, e quando si è estraniata dal presente e si fa bella il più possibile e il più possibile simile a Lui (chi si prepara sa bene in che cosa consistano la preparazione e l’abbellimento!), allora, all’improvviso vede comparite il bene in se stessa. Fra loro non c’è più ostacolo di sorta e insieme fanno una cosa sola, tanto è vero che, finché il Bene è presente, non sono più distinguibili.

Un’imitazione di questo è costituita dai nostri amanti e amati, i quali, appunto, bramano unirsi. Dunque, alla visione del Bene, l’Anima non ha più la percezione del corpo, né della sua presenza nel corpo, e non attribuisce a sé il nome di qualcos’altro; non quello di uomo, non quello di vivente e neppure quello di essere un tutto (la visione di queste cose non sarebbe comunque in sintonia con il suo stato).

In verità, l’Anima non si trattiene presso queste realtà né le desidera, perché è in cerca solo del Bene e, non appena le si fa presente, lo incontra, guardando a Lui e non a sé. Nemmeno le interessa di sapere chi sia lei che guarda; e d’altra parte non scambierebbe questa sua condizione con nulla al mondo, neanche se le facessero dono di tutto il cielo, perché, effettivamente, non c’è niente che sia migliore e più importante del Bene. Neppure potrebbe salire ulteriormente, perché tutto il resto, per quanto elevato, implicherebbe una discesa.

È in quel momento che l’Anima riesce a valutare e a stabilire con precisione che proprio questo era l’oggetto del suo desiderio, ormai certa che nulla è meglio di esso. A quell’altezza non c’è modo di ingannarsi; e infatti dove potresti incontrare il vero in una forma più vera?

Dice l’Anima: «È lui!»; ma solo in un secondo tempo lo dice, perché già ora che è in silenzio lo afferma ed è serena, ed anzi è proprio tale serenità che le assicura di non cadere in errore: infatti non parla sotto l’effetto dei solleticamenti del corpo, ma per essere tornata quella di un tempo, quando era beata.

Anche tutti gli altri bene, di cui prima pur godeva – il potere, la forza, la ricchezza, la bellezza, il sapere – ora esplicitamente disprezza; ma certo non lo potrebbe dire se on avesse incontrato qualcosa che è superiore ad essi.

Neppure la sfiora il timore di una qualche avversità, perché, in compagnia del Bene, a queste cose non bada affatto; e d’altra parte, quand’anche tutto ciò che la riguarda andasse in rovina, tanto meglio, essendo il suo unico desiderio quello di stare con Lui. Potrebbe mai un’Anima pervenire a una più piena serenità?

Enneade VI 7, 36

Il resto, dunque, non suscita problemi, e d’altra parte se ne è già parlato. Tuttavia, ora bisogna aggiungere qualche particolare, muovendo dai principi più alti e procedendo per via di ragionamenti. La cosa più importante è la conoscenza del Bene e il contatto con Lui, tant’è vero che per Platone questo costituisce la conoscenza massima, non intendendo per conoscenza il guardare verso di lui, ma l’apprendere preventivamente qualcosa sul Bene.

Una via per apprenderlo è costituita dalle analogie, dalle astrazioni, dalla conoscenza delle cose che conseguono al Bene, e anche da certi gradini dell’ascesa[11]. Inoltre, ci indirizzano verso di Lui le purificazioni, le virtù, lo sviluppo della bellezza interiore, i punti d’appoggio per raggiungere il mondo intelligibile, e il fissarvi dimora per nutrirsi dei suoi alimenti. Colui che si è fatto a un tempo soggetto e oggetto della visione di se stesso e degli altri esseri, diviene anche essere, Intelligenza e il vivente totale, e per questo non può più vedere il Bene dal di fuori.

Al seguito di questa trasformazione egli è prossimo al Bene, il Bene è subito lì: è ormai vicino a ciò che fa piovere la luce sull’intero mondo intelligibile. A tal punto, lasciata da parte ogni nozione, giunto al limite a cui l’educazione spirituale poteva condurlo, prende stabile dimora nel Bello e ivi rimane, finché pensa.

Qui è stato portato, potremmo dire, dall’onda dell’Intelligenza, e, trascinato in alto dal gonfiarsi dell’onda, ha avuto all’improvviso quella visione, ma non ha visto come essa si sia formata: sa solo che quella visione che gli ha riempito gli occhi di luce e che ha impedito al suo sguardo di attraversarla per coglierne qualcos’altro, sicché la luce stessa costituiva la sua visione.

Nel Bene, infatti, non si distinguono l’oggetto che si guarda e la corrispettiva luce, né c’è l’Intelligenza da un lato e il suo oggetto dall’altro, ma si trova solo un’irradiazione che suscita in seguito queste due cose e le lascia sussistere nel Bene. Così il Bene non è altro che il raggio creatore dell’Intelligenza, che però non si esaurisce in questa creazione, ma resta stabile in se stesso, in quanto l’Intelligenza si genera solo perché il Bene esiste. Non ci sarebbe Intelligenza se il Bene fosse diverso da quel che è.

 

Note

[1] L’espressione “matrimonio sacro” si trova in Repubblica (V, 458) per indicare le nozze dei giovani migliori con le fanciulle migliori. Porfirio fa dei riferimenti ai misteri orfici ed all’unione del Principio maschile demiurgico (Zeus) con il Principio femminile dell’Anima del mondo (Hera).

[2] Poeta, filosofo e ierofante sono tre epiteti che descrivono bene l’attività di Porfirio che realizzò dei commenti ad Omero ed ai poeti, a Platone ed ad Aristotele ed a scritti pagani e cristiani.

[3] Si pensa che il retore Diofane potesse essere uno gnostico.

[4] Citazione omerica tratta dall’Iliade, VIII 282: “báll’ hoútōs, aí kén ti phóōs Danaoîsi génēai” “continua pure a tirare così! Sarai la salvezza dei Danaoí”

[5] Eubulo era il diadoco cioè il successore di Platone alla direzione dell’Accademia di Atene all’epoca di Plotino.

[6] Plotino da riferimento ad uno degli dèi creati di cui parla Platone nel Timeo.

[7] Platone nel Timeo scrive: “E degli organi [degli dèi creati] costituirono in primo luogo gli occhi che portano la luce”.

[8] Platone, Timeo.

[9] Il filosofo e scrittore francese Pierre Hadot (Parigi, 21 febbraio 1922 – Orsay, 24 aprile 2010) sostiene che la frase sia ironica. Troviamo nel Timeo: “Tutto questo ragionamento il Dio che sempre è fece attorno al dio che ad un certo momento doveva essere”.

[10] Dio è da sempre e per sempre nella sua totalità in ciò che è e in ciò che produce, non mancando di nulla e quindi non avendo bisogno di nulla.

[11] Platone, nel Simposio, scrive: “La giusta maniera di procedere, o di essere condotto da un altro, nelle cose d’amore è questa: prendendo le mosse dalle cose belle di quaggiù, al fine di raggiungere quel bello, bisogna salire sempre, come procedendo per gradini, da un solo corpo bello a due, e da due a tutti i corpi belli, e da tutti i corpi belli alle belle attività umane, e da queste alle belle conoscenze, e dalle belle conoscenze procedere fino a che non si giunga a quella conoscenza che è conoscenza di null’altro se non del bello stesso, e così, giungendo al termine, conoscere ciò che è il bello in sé”.

 

Info

Rubrica Dalle Enneadi secondo Plotino

 

Bibliografia

“Enneadi” di Plotino, Arnoldo Mondadori Edizioni, 2012. Traduzione di Roberto Radice. Saggio introduttivo, prefazioni e note di commento di Giovanni Reale.

 

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