Dalle Enneadi secondo Plotino: quali siano e da dove vengano i mali

Dalle Enneadi secondo Plotino: quali siano e da dove vengano i mali

Apr 27, 2019

L’Anima, in quanto tale, non è malvagia, o meglio, non è malvagia tutta quanta; ma allora qual è quella malvagia? Che cos’è quella a cui Platone allude con queste parole: “Avendo sottomesso ciò da cui per natura deriva il male dell’Anima”?”

Enneadi – Plotino

Plotino (Licopoli, 203/205 – Minturno (o Suio), 270) è considerato l’erede di Platone e padre del neoplatonismo, le informazioni che abbiamo su questo importante filosofo greco provengono dalla Vita di Plotino ad opera dell’allievo Porfirio, inserita come prefazione alle Enneadi.

Porfirio principia così la biografia: “Plotino, il filosofo del nostro tempo, sembrava vergognarsi di essere in un corpo. Per questa disposizione d’animo, non voleva raccontare nulla né della sua nascita, né dei suoi genitori, né della sua patria. Disprezzava talmente il posare per un pittore o per uno scultore che, quando Amelio gli chiese di lasciarsi fare un ritratto, risposte: Non solo è già abbastanza trascinare quest’idolo con cui la natura ci ha avvolti, ma voi pretendete addirittura che io acconsenta a lasciare un’immagine di questa immagine molto più duratura, come se fosse un’opera degna di essere contemplata?

Le Enneadi (in greco antico: Ἐννεάδες, Enneádes) sono composte da sei gruppi di nove trattati ciascuno. Porfirio ordinò i trattati in senso ontologico con lo scopo di tracciare un percorso per il lettore per il raggiungimento del superamento della condizione terrena e, dunque, per giungere alla comprensione della filosofia.

Gli scritti di Plotino hanno ispirato teologi, mistici, cristiani, musulmani, ebrei, gnostici e metafisici pagani.

Nella prima “puntata” di questo excursus nel mondo di Plotino vi abbiamo illustrato quattro paragrafi tratti dal primo trattato della prima Enneade “Che cos’è il vivente e chi è l’uomo” nei quali Plotino introduce con uno schema chiaro l’esposizione per la quale si esamineranno le questioni delle passioni e delle sensazioni connesse all’Anima ed al corpo. Nella seconda puntata denominata “Le virtù” (secondo trattato della prima Enneade) si andrà a leggere una riflessione sulla possibilità del vivente di assomigliare a Dio grazie alle virtù e grazie alla fuga dal mondo materiale.

La dialettica” è stato, invece, l’argomento del terzo trattato della prima Enneade nel quale si illustrano le tre tipologie di uomini che possono ambire all’ascesa: il filosofo, il musico e l’amante.

Il quarto trattato La felicità (quarantaseiesimo trattato) fonda la sua base sulla domanda: “viver bene coincide con l’essere felici?” ed è fortemente connesso con il quinto trattato, Se l’essere felice aumenta col tempo (trentaseiesimo trattato), e riguarda propriamente il problema della connessione tra il tempo e la vita felice, spiega come la felicità esista solo nel presente. “Il Bello”, sesto trattato, è cronologicamente il primo trascritto da Plotino dopo anni di sola oralità, fortemente ispirato a Platone ed all’idea della bellezza.

Il settimo trattato, Il primo bene e tutti gli altri, è il cinquantaquattresimo ergo l’ultimo scritto che Plotino ha composto prima della morte. Porfirio decide di far seguire al trattato sul Bello (il primo) quello sul Bene (l’ultimo) per simboleggiare il corso della vita del suo maestro: ha iniziato con il Bello, considerato ciò che è più vicino al Bene per concludere con il Bene e l’Assoluto.

Oggi si presenta l’ottavo trattato della prima Enneade, “Quali siano e da dove vengano i mali“. Quart’ultimo trattato scritto dal filosofo, e dunque cinquantunesimo, presenta l’indagine sull’esistenza del Male e della materia, concettualizzata nella privazione del Bene e, se dunque il Bene è realtà suprema e principio primo dell’essere, il Male sarà privazione dell’essere e quindi non-essere. 

La definizione più forte della propria tesi, Plotino la esplicita nel paragrafo sette nel quale scrive che poiché il Bene non può sussistere da solo, è necessario che la potenza, che da lui deriva, proceda fino a raggiungere un limite estremo, al di là del quale non esiste più nulla. Il Male, dunque, sarebbe questo limite estremo identificabile con la materia.

Il trattato ha avuto molta fortuna, citiamo per esempio Agostino (Aurelio Agostino d’Ippona (Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona, 28 agosto 430) filosofo, vescovo e teologo romano di espressione latina e di origine berbera o, secondo taluni, punica) che nel suo “Natura del Bene” scrive: “Il male non è altro che corruzione della misura o della forma o dell’ordine naturale“.

Di seguito il primo ed il quarto paragrafo del trattato, si avverte che l’argomento è esposto in ben quindici paragrafi e, dunque, si invita il lettore coscienzioso all’acquisto del volume riportato in bibliografia.

 

Enneade I 8, 1

Plotino – Enneadi – quali siano e da dove vengano i mali

Coloro che ricercano da dove vengano i mali sia negli esseri in generale sia in un genere di esseri particolare, assumerebbero un buon punto di partenza per la loro ricerca, se in primo luogo stabilissero che cosa è il male e quale la natura del male. In tale maniera si riuscirebbe a capire da dove deriva, dove abitualmente si trova, e a chi può capitare; e, in senso generale, si potrebbe stabilire se entra nel novero della realtà.

Sorgerebbe, però, il problema di identificare quale nostra facoltà possa riconoscerne la natura, visto che ogni cosa può essere conosciuta solo mediante una certa somiglianza. Infatti, tanto l’Intelligenza quanto l’Anima realizzano una conoscenza delle forme, per il fatto di essere forme e di aver attrazione verso di esse.[1] In che modo si potrebbe immaginare il male come una forma, quando esso ci si presenta sotto l’aspetto della privazione di ogni bene?

Tuttavia, è pur vero che c’è una sola scienza per i contrari, e che il male è il contrario del bene. Di conseguenza, la scienza del bene sarà la stessa di quella del male,[2] e risulterà necessario, per chi intende conoscere il male, cogliere adeguatamente anche il bene, se è vero che le cose migliori, che sono forme, vengono prima di quelle inferiori, che poi non sono propriamente forme, ma piuttosto privazioni.

In ogni modo, lo studio dovrà vertere sul modo in cui il Bene si pone come contrario al Male: se il Bene alla maniera di un principio e il Male di una fine, oppure se il Bene alla maniera di una forma e il Male di una privazione. Di tutto questo, comunque, parleremo più avanti.

 

Enneade I 8, 4

La natura dei corpi, in quanto partecipa della materia, sarà sì un male, ma non originario. È quindi un male secondario, perché, pur non mancando di una forma, non ne possiede una autentica; e poi i corpi sono privi di vita, tendono a distruggersi a vicenda, e il loro moto, privo com’è di ordine, costituisce un ostacolo per l’attività dell’Anima, tanto è vero che con il loro incessante movimento sfuggono all’essere.

L’Anima, in quanto tale, non è malvagia, o meglio, non è malvagia tutta quanta; ma allora qual è quella malvagia? Che cos’è quella a cui Platone allude con queste parole: “Avendo sottomesso ciò da cui per natura deriva il male dell’Anima”?[3]

Con ciò si fa riferimento al genere irrazionale dell’Anima che appunto è ricettacolo del male, insieme alla smodatezza, all’eccesso e al difetto, responsabili dell’intemperanza, della viltà e di tutti gli altri vizi dell’Anima, cioè di affezioni incontrollate che generano false opinioni e che inducono a prendere come beni o come mali ciò che quell’Anima ora fugge e ora persegue.

Che cos’è ciò che determina questo male e come è possibile ricondurlo a quel principio e a quella causa?

In primo luogo, un’Anima siffatta non può essere avulsa dalla materia e non esiste di per sé. Infatti, è mescolata con l’assenza di misura e non è provvista della forma che la riduce all’ordine e la porta alla misura. La ragione di ciò è da imputarsi al corpo con cui è immischiata, il quale ha materia.

E se anche la parte razionale riporta danni, la sua facoltà di vedere viene impedita sia dalle passioni, sia dal lasciarsi ottenebrare dalla materia, sia anche dalla sua stessa propensione alla materia, e in generale, dal guardare non all’essere, ma al divenire.

In realtà, il principio del divenire è la natura della materia, la quale è a tal punto malvagia da contagiare del proprio male perfino quello che non è ancora in essa ma si limita a guardarla.

Nella materia, infatti, non c’è traccia di bene, in quanto essa è privazione di bene, e poi, essendo pura mancanza, tende ad assimilare a sé tutto ciò che in qualche modo la tocca.

Dunque, l’Anima perfetta, quella che è diretta verso l’Intelligenza, non rinuncia mai alla sua purezza, e per questo distoglie lo sguardo dalla materia; inoltre, non guarda né accosta tutto ciò che è indefinito, privo di misura, e insomma malvagio. Resta dunque immacolata, in quanto totalmente determinata dall’Intelligenza.

Al contrario, l’Anima che non persiste in questo stato, ma, per il motivo che non è perfetta né prima, esce da se stessa, diviene, per così dire, la mera parvenza dell’altra, per tutto ciò che di quella perde per l’indeterminatezza di cui si riempie; a tal punto essa mira all’oscurità e ormai accoglie la materia, in quanto guarda ciò che non vede, proprio come quando diciamo di vedere anche l’oscurità.[4]

 

Note

[1] Cfr. Aristotele, L’anima.

[2] Cfr. Platone, Fedone.

[3] L’intera citazione ripresa dal Fedro di Platone: “Se vincono le parti più elevate dell’anima che conducono a una vita ordinata e alla filosofia, essi trascorrono la vita di quaggiù in modo felice e in armonia, perché hanno il dominio di sé sono moderati, avendo sottomesso ciò da cui deriva nell’anima il male e liberato ciò da cui deriva la virtù”.

[4] L’oscurità altro non è se non il limite raggiunto dal procedere della forza che deriva dal Principio primo e supremo, e che nell’ultima fase si attua mediante l’Anima, al cui limite la forza, dopo essersi via via attenuata, si spegne. La materia è quel momento in cui l’Anima non riesce più a vedere.

 

Info

Rubrica Dalle Enneadi secondo Plotino

 

Bibliografia

“Enneadi” di Plotino, Arnoldo Mondadori Edizioni, 2012. Traduzione di Roberto Radice. Saggio introduttivo, prefazioni e note di commento di Giovanni Reale.

 

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