“Daltonico Esistenziale” di Stefano Gervasoni: la Prefazione della silloge poetica

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“È tardi,/ il tramonto mi minaccia.// Sarà ancora la notte/ ad accompagnare i miei passi./ Dovrò, ancora questa volta,/ inventarmi i colori dal buio./ Sarà tutto nei miei occhi/ questa volta intorpiditi dalle lacrime;/ ma che importa?/ È questo il pianto del cigno./ Sarà il mio ultimo grande sogno a guidarmi,/ sarò il solo spettatore di me stesso,/ finalmente solo,/ sarà solo il sogno a guardarmi da lontano.// […]”“Il pianto del cigno”[1]

Daltonico Esistenziale Stefano Gervasoni Prefazione
Daltonico Esistenziale Stefano Gervasoni Prefazione

Edito a maggio 2026 dalla casa editrice Tomarchio Editore, “Daltonico Esistenziale” è la seconda silloge poetica di Stefano Gervasoni preceduta da “I miei versi storti” (Liberodiscrivere Edizioni, 2023).

“Daltonico Esistenziale” è un viaggio o forse ‒ come lo stesso autore la definisce ‒ è “una sequenza disordinata di tappe” ordinata in sei sezioni così intitolate: Giallo: le radici; Nero: la lunga notte oscura; Grigio: daltonico esistenziale; Blu: un crollo, un cielo e un mare; Arancione: ho confuso l’alba e il tramonto; Rosso: Ah! L’Amore!

Ogni sezione si contorce nel colore, nella vita vissuta ed in quella non vissuta cercando frammenti di quel sé che pulsa internamente.

“Ci incontreremo, tutti noi/ intrisi marci di pioggia,/ noi che le abbiamo aspettate per una vita/ inutilmente.// Barcolleremo ancora,/ ma stavolta su un prato di nuvole grigie,/ ognuno con i suoi occhi sgranati/ ancora ad incidere sul legno di una panchina precisa,/ inevitabilmente vuota,/ gli appuntamenti falliti.// E capiremo,/ ognuno dagli occhi dell’altro,/ che:/ No!, non poteva essere altrimenti.// […]” ‒ “Le inevitabili”[2] (dedicata a Cesare Pavese)

Principia la Prefazione redatta dallo stesso autore ed avente come titolo: “Mi si è seccata addosso la vita”; nella quale si potrà leggere la genesi della silloge e la simbologia dei sei colori. Chiude la raccolta la Postfazione di Alessia Mocci. In copertina la fotografia “L’Angelo del Dolore” del poeta Fabio Soricone.

Per gentile concessione della casa editrice Tomarchio Editore si pubblica in anteprima la Prefazione dell’autore, Stefano Gervasoni. Si augura buona lettura.

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Prefazione de “Daltonico Esistenziale”

Mi si è seccata addosso la vita.

Il 2 giugno 2023 mia madre è morta.

Prima che chiudessero la bara, le ho chiesto di “lasciarmi andare”: un vivo che chiede ad un cadavere di essere “lasciato andare”? Infatti, non era a mia madre che lo chiedevo veramente, ma a me stesso; e siccome negli incroci più importanti della mia vita sono spesso stato un codardo, ho chiesto proprio a lei ‒ a mia madre appena morta ‒ di fare qualcosa al posto mio, qualcosa che io non avevo il coraggio di fare: lasciarmi andare.

Nella bara ho lasciato “I miei versi storti”, la mia prima raccolta di poesie pubblicata pochi mesi prima che mia madre mi lasciasse. Infatti, quel libro è durato poco, forse troppo poco considerando che avevo impiegato quasi 50 anni per scriverlo.

Ma non poteva essere altrimenti, o almeno così mi serve pensare: il senso de “I miei versi storti” era solo, forse, nella sua pubblicazione. Forse. Infatti, non sono stato molto capace di promuoverlo, come spesso mi capita quando si tratta di fare qualcosa per me: l’ho trascurato, forse non ci ho creduto a fondo, forse. Mi è bastato vederlo pubblicato, mi serviva quello, forse.

“Daltonico Esistenziale” ha avuto un percorso diverso: è il racconto nemmeno troppo lineare di un tentativo involontario di presa di coscienza. È un tratto di un viaggio, forse, un viaggio in cui sono scivolato, che non avevo né programmato, né pianificato, né prenotato. Più che un viaggio, è una sequenza disordinata di tappe, forse. Non c’è un inizio, non c’è una fine; c’è solo un movimento cui mi sono abbandonato, come quando avevo fatto finta di chiedere a mia mamma. Anche se non era proprio questo che intendevo in quel momento.

Le “poesie” di “Daltonico Esistenziale”, senza volerlo, raccontano quel movimento.

“Poesie”, fra virgolette: io non so se sono vere poesie, se sono prosa in versi o poesie in prosa, o altro ancora. Non me ne sono mai né occupato, né preoccupato di catalogarle; mi sono preoccupato, volta per volta, di trovare un “modo” (una “tecnica”, come qualcuno la chiama) che riuscisse a rappresentare alcuni stati d’animo, molti dei quali a me ancora ignoti e non ben identificati. Ma non importa, non sono più ossessionato dall’esito: “conta solo il movimento”, come dice una delle poesie della raccolta.

Daltonico è, notoriamente, chi ha una visione alterata dei colori, soprattutto di alcuni.

“Daltonico esistenziale” è chi ha una visione alterata della vita, chi la vede in modo diverso dagli “altri”, chi vede qualcosa che gli “altri” non vedono oppure chi non vede qualcosa che agli “altri” risulta lampante. Io sono sempre stato un daltonico esistenziale, ma non lo sapevo, l’ho capito tardi, insieme a tante altre cose, ma le poesie di questa raccolta sono i colori così come li vedo io. Gli “altri”, fra virgolette. Perché nelle mie poesie gli altri non ci sono quasi mai. Per il poco che so, accade lo stesso anche nei sogni: non esistono molteplicità generiche o indistinte in quello che sogniamo; tutto può essere ricondotto ad un “significato”.

Nei sogni, gli altri sono una parte travestita di noi stessi. Così accade nelle mie poesie, soprattutto in questa raccolta: ci sono io e una solitudine da piena estate: nelle mie poesie gli “altri” sono tutti andati via. Rimangono i fantasmi.

La donna di “Smalto”, ad esempio, la incrociai per caso in un bar e di lei non ho saputo (ne saprò) niente, non è una persona generica. È un volto, è una storia di cui mi è rimasto impresso lo smalto. Quella donna sono ancora io.

Sono un daltonico esistenziale, ho raggruppato le poesie per colori, sfidando un paradosso: un daltonico che usa i colori per descriversi, come se un cieco si proponesse come guida per la visita ad un museo. Assurdo, ma se dovessi visitare delle catacombe, io mi affiderei ad un cieco con fiducia totale e lo preferirei a qualsiasi guida imbecille con gli occhiali da sole sulla testa.

Allo stesso modo, ho pensato che solo un daltonico, per giunta esistenziale, possa guidare il lettore nelle mie poesie che altro non sono se non paesaggi mentali i cui colori non sono mai ben definiti, in cui non si sa mai bene dove si stia andando, a fare cosa, e soprattutto: con che scopo.

Nelle mie poesie manca quasi sempre lo scopo. Non danno risposte, buttano addosso solo domande. C’è un paesaggio che non si capisce perché non lo capisco nemmeno io che ci sono dentro e che provo a descriverlo.

Ho diviso la raccolta in sezioni e in colori.

Giallo: sono poesie e urla e rabbie legate alla mia infanzia e alla mia famiglia, la morte di mia madre sullo sfondo, una diga che è pronta a crollare, lo squarcio che non fa nessun rumore plateale, ma che stravolge il mio sguardo sulle mie origini e mi apre un nuovo caleidoscopio. Gialla è la strada d’estate che da casa mia portava alla chiesa di Almè quando avevo 8 anni nei pomeriggi infuocati di luglio: la solitudine e il silenzio di quando tutti i miei amici se ne andavano via. Giallo è il sole sulla parete di una stanza sempre troppo piccola; è un pezzo di vita trascorso in prigione, con persone che non ho scelto, che ho amato fino all’impossibile, ma che mi hanno sempre tormentato. E mi tormentano ancora.

Nero: Giallo era il colore del ricordo, della malinconia, dell’affetto nonostante tutto. Con l’avvicinarsi della notte, anche il sole si eclissa e le ombre si allungano. In “Nero” le poesie balbettano lo smarrimento, lo sgomento. Scrivo con il ghigno della morte appoggiata sulla spalla sinistra. Nero è l’unico colore che il Daltonico vede correttamente e come gli altri, forse. Nera è la vita che mi si è seccata addosso.

Grigio è appena dopo il nero, un passo dopo l’oscurità quando lo spettro dei colori si è spento e rimangono solo le gradazioni più scure. In Grigio ci sono le poesie di una vita che si sta scolorendo, una vita che doveva essere una cavalcata trionfale verso l’Olimpo e che collassa invece in una fragile stagione di passaggio, sospesa fra “un prima e un dopo”. La vita che si impallidisce; si sente il freddo che fa ai piedi il mare d’autunno. Grigio: mi sta succedendo qualcosa che non comprendo. Non vedo più bene. Mi si è ristretto il campo visivo, ho il terrore che presto diventerò cieco. Non so più dove sono; soprattutto, non so da dove sono arrivato. Grigia è la confusione, lo smarrimento, è il profumo che ancora si sente del rosmarino che cresce sulle montagne sopra la spiaggia, ma è lontano ormai. Grigio è il colore dell’“ormai”.

Stefano Gervasoni poesie
Stefano Gervasoni poesie

In Blu ci sono dei luoghi, c’è una natura che trabocca e che è stata ferita da un errore umano. Un ghiacciaio che sta scomparendo, una diga squarciata, una torre incastrata in un luogo improbabile. Ovunque, c’è un intruso che ha rovinato una meraviglia. Blu è il colore dell’acqua e del cielo che, nonostante i vari disastri, continuano a dominare. Le poesie di Blu partono dall’intruso, dal disastro e cercano di scoprire sotto il caldo potente dell’estate la meraviglia di quando tutto diventa possibile. E, forse, sognano un ritorno.

Il mio Arancione contiene il rosso e il grigio. È un orizzonte che prende, finalmente, fiato, ma che non si capisce bene se sia un’alba oppure un tramonto. Di certo, stringe il cuore e in testa al corteo c’è adesso una tromba e non si capisce se suona per un battesimo o un funerale, se celebra un inizio o chiosa una fine. Poteva essere bello, soprattutto: diverso. Ma, forse, non è stato abbastanza. Non sono stato abbastanza.

Rosso è un inganno, è il canto delle Solite Sirene che non incanta. Rosso, si dice, è il colore dell’amore. Sembra quasi che sia guarito dal daltonismo, che i colori riprendono ad affacciarsi. Ma l’Amore, quello vero, non è rosso. L’Amore, quello vero, l’ultima volta che l’hanno visto, passeggiava. Rosso non può essere il colore dell’Amore perché è il colore del sangue. E il sangue scorre dopo una ferita, il sangue è l’esito di un errore di un incidente di una transizione di un taglio. Le poesie in Rosso sanguinano. È successo qualcosa. Le poesie in Rosso sono un abbaglio.

Anche in questa breve introduzione, come nella mia vita e in tanti suoi percorsi, sono partito da mia mamma. È successo però che alla prima stesura, per quanto ancora grossolana ed informe, si sia fatto largo un volto che sulle prime ero restio a riconoscere, ma che si è disvelato gradualmente e che ho iniziato a riconoscere nelle ore centrali della notte: mio papà.

A lui dedico “Daltonico Esistenziale”: riconoscimento se non postumo, quantomeno tardivo, alla sua storia che io ho sempre liquidato come banale, scoprendo poi che il mio giudizio, così affrettato, grezzo, incompleto e superficiale, era solo un modo per proteggermi, per evitare di sprofondare in quella storia in cui piano piano, pur a distanze siderali, mi sono riconosciuto.

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Note

[1] Stefano Gervasoni, Daltonico Esistenziale, Tomarchio Editore, 2026, p. 50

[2] Ibidem, p. 109

 

3 pensieri su ““Daltonico Esistenziale” di Stefano Gervasoni: la Prefazione della silloge poetica

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