“L’utopia della realtà” di Franco Basaglia: è possibile costruire una società di cura?

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Il testo L’utopia della realtà, riedito dalla Centauria Edizioni, è stato pubblicato per la prima volta, nel 2005, a cura di Franca Ongaro, a 25 anni dalla scomparsa di Franco Basaglia, psichiatra, intellettuale e filosofo italiano e pioniere del moderno concetto di salute mentale.

L’utopia della realtà di Franco Basaglia
L’utopia della realtà di Franco Basaglia

I 18 saggi scelti rappresentano una testimonianza preziosa del movimento culturale, politico e sanitario avviato da Franco Basaglia negli anni Sessanta, e portato avanti insieme al suo gruppo, il quale ha promosso un modello di cura a cui tutto il mondo si è ispirato e continua ad ispirarsi (OMS, 2003).

Da tale movimento culturale, di lotta contro il Manicomio e la discriminazione sociale, ha tratto ispirazione la Legge 180/1978, la quale ha sancito la fine dell’istituzionalizzazione e il diritto alla cura per tutti[1]. Il lungo processo di trasformazione della cultura della cura appare in questo libro attraverso contenuti di elevato spessore critico che vanno dalla psichiatria, neurologia, alla filosofia, sociologia e letteratura. Alcuni saggi sono il contenuto di comunicazioni o relazioni di convegni, già pubblicati su riviste specifiche dell’epoca, e di cui si trova presenza nel libro Scritti 1953-1980 (1981).

La loro lettura offre la conoscenza della storia di Riforma e del processo di pensiero e pratico che ha permesso la trasformazione della concezione della malattia e della cura, portando a quella che il maestro Eugenio Borgna ha definito come «la migliore delle psichiatrie possibili» (L’agonia della psichiatria, 2022).

Il testo L’utopia della realtà, già dal titolo, appare in tutta la sua complessità di senso. Il costrutto, nello stile dei Basaglia, pone il lettore di fronte alla necessità di accogliere l’impegno della cura come un progetto che è sempre in là da realizzare, e che non consente di far ricorso a soluzioni preimpostate. La tensione etica verso il miglioramento delle condizioni di vita di ogni persona, che anima ogni pagina, porta il pensare ad andare oltre il pregiudizio insito nel sapere pregresso. Nello scritto Utopia della realtà (1974), che dà il titolo alla raccolta, si legge: “Ciò che deve mutare per poter trasformare praticamente le istituzioni e i servizi psichiatrici (come del resto tutte le istituzioni sociali) è il rapporto fra cittadino e società, nel quale si inserisce il rapporto fra salute e malattia. Cioè riconoscere come primo atto che la strategia, la finalità prima di ogni azione è l’uomo (non l’uomo astratto, ma tutti gli uomini), i suoi bisogni, la sua vita, all’interno di una collettività che si trasforma per raggiungere la soddisfazione di questi bisogni e la realizzazione di questa vita per tutti”. (p. 228)

Qui la parola “utopia” è rappresentata nella sua essenza pratica, quale “negazione determinata” delle condizioni del vivere, per un futuro che abbia come fondamento la giustizia sociale e l’emancipazione. Il concetto riporta al costrutto di “utopia concreta”, presente nella filosofia e letteratura, come dimensione di impegno verso la realizzazione di un pensare e di un agire oltre il limite posto dal pessimismo. Il costrutto “utopia della realtà” porta con sé la possibilità di immaginare il possibile, affrontando le contraddizioni presenti, rimanendo però coscienti del lavoro da svolgere quotidianamente affinché non prevalga il pregiudizio.

Basaglia: Anni fa lei ha scritto una frase che mi aveva molto colpito: «le ideologie sono libertà mentre si fanno, oppressione quando sono fatte». Non so se si tratti di una mia proiezione, ma mi sembra che in questa enunciazione sia presente la necessità di vivere a mano a mano le contraddizioni che si aprono, anche se ricorrendo a una metodologia nata originariamente come rifiuto e negazione, senza attaccarsi alla stessa ideologia per sopravvivere. Ma il problema è come, in questa società, riusciamo a sopravvivere senza aver bisogno di ricorrere a strumenti di difesa, evitando di cadere nella stessa logica contro cui lotta.

Sartre: […] C’è una parte di creatività in qualsiasi ideologia, anche in una ideologia borghese. Ma una  volta fatta, si è alienati. Se ci deve essere una nuova creazione, che sia una ideologia alla quale non si sia alienati. Che si sia noi stessi ideologia. Tutti questi sono problemi.” ‒ Franco Basaglia, Crimini di pace, (1975), p. 241

La messa in discussione del razionalismo rappresenta la base filosofica da cui prende avvio la decostruzione della cultura del Manicomio, mostrando l’erroneità delle posizioni positiviste e organiciste, e riportando attenzione ai significati dei comportamenti, mai riducibili nella loro unicità e situazione vissuta.

Quando si parla di «condotte perturbate» ci si riferisce automaticamente a dei parametri fissi secondo cui sono definite le condotte nella «norma», in rapporto alle quali o in deviazione dalle quali le «condotte perturbate» risultano misurabili e codificabili. Il discorso è ovvio, ma anche l’ovvio lo è solo in funzione dell’ovvietà che esso rappresenta […].” ‒ Franco Basaglia, Franca Ongaro, Le condotte perturbate. Le funzioni delle relazioni sociali, (1978), pp. 275-276[2]

Le tematiche affrontate nei saggi attingono alla tradizione neurologica, filosofica, sociologica e antropologica, ponendo l’accento sui fattori esistenziali della condizione umana, e della relazione tra le persone nella società. Andando oltre il paradigma biomedico, attraverso l’epoché fenomenologica, Basaglia ripercorre le teorie e le tecniche in uso, restituendo una lettura importante di autori della psichiatria, neurologia e filosofia. Lo fa attraverso la sua modalità particolare di procedere in un’ermeneutica del senso che permette di interrogare i diversi autori e le loro opere più importanti, riuscendo ad andare oltre il sapere pregresso e svelandone le falle. La riflessione, nei saggi, muove da una critica a Cartesio, e, seguendo Edmund Husserl, conduce il pensare verso la possibilità di considerare l’umano, e la sua co-appartenenza al mondo, come base di una nuova psichiatria.

Alla problematica che è propria della psicologia, non soltanto ai giorni nostri ma da secoli – alla «crisi» che le è peculiare – occorre riconoscere un significato centrale; essa rivela …  un enigma del mondo di un genere completamente estraneo alle epoche passate … l’enigma della soggettività.

Così Husserl ci introduce nella sua Crisi delle scienze europee, portandoci subito nel vivo di quello che può ben definirsi il problema centrale di ogni indagine scientifica, quando questa indagine voglia avvicinare «l’uomo nel suo comportamento di fronte al mondo, l’uomo che deve liberamente scegliere, l’uomo che è libero di plasmare razionalmente se stesso il mondo che lo circonda»: l’uomo che, come oggetto in un mondo oggettuale è contemporaneamente soggetto di queste possibilità. È su queste premesse che ogni scienza – che voglia essere legata all’uomo e ai suoi problemi – si trova a dover affrontare il tema della soggettività, delle relazioni soggetto-oggetto, materia-spirito, io-tu e, ciò che qui interessa, il rapporto io-corpo. È qui che la psichiatria – coinvolta come tutte le altre scienze nella crisi della nostra cultura – va cercando nuovi fondamenti da cui costruire nuovi metodi di indagine, di comprensione delle malattie mentali. È ancora una ricerca intuitiva dove la comprensione filosofica dei problemi dell’uomo nei suoi rapporti con se stesso, potrebbe chiarire meccanismi ancora nascosti, far comprendere mondi inestricabili ad un’indagine naturalistica.‒ Franco Basaglia, Corpo, sguardo e silenzio. L’enigma della soggettività in psichiatria, (1965), p. 27

La critica alla “cultura della malattia mentale” (Foucault, Storia della follia nell’età classica, 1961) porta a vedere l’impegno comune come una necessità irrinunciabile, orientando verso un’etica della cura, sprone di cambiamento primariamente in chi legge.

Luogo di istituzionalizzazione e di alienazione indotta, l’Ospedale Psichiatrico potrebbe però rischiare di mutarsi ‒ attraverso le nuove misure attuate ‒ in altro luogo di alienazione, se è organizzato come un mondo in sé compiuto, nel quale tutti i bisogni sono soddisfatti, come in una gabbia d’oro.” ‒ Franco Basaglia, La distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione. Mortificazione e libertà dello «spazio chiuso». Considerazioni sul sistema «open door», (1964), p. 17

Divenire consapevoli della natura paradigmatica di ogni metodo si rivela come atto terapeutico primario di liberazione di sé stessi dal pregiudizio che separa malattia e salute.

La psichiatria si trova oggi a confrontarsi con una realtà che è stata messa in discussione da quando – superata l’impasse della dualità cartesiana – l’uomo si rivela oggetto in un mondo oggettuale, ma contemporaneamente soggetto di tutte le sue possibilità.” ‒ Franco Basaglia, Un problema di psichiatria istituzionale. L’esclusione come categoria socio-psichiatrica (1966), p. 43

La libertà si mostra dunque come cifra dell’esistente, ma anche come destino dell’esserci in quanto limitato e incompiuto, la cui dimensione pone ogni società di fronte ad un impegno necessario: costruire una società di cura in cui ognuno possa sentirsi al sicuro. L’impegno richiesto, leggendo il testo, è quello di comprendere la cura nel suo significato più esteso, come riconoscimento all’altro di uno spazio adeguato al suo poter essere sé, per il quale la relazione diviene fulcro di ogni possibilità di miglioramento su un piano di condivisa umanità.

Franco Basaglia citazioni L'utopia della realtà
Franco Basaglia citazioni L’utopia della realtà

Ora, il momento dell’incontro con l’altro non si realizza come puro riconoscimento di una materialità costitutiva di me stesso, ma come rispecchiamento di un me stesso, punto di partenza di un io fungente: io riconosco nell’esser-là dell’altro un’esperienza coesistente al mio esser-qui, esperienza che io posso avvicinare perché nel mio esser qui esistono infinite posizioni, tali da potermi portare nella posizione del là. In questa ambigua relazione fra una materialità opaca, impenetrabile ed una libertà fungente, sta il problema della soggettività corporea e, – in quanto la coesistenza con l’altro è fatto fondamentale – il problema dell’altro.  Ci si trova dunque di fronte al mio comportamento e al comportamento dell’altro, poiché nel momento in cui io voglio farmi un’esperienza particolare del mio corpo nel mondo non si tratta più di uno psichismo orientato solo su di me, ma di una condotta di un mio comportamento riferito al mondo; come si tratterà di una condotta, di un comportamento riferito al mondo anche per l’esperienza del mondo dell’altro.” ‒ Franco Basaglia, L’ideologia del corpo come espressività nevrotica. Le nevrosi neurasteniche, (1967), pp. 76-77

L’opera di Franco Basaglia e la sua filosofia [Di Adamo, Della cura, Negretto Editore, 2024] emergono in tutta la loro attualità per il presente e il futuro della cura. La postura virtuosa e responsabile si pone come elemento primario del saper essere con l’altro nella cura, ed esercizio e stile di pensiero e di vita. La lettura del saggio diviene quindi palestra per la maturazione di un habitus che possa consentire ad ognuno di continuare ad interrogarsi sulla bontà delle metodologie in uso e sulle risposte che vengono ricercate per rispondere al bisogno di chi attraversa l’esperienza della sofferenza. La postura che viene esercitata negli scritti è quella di chi si oppone alla razionalità tecnica, al biologismo e allo sguardo dall’alto, guardando alla situazione specifica e ai fattori sociali, esistenziali e culturali del bisogno espresso. L’impegno da sostenere, per il miglioramento necessario, non concede di abdicare ad un modello specifico di riferimento o scuola di pensiero, ma di agire in modo propulsivo e creativo verso un rinnovamento continuo.

“[…] disarmati come siamo, privi di strumenti che non siano un’esplicita difesa nostra di fronte all’angoscia e alla sofferenza, siamo costretti a rapportarci con questa angoscia e questa sofferenza senza oggettivarle automaticamente negli schemi della «malattia», e senza disporre ancora di un nuovo codice di interpretativo che ricreerebbe l’antica distanza fra chi comprende e chi ignora, fra chi soffre e chi assiste.” ‒ Franco Basaglia, Prefazione a «Il giardino dei gelsi», (1979), p. 307

Rinunciando alla volontà di far prevalere il sapere pregresso alla voce della persona, attraverso l’epoché, la pratica dell’aver cura si fa meravigliante, in assenza di differenza di ruoli tra le persone. Attingendo ad Hegel e alla dinamica servo padrone, Basaglia porta il discorso verso la problematizzazione dell’ovvio, e proprio l’ovvio emerge come problema da affrontare di volta in volta.

L’intuizione per una terapia psichiatrica comunitaria nasce, dunque, in un clima pragmatista in cui l’epoché della malattia viene attuata di necessità, se si vuole ricostituire una base di omogeneità – che precede ogni classificazione – da cui poter incominciare a vedere il malato e il suo modo di muoversi. L’assenza volontaria di una gerarchia (per quanto la cosa sia possibile in una società altamente gerarchizzata) vuole tendere alla omogeneizzazione di tutti i membri della comunità. Omogeneizzazione che potrebbe corrispondere all’originaria comunità indifferenziata che precede la comunicazione (di cui parla Husserl) e dalla quale potrà emergere il corpo proprio di ciascun membro della comunità. La reciprocità della situazione è data proprio dal fatto che il livello di «cosificazione» in cui tutti i ruoli sono fissati (malati, infermieri, medici), richiede un’interazione intenzionale che porta alla liberazione del malato, così come a quella dell’infermiere e del medico. Il medico e l’infermiere non si trovano a donare al malato una libertà che è in loro possesso, ma devono attraverso il malato trovare la propria libertà, così come il malato la troverà attraverso di loro e attraverso l’istituzione intenzionalmente terapeutica.” Franco Basaglia, Corpo e istituzione. Considerazioni antropologiche e psicopatologiche in tema di psichiatria istituzionale, (1968), p. 112

Un procedere prudente e forte, quello che emerge dalla lettura delle pagine, per un rinnovato impegno ad essere migliori.

 

Titolo: L’utopia della realtà
Autore: Franco Basaglia
Editore: Centauria Editore
Numero di pagine: 323
Prezzo di copertina: 12,99 euro
Anno di pubblicazione: 06 febbraio 2026

 

Written by Loredana Di Adamo

 

Note

[1] La Legge 180 fu una legge stralcio. Nello stesso anno confluisce nella Legge 833/1978 che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale.

[2] Il brano è tratto da un contributo che fu richiesto da Jean Piaget a Franca Ongaro e a Franco Basaglia per la pubblicazione di un volume edito dall’ Encyclopédie de la Pléiade, nel 1987, dal titolo Psychologie.

 

2 pensieri su ““L’utopia della realtà” di Franco Basaglia: è possibile costruire una società di cura?

  1. Credo che tutte le interessanti considerazioni qui riportate, possano condensarsi nell’assunto di Eugenio Borgna che riassume la “180”, come la “MIGLIORE PSICHIATRIA POSSIBILE”. Peraltro l’Essenza delle considerazioni inoppugnabili qui riportate da Loredana, concettualizzano l’altra essenza di Kant: “Riferirsi all’uomo sempre come fine e mai come mezzo”…
    Ed è ciò verso cui ha dovuto piegarsi Platone, quando corr concettualizzare le regole della “Ragione”, rendendosi che ciascuno Uomo è portatore di logiche proprie, sia dovuto ricorrere al “MONDO DELLE IDEE”… Allora “concetti”, oggi “COSTRUTTI DELLA MENTE”…

    1. Gent.le Giovanni Gallo, la ringrazio per la sua puntuale considerazione che rimanda a dei riferimenti filosofici salienti. E’ proprio all’etica kantiana che si può fare riferimento, al “devi perché puoi, e “puoi perché devi”. Qualcosa che ci chiama in causa l’etica, e quindi il posizionamento etico e umano che ognuno di noi, come persona, può scegliere di assumere. Il Maestro Eugenio Borgna è stato uno dei pochi a riconoscere e a parlare di tutto ciò che ha sottolineato dell’opera di Basaglia, citandolo nella bibliografia dei suoi libri e nei suoi scritti (cosa rara) sia per la parte neurologica/psichiatrica, sia per la parte Teorico/pratica della sua fenomenologia, indicandolo come un pioniere della nuova visione e annoverandolo tra i Maestri del pensiero. Certamente da approfondire. Di fatto, ancora oggi si tratta della “migliore delle psichiatrie possibili”, come non essere d’accordo! E questo rinvia ancora di più ad un esercizio di virtù che possiamo fare, proprio ripercorrendo testi come questo, in cui troviamo risorse e voci autorevoli come Sartre, con cui entrare in dialogo e continuare ad attualizzare la migliore delle psichiatrie possibili o a fare ancora meglio. Nostro dovere come società civile. La ringrazio ancora

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