Seadas: ricetta inedita, storia e identità di un piatto che non nasce dolce

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“Il sapore di una seada è l’abbraccio viscerale della Madre Sardegna che ti segue ovunque tu vada, non abbandona mai i propri figli, resta impressa nel cuore, e come il miele avvolge il calore.” ‒ Beatrice Borgonovo

Seadas ricetta De Gustibus Marmillae
Seadas ricetta De Gustibus Marmillae

Per la nuova puntata della rubrica “De Gustibus Marmillae” vi parliamo delle Seadas, un dolce che non nasce come un dolce!

Le seadas – o sebadas, come spesso si legge nei menù – sono un racconto che affonda le radici nella Sardegna più autentica dei pascoli e delle transumanze, delle mani sapienti che impastavano con ciò che la terra e gli animali offrivano.

E forse è proprio da questa materia primaria, il grasso animale, che deriva il loro nome. Secondo l’interpretazione più accreditata, la parola “seada” (varianti locali del nome: sebada, sevada, sabada, seatta) rimanderebbe al sardo seu, ovvero il grasso, richiamando l’uso originario del sego o dello strutto nell’impasto. Altri vedono un’eco latina in sebum (grasso), altri ancora una suggestione iberica, cebada, da cebar ovvero l’orzo, eredità della dominazione spagnola. Ma, come spesso accade nelle tradizioni popolari, la verità non è univoca bensì un intreccio di lingue e culture.

C’è poi una piccola e ostinata diatriba linguistica che attraversa l’isola, quella sul nome. Perché, se è vero che nei menù – dentro e fuori la Sardegna – si legge spesso “una seadas”, è altrettanto vero che questa forma tradisce la lingua da cui proviene. In sardo, infatti, seada è il singolare, mentre seadas è il plurale ‒ sa seada, o is seadas ‒ dire “una seadas” è, a tutti gli effetti, un errore, una di quelle distorsioni nate dall’uso e dalla traduzione, che finiscono per sembrare corrette solo perché ripetute.

Quello che invece appare certo è che la seada, oggi regina dei dessert isolani, non nacque affatto come dolce, ma era piuttosto un piatto sostanzioso pensato per nutrire. Un cibo di ritorno, quasi rituale, preparato per accogliere i pastori dopo lunghi periodi di transumanza lontani da casa. Grande spesso quanto il piatto che la conteneva, racchiudeva in sé l’essenziale dei principi nutritivi, semola, formaggio fresco, grasso, energia pura. Solo in un secondo momento, con l’aggiunta del miele, si compie la trasformazione da piatto unico a regina dei dessert.

La seada è un equilibrio affascinante tra opposti, è croccante e morbida, dolce e salata, rustica e raffinata. La sfoglia ‒ la cosiddetta “pasta violada” ‒ è sottile ma resistente, col giusto tanto di grasso che basta per diventare friabile dopo la frittura.

Il ripieno – cuore pulsante del piatto – è fatto di formaggio fresco, spesso pecorino primosale, oppure viene utilizzato su Casu Axedu,[1] un formaggio fresco che viene lasciato inacidire fino a raggiungere quella nota appena pungente che, una volta sciolta, regala la tipica consistenza filante. La scorza di limone o di arancia introduce un elemento aromatico che prepara il terreno all’ingresso del miele.

Il gesto finale, quello di versare il miele caldo sulla seada appena fritta, diventa quindi un atto simbolico.

In alcune varianti tradizionali si prediligono mieli dal carattere deciso e amaro ‒ ad esempio corbezzolo, cardo o castagno ‒ capaci di sostenere e dialogare con la complessità del ripieno.

Preparazioni simili sono già attestate nell’antica Roma, nel De agri cultura di Catone il Censore[2] [3] e nel Satyricon[4] di Petronio,[5] a testimonianza di una tradizione antichissima che, attraversando i secoli, è giunta fino a oggi, tanto da essere riconosciuta e tutelata da uno specifico disciplinare IGP che ne definisce caratteristiche e produzione. Nonostante il disciplinare, la seada resta profondamente legata alla dimensione domestica e artigianale. Ogni zona dell’isola custodisce una propria variante, c’è chi preferisce il formaggio cotto e chi lo utilizza a crudo, chi aggiunge il miele, chi lo zucchero, chi lo zucchero a velo, oppure chi sostituisce lo strutto con l’olio.

“Siamo il regno ininterrotto del lentisco, delle onde che ruscellano i graniti antichi, della rosa canina, del vento, dell’immensità del mare. Siamo una terra antica di lunghi silenzi, di orizzonti ampi e puri, di piante fosche, di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta. Noi siamo sardi.” ‒ Grazia Deledda

Grazia Deledda citazioni
Grazia Deledda citazioni

Ecco a voi la ricetta delle seadas della rubrica “De Gustibus Marmillae” fedele alla preparazione più autentica.

Ingredienti (per 4 persone):

Per la sfoglia (pasta violada):
300 g di semola di grano duro rimacinata
40 g di strutto (oppure olio extravergine d’oliva)
150 ml circa di acqua tiepida
1 pizzico di sale

Per il ripieno:
300 g di pecorino fresco (primosale) o Casu Axedu (per chi preferisce i sapori più decisi)
1 scorza di limone non trattato (o arancia)
2 cucchiai di acqua (facoltativi, per sciogliere il formaggio)

Per la frittura e finitura:
Olio di semi (oppure olio EVO) q.b.
Miele (o zucchero)

Procedimento:

Preparazione dell’impasto: versate la semola su una spianatoia e formate una fontana. Aggiungete il sale e lo strutto. Iniziate a impastare aggiungendo acqua tiepida poco alla volta. Lavorate energicamente per circa 10 minuti fino a ottenere un impasto liscio, elastico e compatto.
Coprite con pellicola o un panno e lasciate riposare per circa 40 minuti.
Preparazione del ripieno: tagliate il formaggio a piccoli pezzi. Mettetelo in una padella a fuoco basso con poca acqua e mescolate continuamente finché non si sarà sciolto completamente diventando filante e omogeneo. Aggiungete la scorza di limone grattugiata. Versate il composto su un piano leggermente umido e appiattitelo a circa 8 mm di spessore. Quando si raffredda, ritagliate dei dischi di circa 8 cm.
Stesura della sfoglia: riprendete l’impasto e dividetelo in porzioni. Stendete con mattarello fino allo spessore di 2–3 mm (molto sottile). Ricavate dei dischi leggermente più grandi del ripieno.
Formatura delle seadas: disponete un disco di formaggio su metà dei dischi di pasta e coprite con un altro disco di sfoglia. Premete bene attorno al ripieno per eliminare l’aria e sigillate i bordi. Rifinite con rotella dentata o coppapasta.

Nota Bene: Questo passaggio è fondamentale: se entra aria, la seada può rompersi in frittura.

Frittura: scaldate abbondante olio a circa 170°C. Friggete una seada alla volta e durante la cottura versate olio caldo sopra con un cucchiaio (senza girarla troppo). Cuocete fino a doratura uniforme e scolate su carta assorbente.
Finitura e servizio: se il miele è cristallizzato (un buon miele dovrebbe cristallizzare) scaldatelo leggermente a bagnomaria o al microonde. Versate dunque il miele caldo sulle seadas appena fritte e servite subito, quando la sfoglia è croccante e il formaggio è ancora filante.

Consiglio enologico o abbinamento rapido alcolico:

Le seadas sono un piatto complesso, costruito su un equilibrio sottile tra grassezza, acidità e dolcezza. Per questo motivo, l’abbinamento non è casuale, serve qualcosa che sappia sostenere il miele, pulire la bocca dal fritto e dialogare con il formaggio.
Vernaccia di Oristano: vino unico, con note di mandorla, miele e spezie. La sua struttura e la leggera sapidità lo rendono perfetto per contrastare la grassezza della frittura e accompagnare la complessità del ripieno.
Moscato di Sardegna: dolce, aromatico e fragrante, con sentori di fiori e frutta matura. È l’abbinamento più immediato (e il più consigliato della rubrica), richiama il miele e armonizza il contrasto dolce-salato.
Malvasia di Bosa: morbida e avvolgente, con profumi di frutta secca e miele. Ha una dolcezza elegante che accompagna senza sovrastare.
Vermentino di Gallura: anche se non è un vino dolce, la sua freschezza e sapidità lo rendono interessante, pulisce il palato e alleggerisce la percezione del fritto.
Anghelu Ruju: rosso liquoroso, intenso, con note di frutta rossa e spezie. Perfetto per chi cerca un abbinamento più deciso, capace di sostenere il carattere del piatto.

Oltre ai vini dolci, acidi e liquorosi, consigliamo anche qualche liquore e distillato:

Mirto sardo: aromatico e balsamico, con note di macchia mediterranea. Funziona come digestivo naturale e pulisce il palato dopo la ricchezza della seada.
Fil’e ferru (grappa sarda): forte, secco e diretto. Taglia la componente grassa e lascia una sensazione di pulizia netta, ideale a fine pasto.
Liquori agli agrumi: richiamano la scorza di limone o arancia presente nel ripieno, creando una continuità aromatica molto piacevole.

“Se il cibo è il linguaggio più universalmente umano, ogni cucina è lo specchio di una società.” ‒ Marino Niola

E anche stavolta è arrivato il momento di salutarci, osservando che la seada oggi non è più solamente un dolce, ma il segno di un passaggio, da piatto povero e necessità a simbolo e icona, regina dei dessert isolani, racconta gesti e territori, tradizioni e trasformazioni, restando fedele a se stessa.

Arrivederci alla prossima puntata della rubrica “De Gustibus Marmillae”, con una raccomandazione per voi: quando la seada arriva in tavola, calda, fumante e dorata, con il cuore estremamente filante, aspettate un attimo… o sarà lei a ricordare alla vostra lingua, senza pietà, che la fretta non è mai stata una buona consigliera!

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degustibusmarmillae@yahoo.com

 

Written by Aldo Turnu

 

Note

[1] Bio Diversità Sardegna
[2] Wikipedia De Agri Cultura
[3] Wikipedia Marco Porcio Catone
[4] Wikipedia Satyricon
[5] Wikipedia Petronio

 

Info

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