“D’anime e d’animali” album dei PGR: è ancora resistenza sonora?

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“Niente di eclatante a parte l’esistere.”Giovanni Lindo Ferretti

D’anime e d’animali PGR Per Grazia Ricevuta
D’anime e d’animali PGR Per Grazia Ricevuta

L’album “D’anime e d’animali” ‒ uscito nel 2004 sotto l’etichetta Universal ‒ dei PGR ‒ Per Grazia Ricevuta[1] rappresenta uno snodo fondamentale nella traiettoria artistica di Giovanni Lindo Ferretti[2] e dei suoi compagni di viaggio, eredi diretti delle esperienze dei CCCP – Fedeli alla linea[3] (storico gruppo con il compagno di avventure berlinesi e musicali Massimo Zamboni,[4]) e dei CSI – Consorzio Suonatori Indipendenti.[5]

Nato ufficialmente nel 2001 a Montesole, il progetto PGR porta con sé un senso di continuità e metamorfosi. Il nome stesso, Per Grazia Ricevuta, allude a una sopravvivenza quasi miracolosa, a una possibilità di continuare a creare nonostante fratture e importanti cambiamenti.

Proprio durante la lavorazione di questo disco, la band si riduce al nucleo essenziale formato da Giovanni Lindo Ferretti (voce), Gianni Maroccolo[6] (basso, chitarra acustica, tastiere ed elettronica) e Giorgio Canali[7] (chitarra elettrica e voce), dopo l’uscita di Ginevra Di Marco[8] (voce, presente nelle fasi iniziali) e Francesco Magnelli[9] (composizione e arrangiamenti, presente nelle fasi iniziali).

Da questa sottrazione nasce una nuova identità, ironicamente ribattezzata la formazione a 3G, Gianni, Giorgio e Giovanni, che hanno continuato il progetto, scherzosamente identificandosi con l’acronimo P.G.G.G.R. (“Però Gianni Giorgio Giovanni Resistono”), che diventa anche dichiarazione poetica e politica, resistere come gesto artistico.

“Sono le donne che fanno il mondo, gli uomini sono sempre lì per distruggerlo.”Giovanni Lindo Ferretti

Prodotto da Peter Walsh,[10] “D’anime e d’animali” segna un deciso cambio di rotta rispetto al lavoro precedente (l’album omonimo “Per Grazia Ricevuta” del 2001). Abbandonate le stratificazioni elettroniche, il suono si fa più crudo, diretto, viscerale. Le chitarre tornano a graffiare pesantemente, acide, la batteria pulsa in primo piano, mentre emergono contaminazioni Alternative Rock, Art Rock, Indie e Post Rock.

Si aggiungono inserti popolari (come la tammorra[11]), suggestioni mediorientali affidate a strumenti e arrangiamenti orchestrali. Questo album sembra un ritorno alla materia, alla terra sonora, coerente con un disco scritto “di getto”, in una dimensione quasi domestica e montana.

L’album “D’anime e d’animali” si distingue per una marcata evoluzione stilistica e tematica, segnata dal ritorno a sonorità più ruvide e da testi profondamente riflessivi e autobiografici. I testi, scritti quasi interamente da Giovanni Lindo Ferretti, esplorano la ricerca della semplicità della vita, il legame con la memoria dei nonni, la passione per i cavalli e la maturità spirituale, spesso venata di riflessioni profonde e talvolta sofferte sulla vita.

L’album “D’anime e d’animali” si compone di undici tracce, per una durata complessiva di circa 58 minuti, e si sviluppa come un percorso dove ogni brano è una variazione sul tema della condizione umana, sospesa tra animalità e tensione spirituale.

01 – Alla pietra (9 luglio 2003) – 6:20
02 – Casi difficili – 7:29
03 – Divenire – 5:02
04 – Orfani e vedove – 4:51
05 – Tu e io – 4:07
06 – I miei nonni – 6:32
07 – Io e te – 4:42
08 – Cavalli e cavalle – 4:34
09 – S’ostina – 5:10
10 – P.G.G.G.R. – 4:52
11 – Si può – 4:15

“No, io non ho paura della tecnologia, la tecnologia mi ha salvato la vita – io non sarei qua senza la tecnologia medica –, ho paura della stupidità umana, del crearsi i falsi dèi, e la medicina è un falso dio molto, molto potente perché quando si sta in ospedale si è in balia di tutto essendo in balia del dolore […].”Giovanni Lindo Ferretti

Si apre con “Alla pietra (9 luglio 2003)” che rappresenta un vero e proprio “ritorno alle origini” per la band. Il testo fa riferimento a una data precisa, il 9 luglio 2003, quando il gruppo si trovò a dover tenere un concerto che, a causa del maltempo, fu costretto a svolgersi al chiuso e senza impianto di amplificazione. Da questa esperienza nasce il celebre ritornello Fottiti tecnica, vaffanculo impianto, comincia la festa”.

Il brano celebra l’idea che la natura comandi su tutto, nonostante le condizioni avverse abbiano impedito lo svolgimento tecnico del concerto, il messaggio è quello di restare felici e spensierati, godendosi la serata tra bevute e balli.

Viene descritto come un “inno di un ritorno alle origini”, diretto ed efficace, che recupera la veemenza delle esperienze passate dei CCCP e dei CSI. Rappresenta la scelta di un mondo “giovane e forte, odorante di sangue e fertile”[12] rispetto alla perfezione artificiale dell’elettronica o dell’impiantistica moderna. Il pezzo trasmette un senso di semplicità e umiltà, riflettendo lo spirito con cui è stato concepito l’intero album “D’anime e d’animali”, un lavoro scritto “di getto” in una casa di montagna, mettendo a nudo le abilità artistiche presenti e passate dei membri del gruppo.

“Alla pietra (9 luglio 2003)” è una dichiarazione di resilienza e gioia istintiva, che invita a fare tesoro della semplicità della vita e ad accettare le sfide che l’esistenza e la natura pongono davanti.

Invece di farsi scoraggiare dalla mancanza di mezzi tecnici, il gruppo scelse di celebrare l’evento con una festa “diretta ed efficace”. L’espressione diventa quindi un grido di liberazione contro la dipendenza dalla tecnologia, la festa comincia comunque, anche se la “tecnica” fallisce, un ritorno alle prime esperienze punk dei CCCP.

“[…] cadi ubriaco strafatto e stai dritto/ Finché ti prendono e ti distendono/ Fottiti tecnica! Vaffanculo impianto, comincia la festa/ si suona, s’amoreggia stanotte/ si canta, si balla e si rimpalla […]”

Segue “Casi difficili”, che introduce una dimensione “politicamente forte” che segna una svolta sonora per il gruppo grazie all’inserimento della tammorra, suonata da Cristiano Della Monica.

Questo strumento porta dentro il brano una pulsazione arcaica, quasi rituale, mentre il testo attacca con durezza certe derive del volontariato e provoca l’ascoltatore con un invito spiazzante: “Se il mondo non vi piace, arruolatevi”.

L’uso della tammorra rappresenta una novità stilistica per il gruppo, introducendo una contaminazione “Pop” intesa nel senso di “popolare”. Oltre alla tammorra, la struttura musicale del brano (che vede anche la presenza di Orrio Odori al clarinetto) contribuisce a creare un’esplosione elettrica tipica dello standard rock dell’album.

“[…] posso essere perplesso se chi fa il bene dell’umanità/ mette i propri vecchi all’ospizio?/ se chi fa il volontario ci guadagna un salario […]/ sono perplesso, sono depresso,/ sono incazzato molto molto peggio ‒/ vale più un cuore puro e un cazzo dritto/ d’ogni pensiero debole, piagnone contro/ comunque sempre e solo insoddisfatto/ ‒ il mondo non vi piace: arruolatevi!/ siamo casi difficili tra chirurgie e analgesici/ residui complicati d’infauste ideologie […]”

“Divenire” si muove su un piano più filosofico, è una riflessione sulla noia e sull’insoddisfazione cronica dell’essere umano, racchiusa nella frase “destinato alla gioia l’uomo si nutre di noia”. Musicalmente serrato, il brano costruisce tensione attraverso il dialogo continuo tra chitarra, basso e batteria.

“[…] divenir essere, divenir altro, divenir niente/ per ottime e svariate ragioni/ è il libero arbitrio ciò che gli Dèi/ invidiano agli umani/ non c’è niente di già stabilito/ anche se tutto sta in un ordine creato […]”

Con “Orfani e vedove” ‒ la quarta traccia ‒ il disco raggiunge uno dei suoi vertici etici. Il brano è un manifesto di solidarietà verso gli ultimi, ma anche una presa di posizione chiara, Ferretti infatti si definisce “antifascista per indole e cristiano”, intrecciando memoria storica, spiritualità e impegno civile, schierandosi dalla parte degli oppressi. Egli delinea chiaramente la propria postura etica e storica. Le sonorità, arricchite da archi e strumenti come lo tzouras,[13] evocano un paesaggio sonoro mediorientale, ampliando l’orizzonte culturale del disco.

“Orfani e vedove” agisce come un manifesto di valori in cui la ricerca spirituale di Giovanni Lindo Ferretti incontra una presa di posizione civile radicata nella memoria storica e nel rispetto per la sofferenza umana.

“[…] Aria nuova./ ‘libertà fratellanza uguaglianza’/ orfani vedove monaci guerrieri/ ‘libertà fratellanza uguaglianza’/ repubblicano, anticlericale che, da secoli e secoli,/ sono cristiano/ antifascista per indole, di fatto e partigiano/ so che ci ha liberato l’esercito anglo-americano/ l’esercito anglo-americano […]”

“Tu e io” (o Tu ed io) ‒ quinta traccia de “D’anime e d’animali”, la mia preferita (insieme a “I miei nonni”), che ‒ con dedica ‒ mi riporta a momenti intensi e “carnali”! ‒ porta l’ascoltatore su un terreno più intimo e corporeo, si concentra sulla dimensione fisica e istintiva del rapporto tra due persone, è l’esplorazione dell’amore carnale, senza filtri, dove l’essere umano viene ricondotto alla sua dimensione animale, istintiva. La canzone si conclude infatti con la parola “animale”, a indicare che, spogliato dalle sovrastrutture, l’uomo resta tale.[14]

“[…] ecco che i miei occhi su di Te/ cominciano a spogliarti e la gola si secca/ la pelle si compatta e morbidezza/ si compiace la carne, dolorante/ nel vuoto cerebrale, anelito animale/ ecco che le mie mani su di Te/ muovono in percorsi, disegnano arabeschi/ […] il vuoto che mi ingloba il pieno che, fiorendo,/ mi consola e mi perdona/ mi consola mi perdona/ mi consola e mi perdona/ ecco che Io non ci sono e non c’è Te/ sboccano le lingue screpolate d’umido calore/ prensili gli arti e irradia, irradia il cuore […]”

“E gli occhi tuoi mi rubano la luce, perché tu possa splendere nei miei.”Giovanni Lindo Ferretti

Il cuore emotivo dell’album è il brano “I miei nonni”, la sesta traccia, ed è considerato dalla critica come uno dei capolavori assoluti di Giovanni Lindo Ferretti e dei PGR. Musicalmente si presenta con un’inedita dolcezza, simile a una ninna nanna, sorretta dalla chitarra acustica di Gianni Maroccolo e dall’organo Hammond e l’harmonium di James Halliwell.

Il tema centrale della canzone è l’onore reso agli antenati e alle proprie radici. Ferretti esplora il legame spirituale e materiale con chi lo ha preceduto, ringraziandoli per averlo “voluto” e per avergli permesso di sopravvivere e crescere nonostante “mille errori e abominevoli credenze”.

Il testo descrive gesti semplici ma solenni, come il sedersi a tavola e benedire il pane, chiedendo e concedendo perdono. Ferretti poi riprende le regole tramandate dalla nonna ‒ “si deve/ non si deve, si può/ non si può” ‒ e le fa proprie, assumendosi la responsabilità verso la propria famiglia e la propria terra.

Descrive i nonni, che vengono ritratti con forza e bellezza: un nonno alto e forte e una nonna minuta ma altrettanto tenace, uniti da un amore e un desiderio reciproco costante. Il testo riconosce che il mondo è “complesso, incantevole, difficile”. Ferretti esprime una profonda maturità accettando il prezzo della vita, definito “divino nel costo e umano nel prezzo”, dichiarando di volerlo pagare e apprezzare pienamente.

“I miei nonni” è una riflessione sulla fragilità umana e sulla necessità di fare tesoro del passato e degli errori commessi per guardare a se stessi con consapevolezza. Un vero e proprio inno per chiunque abbia amato i propri nonni, e lo può far suo, pensando loro, ringraziandoli, amandoli, rendendo onore ai propri antenati, celebrando la saggezza, il senso di responsabilità e l’eredità spirituale ricevuta.

“[…] mio nonno siede a tavola/ benedice il pane, cibo quotidiano/ chiede concede perdono/ mia nonna dice: sì/ no, si deve/ non si deve, si può/ non si può/ dice quello che sa. Lei lo sa e Lei sa che io l’imparerò/ adesso siedo a tavola, benedico il pane, cibo quotidiano/ chiedo, concedo perdono/ dico: sì, dico no, si deve/ non si deve, si può/ non si può, a chi voglio bene/ […] rendo onore a chi mi ha preceduto/ tra mille errori e abominevoli credenze/ mi ha fatto vivo, sopravvivere, crescere/ il mondo è complesso, incantevole, difficile/ rendo onore a chi mi ha voluto/ mille e mille errori, abominevoli presenze/ io sono vivo, sopravvissuto, cresciuto/ e il mondo è difficile […]”

Con “Io e te” si ritorna al tema amoroso, ma in una chiave più passionale e lirica, sostenuta da una produzione che richiama le atmosfere dei CSI, che richiama lo stile di “Ko De Mondo”,[15] storico album del Consorzio. È un amore vissuto come intensità, come slancio.

Questo brano si distingue per l’intensità del sentimento e per le scelte sonore.

“Io e te”, insieme a “Tu e io”, entrambi i brani contribuiscono a delineare uno dei temi centrali del disco, la riscoperta della semplicità della vita e della dimensione umile dell’esistenza umana.

“[…] voglio nascere, rinascere/ morire e rimorire d’amore/ linguaggio gutturale d’anelito animale/ gli occhi, le mani/ il vuoto che m’ingloba/ il pieno che, fiorendo/ mi consola e mi perdona/ voglio nascere, rinascere […]”

“Cavalli e cavalle” è invece l’ottava traccia, la più rock del disco, dura e stratificata. Qui emerge una delle grandi ossessioni poetiche e vitali di Ferretti, il cavallo. La passione di Ferretti per i cavalli emerge con riferimenti storici e mitologici (Cesare, Achille, il Profeta Maometto). L’uomo stesso viene descritto nella sua essenza animale e carnale (anche in brani come “Tu e io”).

Nel testo ci sono riferimenti mitologici ad Achille e Patroclo[16]: il testo descrive infatti i cavalli che piangono per la morte di Patroclo e per il dolore del suo compagno Achille, soffocato dall’ira. Viene citato l’auriga che va incontro alla morte, un riferimento diretto al ruolo di Patroclo che scendendo in battaglia al posto di Achille guida i suoi cavalli verso il proprio destino fatale.

Sono presenti inoltre riferimenti storici e religiosi, ad esempio Giulio Cesare e le Idi di Marzo. Il brano evoca la figura di Cesare che “va a morire e non lo sa”, e il riferimento temporale è esplicito, avviene di marzo durante le Idi (15 marzo),[17] giorno del suo assassinio.

Giovanni Lindo Ferretti citazioni
Giovanni Lindo Ferretti citazioni

La parte finale del brano cita le “cavalle del Profeta”, riferendosi esplicitamente a Mohammed (Maometto), descrivendo come gli animali corrano al suo richiamo e tendano alla sua mano.

Questi personaggi sono stati scelti da Giovanni Lindo Ferretti perché, nel corso della loro vita o della loro leggenda, hanno avuto un rapporto unico e significativo con questi animali.

Di seguito il testo completo (è difficile estrapolare solamente alcuni versi!).

il muso a sfiorare la terra/ piangono i cavalli e impastano nel fango le criniere/ piangono Patroclo, amato, piangono per Achille/ il suo dolore soffocato dall’ira/ piangono il loro auriga/ che va incontro la morte, e morirà/ di marzo, nelle Idi, non mangiano/ non bevono e temono la sera/ li dispera che il loro cavaliere non la veda/ Cesare va a morire e non lo sa/ Cesare va a morire e morirà/ assetate sdegnano l’abbeverata/ corrono al suo richiamo/ tendono alla sua mano cavalle del Profeta/ Profeta, Dio lo ha in gloria, Mohammed

S’ostina” è la nona traccia de “D’anime e d’animali”, e introduce una riflessione sulla nascita e sul rapporto tra madre e cuccioli, con un uso più discreto dell’elettronica, quasi in sottofondo, come eco lontana delle produzioni precedenti.

“[…] involucro di carne traboccante di umori/ profumo dell’eterno che sgorga dall’abisso/ quando la madre scopre il seno/ il bimbo inebriato dal profumo di buono/ impara il vuoto e il pieno/ impara l’attesa, la gioia e l’abbandono/ impara ad imparare le tracce che fanno camminare/ chi sei tu bello come il sole, chi sei tu più bella della luna/ guardando te conosco la fortuna che gli Dèi vorrebbero per sé […]”

La penultima traccia è “P.G.G.G.R.” è un brano dal forte valore simbolico, è il momento più autoironico e identitario, il cui titolo è l’acronimo di “Però Gianni Giorgio Giovanni Resistono”. Rappresenta la dichiarazione d’intenti dei tre membri superstiti dopo l’abbandono di Ginevra Di Marco e Francesco Magnelli, confermando la loro volontà di continuare il progetto. P.G.G.G.R., l’acronimo che celebra la resistenza dei tre membri superstiti del gruppo.

“[…] se dicono è ora, mettiti il cuore in pace, non gli piace/ e s’avvia, dove nessuno va che, finché esiste, all’ovvio non ci sta/ resisto perché esisto, resisto finché esisto/ resisto perché esisto, reggo in realtà e reggiamo/ Altri hanno Resistito, in altro tempo/ per Loro era la vita in gioco, a perdere/ non poco, né tornaconto né vanità/ e se oggi mi dicono: resistere, resistere, resistere/ non so se piangere o ridere, non ci posso credere […]”

Chiude il disco “Si può”, una sorta di visione onirica ambientata tra i monti, che riporta tutto a una dimensione essenziale: il desiderio di migliorarsi, lavorare, esistere con consapevolezza.

e mi sembra di tornare/ in un sogno che conosco/ che attraverso con timore/ che mi lascia solo rabbia/ me ne voglio andare/ per monti a camminare/ essere migliore/ studiare, lavorare

Prima di salutarci, è doveroso ricordare i nomi dei musicisti e collaboratori che hanno partecipato all’album “D’anime e d’animali”. Oltre al nucleo centrale, alla registrazione dei brani hanno partecipato diversi altri musicisti: Peter Walsh (tastiere e grooves, oltre ad essere il produttore del disco); Pino Gulli (batteria); Cristiano Della Monica (percussioni, basso, tammorra, batteria e cori); James Halliwell (organo Hammond, harmonium e vibrafono); Claudia Rizzitelli e Giovanna Berti (violino); Martina Chiarugi (viola); Marilena Cutruzzulà (violoncello); Andreino Salvadori (tzouras); Orrio Odori (clarinetto); Saverio Lanza (slide guitar).

“La maggior parte delle frasi sono banali, ovvie, ripetitive ma comunicano il calore umano necessario per vivere in una comunità.”Giovanni Lindo Ferretti

Nel complesso, “D’anime e d’animali” è un disco che colpisce per autenticità e cerca una verità profonda, fatta di errori, memoria, corpo e spirito, capace di unire istinto e pensiero in una forma sonora diretta e necessaria. È un ritorno all’origine, musicale e umana, dove l’uomo viene osservato nella sua duplice natura, animale e pensante, fragile e resistente.

È un lavoro che ho apprezzato molto, soprattutto per il ritorno a quelle sonorità più ruvide e viscerali che richiamano da vicino l’esperienza dei “CSI – Consorzio Suonatori Indipendenti”, ma filtrate attraverso una maturità nuova, più consapevole.

La mano di Gianni Maroccolo si conferma ancora una volta geniale, capace di costruire architetture sonore essenziali ma potentissime, mentre i testi e la voce di Giovanni Lindo Ferretti raggiungono uno dei loro punti più alti, intensi, evocativi e a tratti spietati, ma sempre profondamente umani ed emozionali.

Un album che riesce a restare, a incidere, a resistere, resistere, resistere!

 

Written by Aldo Turnu

 

Note

[1] Wikipedia Per Grazia Ricevuta 
[2] Wikipedia Giovanni Lindo Ferretti 
[3] Wikipedia CCCP
[4] Wikipedia Massimo Zamboni
[5] Wikipedia CSI
[6] Wikipedia Gianni Maroccolo
[7] Wikipedia Giorgio Canali
[8] Wikipedia Ginevra Di Marco
[9] Wikipedia Francesco Magnelli 
[10] Wikipedia Peter Walsh
[11] Wikipedia Tammorra 
[12] AntiWarSongs
[13] Wikipedia Tzouras
[14] Youtube 
[15] Wikipedia Ko de mondo
[16] Wikipedia Achille e Patroclo
[17] RaiCultura Le idi di marzo

 

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