“La luce e il lutto” di Gesualdo Bufalino: un’idea di Sicilia iperbolica?
Caro il mio Gesualdo Bufalino, sto leggendo La luce e il lutto (sono a metà, poi ti dirò). Lunedì scorso, il tuo (la butto lì) studioso preferito Gino Ruozzi, presenziò (o circa) un incontro incentrato sulla tua figura e opera. E io non c’andai. Da quando mi travasai (a metà) nel sud, mi convertii all’uso (e abuso) del passato remoto, che in definitiva fa risparmiare luce elettrica e, eventualmente, toner per la stampante. Lo stesso vale per le d eufonetiche. Lo so. M’appaio a quell’accanito fumatore di nicotina, nonché diabetico che, semel in hebdomada, si fa due canne dietro fila e, dulcis in fundo, ingurgita una bella metà di quella torta di mele che abitualmente va rifuggendo.

Io sono uno scrittore p-i-olisso, che non mercanteggia in consonanti, vocali, punteggiatura, accenti. Ma sono onesto, in modo truffaldino. Dissi a Ginone-Ginaccio: … non credo ve ne sia, di libri, uno illeggibile. È una questione di tempo. Mi rincresce d’aver perso l’incontro di ieri. Del resto feci altre cose interessanti. Non è umanamente possibile leggere e scrivere contemporaneamente: Enten/Eller. Né sbucciare una banana e sturarsi le orecchie nel medesimo attimo. Ogni atto vive il necessario istante. Tutto è relativo fuorché l’infalsificabile Assoluto. Onde per cui, presto, leggerò La luce e il lutto, di cui potremo si spera un giorno ciarlare un po’, allorché c’incontreremo, caro. E questo è tutto, mio Gesualdo. Il difficile fu rivenire il tomino, che ero conscio di possedere. Scalato il Ventasso (1.727 dolci metri), lo rinvenii in una bancarella adiacente al Calamone, a 1 €.
In altro ispido e salvifico luogo, leggo la tua biografia, dove, in scarse righe, ricorre 15 volte la parola libri. Mi stupisce la tua frase: La cura è una sola: libri libri libri – epperò un’altra ce n’è nell’umana esistenza, e lo so che lo sai: cazzeggio, ripetuta x(y +1) volte. A 61 anni pubblicasti quel capolavoro, sollecitato da dei giganti scrittori, che non nomino. Passasti la vita a studiare, studiare, studiare; a girare, girare, girare; a scrivere, scrivere, scrivere; nonché a giocare a scacchi, ascoltare jazz, eccetera. Ognuno, come sai, è condannato all’eccetera che si merita.
Diedi un’occhiata alla mia reazione alla Diceria dell’untore, stavo scrivendo dell’autore, e penso: mo mâma! Possibile che la scrissi io? Sì. Me la ricordo benissimo. Mi dispiace di non averti letto per intero… Ma come si fa? Intero deriva da integer, da in-tangere, non toccare. E io solgo palpare!
Il tomino è suddiviso in 5 raggruppamenti di capitoli, che sono in tutto 28 e che, uno appresso l’altro, parlano della Sicilia. Regione che amo. Come tante altre. Forse di più. La conobbi nel 1985, dopo 25 ore di viaggio, 3 treni: Reggio-Bologna-Messina-Palermo-Trapani, ove mi congiunsi, stremato, all’amico Tonino. I migliori amici e coloro che più mi fecero inalberare sono siculi. Si è come dei gemelli separati alla nascita e, secondo il caso: incompatibili/connaturati. È la vita. Meno male che mai misi incinta una sicula. Con la prole avrei avuto un rapporto teneramente conflittuale. Come già in quell’altro, pure in ‘esto tomino mi battezzi con astruse parole: “trazzere”, “anilina”, “palmento”, “paliotti”, “grandigia”, “latomie”, “bivieri”, “casotto delle vastasate”, “scabini” – etc.
A pagina 12 de La luce e il lutto trapela una verità: “La Sicilia, insomma, invade ma è invasa.” – … violentata da quei 1000 e più desperados, sponsorizzati dalla perfida Albione, come mi disse quel giorno quel conte, nel suo inclito palazzo, e come mi ribadì nei suoi libri lo storico Luigi Iroso.
Ormai siete Italia? Che bello! E noi che siamo? Europa? Mistero! Secondo te, “Passerà poco (anni, mesi?) e sarà impossibile distinguere…” – un arşân tésta quêdra, da nu panormitanu e da nu catanìsi? Un infido quid ci renderà tutti simili, seppur difformi? Avanti, Savoiardi Borboni!: “le Sicilie sono tante…” – milioni di milioni. E ogni divergenza prevederà la sua omologazione.
Scrivi: “… l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce…” – di gravitazione e d’entropia che, sibilando, s’incrociano. E che: “… vi sono altre Sicilie, non finirò mai di contarle.”: 1, 2, .
La tua scrittura è così piana, saggia, quieta, che non so quanto durerà, temo e spero: assai.
Compili “l’identikit del Siciliano Assoluto…” – e lo lascio lì, a pagina 20, a germogliare.
“Quaggiù…” – dici, e poi t’allarghi un po’ – “… c’è un sangue che ci rassomiglia…” – ma bada che noi reggiani siamo un misto panna di tutto, pure di voi sicani e siculi. Come, credo, i norvegesi.
“… la morte qui sta morendo…” – se vive, ci pensi, è una maledetta camurria (dall’etimo incerto)!
Parli ora della “semiologia del lutto” – e ti capisco. De-cedere a Pisciotta e a Reggio Emilia sono fenomeni diversi. Nel Cilento (che è una sorta di Sicilia dell’estremo nord) il morto è custodito in casa come un santo, per un intero dì. E tutto il paese lo va a omaggiare. Da noi no. Chi muore giace e chi vive si dà armistizio. Un tempo c’era la banda che lo accompagnava all’ultimo residence, intonando inni sacri o Bandiera Rossa. Da’ pure una scorsa al quadro Così va il mondo di Cirillo Manicardi. Ma mo’, col progresso, si sono snellite le procedure. Cambiamo argomento!
Anzi, no. Ché tu continui a lutteggiare! Ti narro allora una storia campana. Per un anziano era giunta quell’ora. Perciò fu portato in auto a Napoli, da Amalfi. Stette per quell’eterno viaggio, seduto di dietro, senza la cintura. Allora non usava. Qualcuno scoprì poi che, del medesimo, difettava una foto con tutti i parenti stretti (una schiera infinita d’anime gementi). Fu chiamato con urgenza un fotografo che risolse il busillis. Non c’era allora l’AI. Cose simili non accadono più. Quell’inclito signore fu piazzato giustamente nel bel mezzo, in primissima fila.
Leggo: “… nei nostri occhi, finché non li chiudiamo, sono destinati a combattersi e ad amarsi per sempre la luce e il lutto.” – amen! Come se non bastasse: “… il siciliano soffre come nessuno la doppia inverosimiglianza della vita e della morte…” – e poi t’allarghi, misterico, nella spiegazione.
“Ed è teatro puro, giova ripeterlo…” – e qui è meglio annuire. Come in Russia, ricordi? Quella vecchietta che, gravida di morte, chinò il capo e batté in alto le mani! La scorsi in un romanzo dell’amato paisanu, Fëdor Dostoevskij. Mi pare ch’era I demoni. O era L’adolescente?
Troppi libri lessi, dimenticai e mai scordai! Si dice in giro che tu, invece, rimembri tutto. Cianci ora di “cuscusu’ trapanese” – e mo’ t’elargisco un ricordo. Ospite dalla famiglia Cardella, mi presentai con un salame di Felino, che donai alla bell’Antonina, detta Nina che, quand’era picciotta, fu eletta Venere del golfo. E che stava ora cucinando quel piatto arabeggiante. Dopo avermi salutato e ringraziato, tagliò una peccaminosa fetta dell’insaccato, fiondandola gaia in padella! Chissà se il figlio Tonino si rimembra il fatterello… E, se non è una miscellanea di culture questa, dimmi tu cos’è! Ma quella “vocazione claustrofila” – dove la mettiamo? Io pure ce l’ho. E la combatto. Anche tu, vero? Il problema è sempre quel vocabolino: “libri” – che poi si congiunge ad “acqua”, “strade”, “case”, “occupazione”…
L’estrema parola del presente capitolo è “libri”: se becco chi li inventò, lo appendo allo scaffale.
Esistono, dici: “… due modi d’intendere il viaggio abbastanza dissimili, ancorché complementari…” – uno rivolto al sé odierno e uno rigirato al sé passato. Siamo tutti gianici, vero? Il che ci permette oggi di sognare che, forse, ci sappiamo da sempre.
Pure in tal senso, apprezzo la fratellanza che tu individui tra Leopardi e Baudelaire.
Quanto dici, alla fine di quest’altro capitolo, mi fa cogitare ch’è davvero così: ogni viaggio, pur dolente e affaticante, diventa una “fiaba”, tramutandosi in “sogno”. E qui casc’u sceccu: parli di “Ibla” e per un paio di volte dici che: “Bisogna essere intelligenti per venire a Ibla, e voi ci siete già stati.” – sì… con la m…! Ci dovevo andare, insieme a due consanguinee. Poi, per colpa d’un terzo, inaffidabile soggetto (siculə è) il progetto saltò. Sorvolo sui particolari.
Mutando argomento, a pagina 66 de La luce e il lutto rinvengo un “Per intanto” – che già deprecai nella pregressa occasione. Ti perdono perché mi fai strabuzzare gli occhi, allorché scrivi: “Altrove è un posto forse più misterioso e più bello” – in alternativa a “Cimía” – di cui mi fai innamorare e di cui il web, ignorandone l’esistenza, dice che si trova nei pressi di Belluno! E tu m’avevi avvertito: “Non è facile arrivarci, è piú facile un weekend a Golconda o a Shangrilà…” – e se ci andassimo domenica? Poi c’avverti tutti: “Andate a Noto, datemi retta…” – ma è cosa nota che non si possa vedere tutto!
Insisti: “… se uno ci capita, resta intrappolato e felice, chi lo muove più.” – ci andrò, va bene…
Ma scenderò anche là, in quei magici canyon dell’Alcantara. Poi raggiungerò “Ibla” e pure “Enna” città, ché a “Piazza Armerina” c’andai già. Pure Caltanissetta visitai, in replica a un controinvito ricevuto da un panormitano. Non ne parli! Però è carina! Né più né meno della mia Reggio. Ma quel che narri di Gela mi fa gelare il sangue, per cui so che c’andrò! Sì. Narri. Non è un saggio. È una delle infinite Finzioni borgesiane. A ogni incrocio, laggiù i sentieri misticamente si divergono. E di Siracusa, che dovrei dire? La visitai. E concordo su tutto. Amo l’arcana frase: “Si sparse sull’asfalto come una foglia la luna”: Ed è subito mattina – aggiungerebbe un novello, più positivo Salvatore Quasimodo. Io ti odio, però, per come tratti quel “poeta francese” – senza manco citarlo (come fo ora anch’io). Perché lo annullasti? Perché tradì la perfezione del tuo Charles? Je est un Autre, egli sbraitava! E io, per dispetto, nulla dirò del tuo “Ignazio”, del tuo “Buttitta”. E però l’ho citato in duplice copia. Un dì fagociterò la leggenda del suo “Cola Pesce”. Ti ringrazio dell’avviso.
Tragico sei: “Esistono nella notte cento paesi di Sicilia, e in tutti c’è lo stesso odore di freddo e di paura…” – all’uopo rammento un episodio inquietante occorso in un ufficio postale di Trapani. Un tipo ignorò la fila e depositò una carta allo sportello, ritirandosi immediatamente. Due minuti dopo egli fu richiamato, e gli fu restituita, con un timido sorriso, una ricevuta. Eppoi l’emissario se ne uscì. E non un cenno o un sorriso egli elargì all’uditorio.
Poco dopo abbozzi la storia di alcuni artisti del clic. La “fotografia…” – dici – “… Rappresenta un certificato di morte ma, nello stesso tempo, una promessa di resurrezione.” – forse come in quel caso del de-ceduto che narrai?
Fai fremere, come pochi e, come pochi, fai sorridere (mai sghignazzare): tipo quando scrivi di taluni “turisti” che sono “disarmati fino ai denti” – dopodiché mi sorprendi pel tuo bieco anti-nazionalismo, che sottoscrivo in pieno. Quando la finiranno con ‘sti fines mai del tutto definiti?
Dici: “… fu con un corretto saluto militare che risposi, levando la mano al berretto, al saluto del corpo di guardia. Non mi accadeva dal 7 settembre 1943.” – Franco Franchi sarebbe stato più credibile! E sai che ti dico? A domani, zurieddu. A Pisciotta in tal guisa usiamo chiamar il picciotto.
Stamani discorri della tua “Comiso”, dove, dici: “Non soltanto ci sono nato, ma dei ventitremila giorni e passa che ho vissuto finora, ne avrò trascorso in questo luogo almeno…” – un battito di ciglia e quasi nulla più!
Dici: “Se penso alla Comiso di ieri e avantieri…” – per cui m’hai convinto. Ci devo andare per tenerti informato degli ulteriori sviluppi. Chiederò a Gino d’accompagnarmi, semmai. A lui, a te e agli altri tutti, dedico la successiva piolata, che inviai a un amico dal nome succoso: Enos.
Sto leggendo La luce e il lutto di Gesualdo Bufalino, che soleva dire: La cura è una sola: libri libri libri – una sorta di procedimento omeopatico. Quando m’imbatto in una persona che lesse meno di me e che, ciononostante, di me sia più psichicamente inguaiato, non riesco a non abbracciarlo. Quando ne incontro uno che lesse più di me e, nonostante ciò, è (quasi) sereno, non posso che ammirarlo.
Il mondo è bello perché è a-variato. Non so perché Gino sia così interessato a te. Forse perché in te scorse se stesso e il proprio antagonista.
Il tuo è un gioco errabondo, che poi ti riconduce sempre lì. Ogni evento, moto o immoto, è descritto, a futura e a pregressa memoria. Dai l’impressione di spolverare una fregatura, scegliendo con cura le briciole da eternare. Anche tu, come me, pari un Asperger pentito, re-immesso in circolazione e divenuto miracolosamente benefico (ben più che me). Ti cercherò ovunque, di certo e forse, saltellando di bàsola in bàsola, sibilando.
Gli schizzi che scorgo a pagina 153 mi ricordano che da troppi dì m’attende Il giornalino di Gianburrasca di Vamba. Una bella fetta di quelle giornate la trascorsi a seguire quel tuo strillo: libri libri libri…! Che tanto m’aiutò a gioire, anche allorché, per mero caso, m’occupai d’altro. La vita si sconta in diversi riti. La lettura, però, resta sempre appesa. Colà! E, nel frattempo, ti dico ciao, mio affettuoso “demologo”: ché questo tu sai d’esser.
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Gesualdo Bufalino, La luce e il lutto, Sellerio, 1990
