“L’anello debole” di Angelica Grivel Serra: un teatro di spiriti che convivono con i viventi?
“Quando la sera rapì anche l’ultimo spicchio di giorno, Cecilia…” (pagina 337) leggo questa frase, la rileggo e la rileggo ancora. Chiudo gli occhi per immaginare un giorno che cala. Ci trovo una metafora di una metafora di una metafora, ogni parola sembra scelta da un orafo con il bilancino.

È il potere delle parole! Un verbo, un aggettivo, un sostantivo buttati lì come se fosse a caso. Però, messi insieme così, sono folgoranti, restano impressi e abitano un’emozione. È una scrittura che scava. Che gratta via la polvere delle narrazioni lisce e scontate. Si passa sopra questa riga come quando viaggiando ti trovi all’improvviso davanti a un’insenatura così travolgente che ti devi fermare.
Questa è la cifra di scrittura di Angelica Grivel Serra ne L’anello debole (HarperCollins Italia Editore). Questa la scrittura che rimane sempre fresca e accattivante pur quando gongola in qualche elzeviro metaforico.
Detesto quando di un libro leggo che ha una scrittura “potente”. La scrittura deve essere potente, oppure non è scrittura. Ma qui l’autrice blocca all’istante zero della fantasia ogni paragrafo, stendendo le sue frasi con tutta la gamma di colori che puoi raccogliere, abbracciare e tenere con te. È una scrittura che non ti lascia mai da solo: ti racconta con intimità, ti sorprende, ti avvolge, ti fa volare e qualche volta cadere a spirale.
La scrittura è una lente che svela il microcosmo delle emozioni.
Angelica Grivel Serra, una giovane autrice di Cagliari, al suo secondo romanzo, inchioda il lettore in una saga familiare della media borghesia cagliaritana. Una famiglia patriarcale, in senso lato, perché gli uomini sembrano avere lo scettro, ma le donne tirano i fili. Possono apparire o stare nell’ombra, ma creano, dispongono, fanno la guerra, piangono o urlano, ma la loro parola è! Perché loro sono.
Il protagonista può sembrare marionetta, creta da spalmare, timoroso o a volte persino imbecille, ma forse rappresenta lo smarrimento di un uomo che deve riflettersi in una donna immensa, furba, rivoluzionaria ma tenera, ostinata e ricca di visioni dove un uomo normalmente non arriva.
È un duello infinito, sminuzzato in tutti i suoi meccanismi interiori quello tra Cecilia e Claudio, i due protagonisti. Sono sposati, hanno due figli, sono innamorati, ma devo affrontare una bordata della vita che rimette tutto in discussione: benessere e possibilità.
Lui, l’ultimo di cinque fratelli, è impegnato nella grande azienda di famiglia che costruisce e installa piscine, e all’inizio lo vediamo al capezzale della sorella settantenne, in fin di vita, che in punto di morte gli dice che tutta l’eredità spetterà solo a lui. Ma poi quando la famiglia intera si riunisce dopo la morte di lei, il mondo si mette sotto sopra per Claudio. I suoi congiunti sembrano non riconoscere un “testamento” virtuale, non scritto, e si apre una distruggente faida familiare.
Lui resta solo, con la moglie e i figli, contro tutto e tutti. Dissidi, litigi, incomprensioni e colpe mai anestetizzate mettono l’intera famiglia in fondo a un pozzo narrativo da cui sembra difficile venir fuori. Le sensazioni diventano tormenti e i dubbi asperità. L’autrice come li risolve? Claudio continuerà a essere L’anello debole della vicenda?
Non lo sveliamo, e forse poco importa, perché la storia e la scrittura ti portano dentro un fitto bosco sensoriale che risveglia nel lettore il vero piacere della lettura.
Written by Pier Bruno Cosso
