“Strappami alla notte” di Andrea Deiana: l’incandescenza della materia pulsante
Entrare nella vertigine della creazione artistica e cogliere il labile e incerto discrimine in cui l’incandescenza della materia pulsante si plasma nella forma che la condensa. Nell’attimo esatto in cui la ferita dell’essere si trasforma in poesia, “e il male d’improvviso si tramuta in piacere/ inaspettato intenso…”

È quanto accade a chi si inoltra tra le pagine di Strappami alla notte, l’emozionante romanzo di Andrea Deiana edito da Il Maestrale nel marzo del 2026.
Non si sa se più stupiti o incantati si segue il gioco della scrittura nel miracolo del suo farsi, la forza di espansione delle parole mentre fluttuano lievi nell’aria o cadono, corpose, sul foglio. Per allinearsi, incrociarsi, distanziarsi e strappare al buio del caos e al vuoto di gorghi oscuri cose, persone, oggetti, emozioni. E ordinare note, spazi, vuoti e silenzi, armoniosa colonna sonora quale mappa per i territori misteriosi dell’anima e della psiche. In un raccontare che è voce, respiro, ritmo. Suono e vibrazione in perfetta armonia.
“Musica, sovra ogni cosa.” Perché l’incanto invocato da Verlaine possa compiersi, e ogni pagina “sia la cosa involata/ che si sente fuggire da un’anima avviata/ verso altri cieli…”
Ma ciò che alimenta quest’opera dal titolo tanto evocativo (Strappami alla notte) non è la dimensione estetica, quanto il farsi carico della realtà attraverso esperienze capaci di creare la percezione della vita. E se il corpo si plasma come archivio del trauma e del dolore è quella stessa vita ad affermarsi quale forza irriducibile, lacerante e bellissima. Nell’unicità dei processi immaginativi.
Si entra, subito, nella spirale di un viaggio che è insieme interiorità e attraversamento del mondo, un brandello di mondo sullo sfondo di molteplici paesaggi. Da quello di una natura tanto universale nei suoi ritmi quanto circoscritta e riconoscibile nella sua malia a imprescindibili presupposti filosofici e sociologici, dalle rivelazioni della poesia agli abissi delle profondità psichiche.
E si avanza, in una storia che potrebbe essere anche un romanzo di formazione e individuazione del proprio sé quale lotta estenuante contro una realtà crudele e spietata. Una delle tante simili e diverse sparse per ogni dove, nonostante la perfetta sottolineatura di date precise a sancire il legame indissolubile tra i grandi passi della storia ufficiale e le piccole vicende di chi si muove tra le sue orme. Oltre la nuvola di polvere d’ocra sollevata da eserciti in fuga.
La vicenda narrata si apre nell’atmosfera infuocata e irrespirabile di una calma opprimente, di attesa. In un’inesorabile macerazione del tempo in cui si specchia la sorte di ogni cosa. Un silenzio in catene, capace di evocare maledizioni bibliche, peccati che aleggiano, colpe inconfessate, sospetti e diffidenza. Il tutto alimentato da incendi che, in una terra dove “la pioggia è troppa o troppo poca”, si susseguono, “… inesorabili con recrudescenze da ascesso…”, in quei mesi del 1958, paradigma eterno e immutabile di un tempo preciso. Universali le sue coordinate.
Per una invisibile umanità impregnata di ignoranza e pregiudizi ma venata di una colpevole innocenza, frutto di fedeltà rigidissima a modelli morali imposti dall’alto di un Dio onnipotente padrone della vita. Al di là di ogni stereotipo sociologico, in una realtà fatale quale inscindibile legame con una terra che è bellezza e forza, sudore e fatica, ma anche rancore e violenza.
Potremmo cercare etichette o parentele con altri luoghi tormentati, sino alla California di Steinbeck o al Messico di Juan Rulfo, ma non renderemmo la singolarità di Andrea Deiana, la delicatezza del tocco, la suggestione evocativa di una prosa lirica, ellittica, spesso franta in sottile coalescenza con la poesia. O i lievi sconfinamenti nel surreale, il dilatarsi degli istanti, il sintonizzarsi sul dettaglio, l’intima profondità degli affondi.
In una vicenda che si apre e si chiude per un rigoroso disegno strutturale sul medesimo corpo sconosciuto di un morto nessuno possiede un nome per illuminare la vita, alienato ognuno in un ruolo che disegna gabbie e confini. Nessuno possiede una voce per esprimere se stesso o riconoscere l’altro. Né orecchie per ascoltare le urla di chi subisce una violenza perpetuata da una generazione all’altra, solitaria tra le ragnatele di antiche fenditure, crepe di un silenzio quale ordine naturale e necessario di ogni cosa. Compreso il suono delle campane.
La mamma, la nonna, il nonno, la zia, il dottore, la maestra e il marito, l’orco e la sua vedova. Ogni figura abita una piccola porzione di mondo, chiusa nel proprio deserto personale, l’anima mai viva o uccisa dalla fine di ogni illusione. Potrebbero essere un coro atto a perpetuare la pressione della storia, le ingiustizie della vita, le prevaricazioni e le ottusità dei pregiudizi, pedine su un’unica scacchiera, ma ognuna consegna per sempre al cuore di chi legge il peso della propria storia.
Così come straordinariamente vivo, affascinante e colorato è il paese, stagliato sul bianco del dolore.
La voce narrante de Strappami alla notte è quella di una donna ormai anziana a cui un’inarrestabile malattia della vista ha acuito una già straordinaria capacità di sentire e vedere.
Una sensibilità che filtra il racconto della sua vita di bambina negli anni ‘50, in una piccola comunità di campagna per la quale lei è solo il frutto del peccato di una giovane donna in fuga da famiglia e paese. Stigma pericoloso da redimere. In nome di convinzioni prive di interiorità e riempite del vuoto di una sacralità banale.
E dunque condannata a essere occhi, sguardo e protesi degli arti per una nonna cieca, di una rigidità rapace, vendetta religiosamente piegata alla legge feroce del peccato e della sua espiazione.
Sperimenta così e interiorizza la diversità tra l’essere nella norma e la sua deviazione, pronta a riconoscerne ogni vittima inconsapevole. Impara a scavare nel nocciolo duro delle ipocrisie, a custodire sentimenti e sensazioni non consentiti, in radicale dissonanza con l’ambiente.
La fragilità dell’abbandono materno e la privazione degli orizzonti di ogni infanzia non scalfiscono la sua inviolabilità, l’incessante ricerca non tanto di una via d’uscita, quanto di un possibile modo per stare in equilibrio precario su un mondo che le nega l’esistenza.
Confinata al silenzio ascolta instancabilmente le voci di un’interiorità che scalpita per essere riconosciuta.
Consegnata all’insignificanza delle proprie radici impara a crearle in una filiazione simbolica da una madre che nella marea dei mutamenti emozionali è insieme ferita e farmaco, volto cancellato dallo strappo di una vecchia foto e specchio nel quale ritrovarsi. Non per un ineluttabile destino ma nella consapevolezza delle proprie necessità vitali.
Straordinario il suo lento apprendistato alla vita, la costruzione di un sé tra la scoperta e la conquista delle parole, dapprima di seconda mano, per rubare una definizione quanto mai precisa a Nadine Gordimer, rappezzate e incollate con fare incerto sui fogli bianchi di un quaderno inutilmente segreto, poi definitivamente conquistate nell’elaborazione del pensiero e di una lingua… “capace di aprire le porte all’intangibile”.

Prima di un finale inatteso e non prevedibile, corda per l’infinito di un volo, si scava negli anfratti del dolore, della solitudine, del senso di colpa ma anche della gioia e della felicità connaturate allo stesso esistere. Per aprire spiragli, vincere la sofferenza e schiudere nuovi orizzonti.
Né silenzio né rassegnazione, ma controrisonanze emozionali incandescenti capaci di nutrire le più nascoste pieghe dell’anima.
Dove è bellissimo perdersi al di là degli snodi narrativi tra scene di quotidianità, orrori della guerra, epifanie della natura, immagini, suggestioni. Tra i momenti preziosi della quiete e il vortice incontrollabile dell’inquietudine.
Una storia di memoria, di memorie, di ferite e di scoperte tra le faglie più profonde di un coacervo di desideri e paure, sogni, pulsioni, struggimenti, rivolte meditate e impossibili.
Ma mentre gli eventi si ricompongono nell’incrociarsi di piani temporali diversi, in una istintività associativa e quasi estemporanea dominata da un io che è insieme passato e presente, scopriamo limitativa qualunque sintesi.
Perché è la ricerca di un senso che si offre e si affida al lettore nel gioco archetipico dell’incidere le orme del proprio passaggio sulla terra. In una sofferta e mai esibita assunzione di responsabilità: “… Non c’è santità né innocenza in chi scrive una storia e mai il distacco di uno sguardo neutrale…”
E perché sul gesto di una bimba che incolla su fogli bianchi parole ritagliate da vecchi giornali per raccontare se stessa e il mondo, aleggia l’eterno decostruire e ricostruire operato attraverso la scrittura dalla condizione umana la quale, come affermava Ivo Anrdric nel suo discorso per il Nobel del 1961, non smette mai di “… tessere… la trama che gli uomini continuano instancabilmente a raccontare agli altri uomini…”
Written by Anna Maria Capraro
Bibliografia
Andrea Deiana, Strappami alla notte, Il Maestrale, 2026
