“Shaft il detective” film di Gordon Parks: l’eroe nero conquista il centro della scena
Un uomo attraversa con passo sicuro le strade di New York. Cappotto di pelle, sguardo ironico, sicurezza ostentata. Quando John Shaft compare sullo schermo, accompagnato dal groove funk composto da Isaac Hayes, il cinema americano sta già cambiando pelle.

Con “Shaft il detective” (1971), diretto da Gordon Parks, l’eroe nero smette di essere figura marginale e conquista finalmente il centro della scena. Portando sul grande schermo il romanzo poliziesco dello scrittore bianco Ernest Tidyman, con protagonista un affascinante investigatore nero dai modi rudi, i vertici della Metro-Goldwyn-Mayer sperano della casa di replicare, su vasta scala, il recente successo di “Sweet Sweetback’s Baadasssss Song” (film prodotto, diretto, montato e interpretato da Melvin Van Peebles) che, girato in poche settimane a basso costo (poco più di centomila dollari), ha moltiplicato i suoi incassi fino a raggiungere la ragguardevole cifra di quindici milioni di dollari.
La MGM è sull’orlo della crisi: il successo pervasivo della televisione e alcuni flop commerciali al botteghino hanno portato al licenziamento del direttore Robert O’Brien, e serve una scossa per risollevare le esangui finanze della major.
Da qui l’idea di attirare nelle sale le comunità afroamericane (più di 22 milioni di persone, circa l’11% della popolazione) attraverso un abile marketing sociopolitico capace di intercettare lo Zeitgeist, vista l’inaspettata accoglienza riservata alla pellicola di Van Peebles, che ha portato i portavoce dei Black Panther Party a consigliarne la visione a tutti i “fratelli”.
Insomma: cavalcare l’onda del momento.
Al Madison Square Garden è appena andato in scena il “match del secolo” fra i due campioni neri Muhammad Ali e Joe Frazier, con in palio la corona mondiale dei pesi massimi.
Sublimare la rabbia e le rivendicazioni civili dei ghetti e poi sdoganarle sul grande schermo, confezionandole con una nuova etichetta: blaxploitation. Una cosa molto cool.
Per farlo, la casa di produzione losangelina ingaggia Tidyman per la sceneggiatura e affida la regia a Gordon Parks, raffinato fotografo afroamericano della rivista Life, alla sua seconda prova dietro la macchina da presa dopo “The Learning Tree” (1969). A loro spetta il compito di cancellare la vetusta icona del detective nero “embedded” nell’immaginario collettivo e disegnarne una nuova.
Un’operazione che significa, in fondo, sostituire un’emozione con un’altra, recidere la tradizionale combinazione binaria eroe/vinto e mettere definitivamente in soffitta personaggi come Coffin Ed Johnson e Gravedigger Jones, i due investigatori di Harlem creati da Chester Himes. Oppure dimenticare i detectives – uno dei quali donna – messi in scena da Pauline Hopkins in Hagar’s Daughter, o ancora quello descritto da John Edward Bruce in Black Sleuth.
Insomma, un taglio netto con il passato e con la caratterizzazione classica del detective nero, spesso attraversata dal fatalismo, dalla rabbia repressa e dalla disperazione sociale di chi vive lungo un crinale in cui basta una lieve spinta del destino per precipitare.
Basta anche con quel particolare tono dei dialoghi, con l’uso spinto del linguaggio vernacolare – il black dialect and idiom – che prende a prestito terminologie care al blues e al jazz e che, insieme al cibo e alla danza, contribuisce a definire l’iconografia della multiforme quotidianità di Harlem.
E basta pure con l’amara ironia costruita sulla prima persona singolare, tipica di tanta narrativa noir afroamericana, distante dalla terza persona adottata dai detective bianchi di Dashiell Hammett e Raymond Chandler.
No: il detective portato sullo schermo dalla MGM deve distinguersi, perché John Shaft non è soltanto il medium del racconto ma anche il suo messaggio. Serve allora l’epifania dell’uomo giusto, il tipo capace di dare carne all’idealtipo. Magari un ex giocatore di football prestato alla moda. Per esempio Richard Roundtree.
Bello, atletico, sicuro di sé, sfrontato, con quella leggerezza che sembra quasi joie de vivre. È lui l’uomo giusto per incarnare il black pride, per sottolineare la preminenza del senso del possibile su quello del reale.
Roundtree diventa così la perfetta incarnazione del Black is Beautiful, slogan del movimento Black Power movement entrato rapidamente anche nel linguaggio pubblicitario.
Di lì a poco il varietà televisivo Soul Train, condotto da Don Cornelius, renderà mainstream l’Afrocentricity con canzoni, balli e sketch rigorosamente all black.
Con queste premesse, anche il complesso plot che si dipana nei cento minuti di proiezione passa quasi in secondo piano.
Le avventure del protagonista – alle prese con ambigui agenti di polizia bianchi e con mafiosi italoamericani razzisti in lotta contro la Black Mafia – sembrano poco più che un pretesto narrativo costruito attorno al mattatore.
Una sex machine che emula James Bond nel conquistare le grazie dell’altro sesso senza alcun pregiudizio razziale, tradendo fra l’altro la propria compagna. Va da sé che una simile icona del ribellismo nero non possa restare confinata ad Harlem.
La linea simbolica della 110th Street gli va stretta, e così Shaft si muove con consumata disinvoltura per le strade di New York, sempre in equilibrio tra polizia e criminalità.
Il film è un successo clamoroso. Incassa venticinque milioni di dollari e salva la Metro-Goldwyn-Mayer dalla liquidazione.
Le comunità afroamericane hanno finalmente un controeroe da esibire al potere bianco.
Il loro è un proletarian black hero: ironico, affascinante, indipendente, anche se dal carattere non facile, come suggerisce la voce della Stax Records Isaac Hayes nelle strofe che chiudono l’ipnotica “Theme from Shaft”, premiata con l’Oscar.
He’s a complicated man
No one understands him but his woman.
Eh, le donne…
Written by Maurizio Fierro
