“La dialettica nella scienza tra epistemologia e metafisica” di Claudio Borghi e Silvano Negretto: la prefazione di Cristina Zaltieri

La prima parte dell’opera è stata concepita da Silvano Negretto sulla base del suo lavoro di tesi sulla “Dialettica della Natura” di Engels, aggiornato alla luce dei saggi filosofici ed epistemologici usciti negli ultimi decenni. La seconda costituisce un lavoro stilato ex novo da Claudio Borghi come possibile estensione della precedente, in relazione alle nuove teorie fisiche e cosmologiche degli ultimi 125 anni. All’indagine storico-filosofica sulle connessioni tra scienza e dialettica hegeliana – su cui Engels aveva sviluppato interessanti riflessioni in merito al possibile riscontro di uno svolgimento triadico, articolato in tesi, antitesi e sintesi, dei fenomeni naturali – fa seguito una ricostruzione teorica e critica dei nuovi paradigmi fisici emersi nel Novecento, in conseguenza di una crisi della meccanica newtoniana e dell’elettromagnetismo maxwelliano in peculiari situazioni sperimentali. La nuova teoria relativistica, ristretta e generale, e la meccanica quantistica nel giro di qualche decennio avrebbero introdotto una nuova interpretazione dei concetti di spazio e tempo, materia ed energia, su cui Borghi sviluppa riflessioni accurate e improntate alla necessità, sempre più urgente, di un dialogo proficuo tra pensiero fisico, filosofico ed epistemologico, in cui nessuna disciplina dovrebbe sentirsi portatrice dell’interpretazione definitiva dei fenomeni.” ‒ dall’Introduzione di Claudio Borghi e Silvano Negretto

La dialettica nella scienza tra epistemologia e metafisica di Claudio Borghi e Silvano Negretto Prefazione di Cristina Zaltieri
La dialettica nella scienza tra epistemologia e metafisica di Claudio Borghi e Silvano Negretto Prefazione di Cristina Zaltieri

“La dialettica nella scienza tra epistemologia e metafisica” è un saggio scritto a quattro mani da Claudio Borghi e Silvano Negretto, ed edito nel marzo 2026 dalla casa editrice mantovana Negretto Editore.

Claudio Borghi, già autore della Negretto Editore con L’anima sinfonica (2017) e con Aforismi di luce (2020), oltre ad essere poeta, è anche fisico e filosofo. È nato a Mantova nel 1960 e si è laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo di Mantova. Ha pubblicato articoli di fisica teorica ed epistemologia su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Albert Einstein.

Silvano Negretto è la mente ed il braccio della casa editrice Negretto Editore, fondata per proseguire ciò che iniziò sulla cattedra di filosofia di un Liceo di Mantova: la proposta di conoscenza delle scienze dell’uomo intese in ambito filosofico, antropologico, sociale, naturalistico, passando per la psichiatria, la pedagogia e la didattica. Editore attento alla selezione dei titoli ed alla scelta dei suoi collaboratori, autori ed autrici, si avvale di un team eterogeneo che vede al suo interno ricercatori, docenti universitari, poeti e filosofi accumunati dall’interesse per la ricerca di verità, autenticità e coerenza.

“La dialettica nella scienza tra epistemologia e metafisica” non arriva nel mercato editoriale in modo del tutto inaspettato anche se rappresenta una grande sorpresa per i lettori; infatti Silvano Negretto, oltre ad essere legato a Claudio Borghi da un rapporto di amicizia, ha partecipato con postfazioni e note alle pubblicazioni precedenti di Borghi. Il saggio si presenta dunque come una possibile sintesi del dialogo costante fra i due proponendo un’analisi storica e critica del dibattito epistemologico dall’Ottocento sino ai nostri giorni.

Il sottotitolo del saggio “Filosofia della natura e teorie fisiche dall’Ottocento alla contemporaneità” infatti sottolinea l’argomento principe suddiviso in due parti: la prima parte intitolata “Il dibattito epistemologico nell’Ottocento tra dialettica e metafisica” è stata curata da Silvano Negretto; mentre la seconda parte intitolata “Dialettica e analogia alla luce dei nuovi paradigmi” da Claudio Borghi.

La prefazione porta la firma di Cristina Zaltieri, docente di filosofia ai licei e cultrice di filosofia all’Università di Bergamo. Dirige assieme alla stimata collega Rossella Fabbrichesi la collana “Il corpo della filosofia” della Negretto Editore; è nota per essere stata la traduttrice del filosofo francese di origini armene François Zourabichvili che sino alla sua prematura morte si è dedicato alla comprensione e commento di Baruch Spinoza e Gilles Deleuze, approdando alla produzione di opere di folgorante intensità concettuale.

Il saggio nasce, dunque, dalla necessità che, oramai si avverte come urgente, di dialogo tra pensiero filosofico, fisico ed epistemologico. Viviamo un’epoca nella quale ogni disciplina si autodefinisce come portatrice definitiva dei fenomeni e questo ha prodotto una smisurata distanza tra scienze che, invece, dovrebbero tendere alla comunicazione per poter sviluppare un sistema concreto di relazione dialettica atta alla ricerca dei perché, dei come, dei quando e di tutte quelle domande che da millenni “tormentano” l’essere umano.

Per gentile concessione della casa editrice Negretto Editore vi proponiamo in anteprima sulla data di pubblicazione un estratto tratto dalla prefazione di Cristina Zaltieri avente come titolo “Ilografie, le avventure della materia da Engels ai quanti”.

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Estratto della Prefazione di Cristina Zaltieri tratto da “La dialettica nella scienza tra epistemologia e metafisica”

La materia non è inerte resistenza che si oppone alla vita, non è un inciampo ottuso nel procedere inarrestabile del divenire, anche se la nostra tradizione di pensiero ha spesso voluto pensarla così. Molte le grida che si sono levate da luoghi diversi e distanti del sapere a contrastare il disprezzo per la materia, ad aprire la via per una sua nuova comprensione, ben compendiate nella voce isolata di Spinoza: “Noi non sappiamo cosa può un corpo!”.  In cammino verso questa inesplorata sapienza corporea, filosofia e scienza, ciascuna con i propri strumenti, cercano di leggere i segni che i corpi inviano e di tracciare le proprie scritture della materia, le loro ilografie. La hyle non è soltanto l’oggetto della scrittura, ma occorre pensare che è materia anche ciò che scrive: nella piega delle sue forme finite, la materia pensa e scrive se stessa.

Questo breve e denso testo, scritto a due mani da Silvano Negretto e Claudio Borghi, considera per l’appunto due ilografie che appaiono lontane tra loro, più ancora che nel tempo, nell’orizzonte di sguardo entro il quale ciascuna di esse si rivolge alla materia.  

Silvano Negretto, nel primo saggio, Il dibattito epistemologico nell’Ottocento tra dialettica e metafisica, ci pone dinnanzi alla scrittura dialettica della natura con la quale Friedrich Engels a fine Ottocento riscattava la materia dalla passività a cui l’hegelismo, da una parte, e la scienza deterministica, dall’altra, l’avevano relegata.

Il meccanicismo newtoniano – agli inizi del secolo XIX ancora paradigma dominante dell’ilografia del tempo – leggeva come carattere fondamentale della materia il fatto di occupare uno spazio, di estendersi in esso; si trattava di un’interpretazione della materia contro cui Engels e Marx mettevano in guardia, leggendola come perfettamente funzionale al saccheggio della stessa da parte del capitalismo industriale, alla trasformazione incessante della materia in merce. Per la precisione, per mettere coi piedi per terra tale connessione tra economia e scienza, Marx – nei Manoscritti del 44 – aveva indicato nella pratica stessa del lavoro industriale il luogo privilegiato di rivelazione, esperienza, conoscenza, della materia, il luogo del metabolismo umano della materia, la quale si dà a vedere in quanto “materiale” destinato ad essere plasmato e modificato in merce. Si perpetuava così una lettura antica, già presente nell’opposizione aristotelica di hyle e morphé, che attribuisce passività alla prima e attività alla seconda, consacrata dalla trasformazione industriale capace di fare della materia inanimata un manufatto.

In questo senso il gesto engelsiano di introdurre la dialettica nella materia, spesso considerato dalla critica una indebita estensione della dialettica, perfino un tradimento del materialismo storico, in verità mirava a superare la separazione ingiustificata del mondo umano, dispiegato nella dialettica materialistica che muove la storia, dal resto della natura, letto come astorico e immoto. Si trattava di non riperpetuare l’obsoleta opposizione tra vita e materia in quanto, scrivono i due pensatori,

conosciamo una sola scienza, quella della storia. La storia può essere considerata sotto due aspetti, ed essere suddivisa in storia della natura e storia degli uomini. Tuttavia, questi aspetti sono inseparabili: finché esistono uomini, la storia della natura e la storia degli uomini si condizionano reciprocamente.[1]

[…]

Storicizzare la natura significava, per Engels, consegnarla alla dialettica, i segni della cui presenza e costante azione egli decifrava in aspetti diversi nella materia e leggeva confermati ampiamente dalle scienze. Dialettizzare la natura comportava, infine, strapparla alla maledizione della fissità a cui Hegel la condannava – in questa condanna del tutto sodale del meccanicismo del tempo – in quanto in essa Hegel vedeva lo stato di alienazione dello Spirito, la cui sola vita poteva dirsi propriamente dialettica.

Le peripezie della ilografia dialettica di Engels sono conosciute e hanno di certo contribuito ad una sorta di damnatio memoriae della Dialettica della natura, che il lavoro qui presentato di Silvano Negretto ha il merito di contribuire a riportare all’interesse del dibattito attuale. Questo testo di Engels, opera incompiuta formata da appunti, schizzi, revisioni, verrà pubblicata dopo la morte dell’autore, nel 1925, in Unione Sovietica dove lo stalinismo se ne appropriò volendo leggere nella Dialettica della natura le basi materiali della scientificità inattaccabile delle leggi del materialismo dialettico. Così la lotta engelsiana contro la cattiva metafisica di un materialismo volgare o di una vulgata hegeliana, che aveva animato la stesura del testo e che – nell’intento di Engels – avrebbe dovuto porsi al servizio dell’emancipazione della classe operaia, cedeva il passo ad un uso dogmatico e acritico della dialettica della natura, in sintonia con il totalitarismo che si andava affermando.

[…]

Osserva Engels come da sempre l’uomo si distingua dall’animale nella diversa relazione con la natura: se l’animale si limita ad usufruire della natura, l’uomo mira piuttosto a dominarla attraverso il lavoro. Il sistema di produzione capitalistico rappresenta una minaccia per l’ambiente non solo per il poderoso sviluppo delle forze produttive e delle tecnologie del lavoro, ma soprattutto per il principio che ne costituisce la guida: la ricerca del profitto immediato. In un simile modello economico, gli effetti che la produzione esercita sulla natura e sulla società vengono ignorati, poiché quello che conta è il guadagno a breve termine, non la sostenibilità delle conseguenze. Il monito di Engels a tale proposito è chiaro: “Ad ogni passo ci viene ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo da essa, ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo.”.[2]

Lasciando alle spalle le scienze con cui Engels si confrontava e si scontrava – elettromagnetismo e termodinamica – Claudio Borghi, fisico e poeta, ci conduce nel secondo saggio del testo, Dialettica e analogia alla luce dei nuovi paradigmi, attraverso le vicende che hanno condotto alle ilografie delle scienze del nostro tempo, per delineare le linee generali e gli aspetti problematici delle due grandi protagoniste della rivoluzione scientifica del Novecento: la teoria della relatività e la meccanica quantistica. Ciò che colpisce di questa seconda parte del testo è la ricchezza di provocazioni del pensiero che lungo entrambi i percorsi esaminati è possibile incontrare e che Borghi valorizza con sapienza. Per quanto concerne le avventure della materia, esse sono rimarchevoli e sorprendenti in entrambe le teorie.

La relatività sfata il mito di un osservatore esterno privilegiato, capace di cogliere il fenomeno in una sua indiscutibile oggettività: l’interprete è parte viva dell’osservazione costituente il dato che – difatti – può essere colto solo nella relazione con l’osservatore. L’ilografia relativista ci insegna che la scrittura della materia, come ogni altra scrittura, non si riduce a mera registrazione rappresentativa di dati, è essa stessa modificazione dell’oggetto di cui essa scrive. Ciò non toglie che la materia – secondo tale teoria – esista indipendentemente da chi la osserva e scrive, ma la si possa cogliere solo nell’osservazione che, scrivendola, interferisce con essa, quindi la modifica.

Nella meccanica quantistica parlare di “materia” richiede un radicale cambiamento di sguardo rispetto alla visione classica: essa non appare più come sostanza solida, definita e autonoma, ma come un insieme di stati quantistici e di campi dinamici, in cui particelle e onde si intrecciano in una danza probabilistica. Le proprietà che un tempo sembravano intrinseche alla materia — posizione, massa, forma — possono avere ancora un senso solo nel contesto di interazioni e misurazioni, come manifestazioni di potenze e correlazioni. In questa luce, la materia quantistica ha incontrato anche alcune scritture radicali, come quella – discussa nel testo da Borghi – del fisico Guido Tonelli che indica nel “vuoto”, da intendere come un mare ribollente di fluttuazioni quantiche, la struttura più profonda dell’Universo. Deleuze suggerirebbe che non si tratta di un vuoto che equivalga al niente, è piuttosto da intendere come un virtuale che contiene tutti i possibili.

[…]

In Che cos’è la filosofia?, ultima opera scritta insieme da Deleuze e Guattari nel 1991, arte, filosofia e scienza sono vie autonome che attraversano il caos, ognuna con strumenti propri: la filosofia estrae concetti dal caos, tracciando linee di pensiero, la scienza lavora con funzioni mirando a costruire leggi e modelli che misurano e prevedono, l’arte usa percetti e affetti con cui produce nuove modalità di sentire. Ciascuna crea il proprio ordine senza mai domare il caos, ma lasciando vibrare la sua potenza infinita nelle diverse espressioni prodotte: concetti, funzioni, percetti/affetti. Se ne può dedurre che il dialogo tra filosofia e scienza, come ogni dialogo, può dare frutti laddove non si riduca la differenza tra l’una e l’altra, laddove una delle due voci non predomini sull’altra, trasformando così il dialogo in monologo, come per esempio sembra accadere in alcuni dialoghi platonici quando la voce incontrastata di Socrate sovrasta quella del malcapitato interlocutore.

Forse, proprio nella tensione tra esigenza di ordine e provocazioni della materia, nel crinale che separa la forma (necessaria per l’espressione ma sempre passibile di fissità mortifera) e la virtualità inesauribile della materia (vivificante ma non rappresentabile) si apre il terreno comune delle tre differenti ilografie: scienza, filosofia e arte. A quel confine labile e osmotico tra caos e forma – che ciascuna, con la propria modalità di espressione, esplora e sperimenta – sembra alludere un aforisma densissimo di pensiero del narratore e chimico Primo Levi a cui mi pare appropriato lasciare l’ultima parola: “La vita è regola, è ordine che prevale sul Caos, ma la regola ha pieghe, sacche inesplorate di eccezione, licenza, indulgenza e disordine. Guai a cancellarle, forse contengono il germe di tutti i nostri domani, perché la macchina dell’universo è sottile, sottili sono le leggi che la reggono, ogni anno più sottili si rivelano le regole a cui obbediscono le particelle subatomiche.”.[3]

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Written by Alessia Mocci

 

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Note

[1] K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca. Critica della più recente filosofia tedesca nei suoi rappresentanti Feuerbach, B. Bauer e Stirner, e del socialismo tedesco nei suoi vari profeti, trad. it. di F. Codino, in K. Marx, F. Engels, Opere complete, Vol. V, p. 14, Editori Riuniti, Roma 1972.

[2] F. Engels, Dialettica della natura, pp. 192-193. Per lo stato del dibattito ecosocialista su Engels come anticipatore del pensiero ecosocialista contemporaneo cfr. J. Bellamy Foster, Dialectics of Nature in the Anthropocene in “Monthly Review”, vol. 72, n°6, 2020.

[3] P. Levi, Il rito e il riso in L’altrui mestiere, pp.184-5, Einaudi, Torino 1985.

 

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