“Perché i cavalli corrono?” di Cameron Stewart: un cammino tra strade inesplorate?
“Non c’erano radici. L’alterità assoluta di quella pianta colpì Ingvar. Gli tornò in mente un brano di un vecchio libro sul naturalismo, che raccontava di un ateo che era andato a visitare una mostra di orchidee e ne era uscito convinto che il diavolo esistesse. Una raffica di vento freddo si insinuò tra gli alberi e Ingvar sollevò la testa.”

“Perché i cavalli corrono?” è il romanzo d’esordio di Cameron Stewart, pubblicato da Carbonio editore, un cammino tra strade inesplorate e inaspettate, così come la vita che non si sa mai cosa riserva.
La simbologia di un’orchidea perfetta nel suo essere, caratterizzata ancor più dall’assenza di radici, quelle radici che rappresentano identità, stabilità e connessione, nutrimento che in questo caso vengono meno, un’anomala bellezza che rasenta il limite della purezza a tal punto da essere associata a creazione del diavolo. Un po’ come si affronta la vita che dall’essere un tormento di dolore e difficoltà si apre a sublime bellezza che se ne teme la perfezione.
Ma come sopravvivere all’inaspettato, all’atroce dolore che tutto scombina anche l’animo, come in un’eco che si amplifica in un moto perpetuo e incontrollato. In questo peregrinare narrativo si scandiscono due personaggi contrapposti, un giovane uomo e un’anziana donna, accomunati dal lacerante dolore di uno strappo improvviso, alla scoperta di un vuoto incolmabile che sembra non avere soluzione, macerie che non sembrano poter riaprirsi a una rinascita e nuova ricostruzione, a volte sembra una nicchia in cui nascondersi: dolore celato nel dolore stesso, nella voragine del malessere che si aggroviglia sempre più.
Ma perché la scelta di due personaggi accomunati da un destino crudele?
Cameron Stewart riesce così a sviscerare due contrapposte reazioni: lei si rinchiude nella metodica quotidianità, lui sceglie la strada come irreversibile scelta di vita.
E ancora Hilda riempie quel vuoto di silenzi con dialoghi infiniti mai avvenuti in una ancestrale comunicazione con chi ormai non c’è più, mentre Ingvar caratterizzato dai suoi silenzi, urla il suo malessere attraverso pensieri e parole riportate nero su bianco sul suo diario.
A tutto questo si intreccia una natura inesorabile e imponente in linea con la natura australiana: paesaggi incontaminati in contrapposizione con le grandi metropoli, una natura che diventa inesorabilmente il terzo protagonista in questa alternanza di contrapposizioni e contrasti, riuscendo così a colmare quei vuoti esistenziali e quei silenzi inesorabili che riescono a farsi sentire come un urlo inesorabile.
“Dopo, quando si fu fatto la doccia e vestito, Ingvar uscì di nuovo in veranda, dove si allacciò gli scarponi. Stava pensando di tornare al capanno quando Hilda aprì la porta scorrevole e lo raggiunse tenendo in mano due bicchieri di tè freddo. Li posò su un tavolino e si infilò la mano in tasca.”

L’atto di lavarsi ‒ l’elemento dell’acqua ‒ si ritrova in più occasioni durante la narrazione, si rivela nell’intrinseco valore di purificazione e ciclo della vita. L’acqua che nella sua stessa natura intrinseca è in continua metamorfosi, tutto cambia e tutto stravolge, può essere calma o travolgente, una continua evoluzione che appartiene al senso della vita; insomma una forza creatrice e disruttrice al contempo, ma pur sempre fondamentale fonte di vita.
“Solo quando raggiunse la cima della scarpata, Ingvar si fermò. Si girò a guardarsi indietro. In basso, una manciata di abitazioni punteggiava il tortuoso filo nero del torrente; le case brillavano come pigne in fiamme, la luce si riversava tutt’attorno come una pozza d’olio caldo. Come luminescenza. Ingvar individuò le case che conosceva e pensò alle persone che ci vivevano e mandò loro un silenzioso ringraziamento. Poi mise una mano in tasca e cercò il pezzo di ambra. Lo strinse forte e lo scosse nel pugno. Infine riprese a camminare.”
Written by Simona Trunzo

