“Cronache in versi” di Fabio Soricone: la prefazione della raccolta di racconti fascinatori

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“[…] Il piano che avevo in testa/ – per mettere fine a quell’incubo che andava avanti da mesi,/ a partire dalle telefonate, i pedinamenti/ e infine le irruzioni in casa –/ avrebbe potuto funzionare anche se per la mente/ razionale era del tutto folle./ Tornai in bagno e mi nascosi dentro l’armadio a muro,/ all’interno del quale conservavamo numerosi/ oggetti tra cui la macchina fotografica./ Quella istantanea.// Ogni macchina fotografica è magica,/ un mezzo per incantesimare.// […][1] ‒ “L’ipnotista”

Cronache in versi Fabio Soricone Prefazione
Cronache in versi Fabio Soricone Prefazione

Dal tardo latino fascinator -ōris il termine fascinatore, la cui radice è legata a fascĭnum con il significato di “amuleto” e “maleficio”, oggi ha un significato più vasto e copre la sfera sia dell’influenza magica sia dell’influenza d’attrazione vista anche come potere seduttivo carnale e spirituale. “Cronache in versi” si potrebbe definire, per l’appunto, una raccolta di racconti fascinatori per questa potenza di imago appena espressa.

Suddivisa in tre parti sulla cui denominazione il lettore attento troverà di certo l’omaggio devotoChronica Suspiriorum, Chronica Tenebrarum, Chronica Lacrimarum ‒ la raccolta è stata pubblicata a fine febbraio 2026 dalla casa editrice Tomarchio Editore.

L’autore Fabio Soricone con la stessa casa editrice ha pubblicato nel 2025 due raccolte poetiche Le vie del vento eIl passo della strega che assieme partecipano di un discorso del “sacro” ed “occulto” che in un certo qual modo, anche se con uno stile dissimile, ritroviamo anche nella neo raccolta.

Le 280 pagine che vanno a formare “Cronache in versi” si presentano come un percorso dello choc, nel quale il lettore troverà davanti storie che trattano di demoni, fantasmi, possessioni, eventi inspiegabili, maledizioni di un immaginario collettivo e di millenaria rappresentanza. Ogni racconto si basa sul dialogo fra i protagonisti, solitamente un uomo ed una donna all’interno di una complessa relazione affettiva, oppure fra gli esseri umani e le presenze fantasmagoriche.

“[…] Mi svegliai con un senso di nausea,/ una confusione terribile in testa/ e una profonda, tremenda paura irrazionale./ Era come se stessero facendo a pezzi la mia mente./ Sulle prime non ricordai di averlo sognato/ per l’ennesima volta./ Stava devastando la casa./ Il pazzo aveva capito che quell’abitazione/ fosse in verità la mappa stessa della mia mente,/ e che ogni oggetto di quella casa/ era contenuto nella mia mente sottoforma/ di pensiero, sensazione, emozione, sentimento./ Il maniaco stava distruggendo la mia storia personale,/ perché la casa, a livello inconscio,/ rappresenta l’archetipo dell’Io:/ è il centro attorno al quale ruota/ l’intera personalità,/ quella personalità che sentivo collassare/ sotto i colpi di quell’uomo impietoso che gridava:/ «Uccidila! Uccidila! Uccidila!»”[2] ‒ “L’ipnotista”

Per gentile concessione della casa editrice Tomarchio Editore sottostante si potrà leggere la prefazione della raccolta di racconti “Cronache in versi”.

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Prefazione “Cronache in versi”

Nel 1274 San Tommaso D’Aquino, ne “Summa Theologiae”, definisce il miracolo con una massima che sarà ripresa nei secoli e che, ancora oggi, dona al lettore una compiuta riflessione: Opus sensibile quod divinitus efficitur praeter ordinem naturae. Il fenomeno sensibile ‒ opus sensibile ‒ è qualsiasi opera che può essere percepita dai sensi dell’uomo sia che essa possa essere avvertita con la vista, con l’udito o con il tatto; il divinitus efficitur è l’essersi compiuta divinamente cioè avente come causa efficiente Dio anche se questo compiersi risulta essersi manifestato al di fuori delle leggi consuete della natura ‒ praeter ordinem naturae. Il miracolo così inteso è un evento che cambia il timbro della percezione palesando un nuovo ordine del mondo che più si disvela più diviene enigma: ierofania che non è indizio ma certezza del sacro.

Il mistero nasce per confondere, te lo sei dimenticato?»/ «E che cos’è poi il mistero? Nessuno lo sa…»/ «Il mistero non ha forma,/ perciò è veritiero.»/ «E dell’assurdo? Che mi dici dell’assurdo?»/ «Che l’assurdo è contronatura. Per questo è reale.»/ In quell’esatto istante trovammo il punto di sutura,/ tra il mistero e l’assurdo,/ ed era la paura./ Un insolito collante.[3]

La sfera della sacralità sibila di simbolo in simbolo laddove è proprio il -βάλλω (simbolo dal greco σύμβολον) a gettare in uno stato paranoide che, in un ambiguo susseguirsi di sintomi, propone la connessione tra paura e regola interpretativa. La rottura del piano ontologico è inevitabile, comunque la ierofania accade sia come ripetizione eterna (fuori dal tempo) sia come unicum (irripetibile che annuncia nostalgia) in una contrapposizione tra fanum e profanum.

La paura, perché ci insegnano che la paura è nociva?/ La paura, questa sconosciuta, dimensione magica,/ se persino l’amore è fatto di dolce paura/ perché mai dovremmo temerla?[4]

Coincidentia oppositorum che rende reale il simbolico e simbolico il reale provocando salite orizzontali nelle quali il cosmo esiste solo nella funzione di contrapposizione al caos. Eccessi di illuminazione, tappe da compiersi: la nausea dell’infinito diventa una disavventura dell’immaginazione dell’Io in un viaggio verso il centro nel quale il vuoto ‒ il non compreso ‒ produce fissazione in schemi della sistemazione del visibile.

Il suo delirio sale agli astri ormai./ Non avrei mai immaginato che il verso di una poesia/ si addicesse così maledettamente a un omicida./ C’è un poeta in ogni assassino.[5]

“Cronache in versi” si dipana all’interno di una catena di fatti che non possono essere spiegati: tutto l’osservabile è stato osservato in una astrazione in cui i pensieri hanno preso fuoco al contatto della fiamma divina. Il luogo metafisico in cui si è presentata la circolarità ‒ ouroboros ‒ si localizza a livello percettivo in un ordine atemporale in cui anche gli stessi personaggi (ad esempio Fabio e Kauanne ne “L’albero del bisbiglio”[6] e ne “In un altro universo”)[7] vivono una vita affettiva sensoriale oltre la narrazione del tempo riuscendo a forgiare un nuovo luogo del finito.

Il dolore non risolto è destinato a generare altro dolore, […]/ «Ti sei mai chiesto perché nessuno di noi/ parla mai a voce alta del Rito?/ Perché ne infrangerebbe la sacralità./ Quando una leggenda diventa un sussurro, un segreto,/ allora è il segno che essa è vera.»”[8]

L’autore, Fabio Soricone, in triplice veste di narratore, personaggio ed interprete offre in sacrificio il mondo onirico con racconti fascinatori e dialogici che pongono il suono della parola come fondante del rito. E così anche le sue “Cronache in versi” sono tripartite ‒ Chronica Suspiriorum, Chronica Tenebrarum, Chronica Lacrimarum ‒ e ribaltano il conflitto tra estasi ed esistenza proponendo non solo una ierofania pregna di paura ma anche una ierogamia della quotidianità in cui l’alterità prende il posto dell’Io nello stato di vertigine che, come scrive Padre Pio di Pietralcina ne “Breve trattato sulla notte oscura”,[9] scorge “L’anima posta in questo stato, si vede talmente umiliata che alla presenza dei bene dei suoi fratelli resta ammutolita pel dolore delle proprie infermità”.

Fabio Soricone citazioni Cronache in versi
Fabio Soricone citazioni Cronache in versi

Ed allora il continuo accadere incorona la comunicazione come fulcro costante ed il dialogo, incantato dall’alterità, diviene esso stesso centro del rito. Marina, Francesca, Dalia, Alis, Irene, Ilaria, Daniela, Giulia, Kauanne, Anna Laura, Chiara, Flavia, Sharon, Claudia, Lillie, Letizia e tutte le altre voci presenti in queste cronache ‒ seduttrici magiche dei sensi e dello spirito ‒ urlano di lucidità nella confusa follia provocata dall’intossicazione del giorno della scoperta ‒ dell’apparizione dell’assoluta ostilità del concreto.

Ero totalmente analfabeta di quel linguaggio nascosto della natura,/ di quei segni inafferrabili, che avevano solcato la Terra/ nella remotissima notte dei tempi./ Mi resi conto che di quella primeva soglia/ non conoscevo nulla se non la paura che era il mio unico scudo,/ un baluardo possente,/ che mi proteggeva da quel mondo che non c’era. Ma che c’è./ E che c’è sempre stato. Sotto le macerie dell’antichità.[10]

La gioia di una comunione d’abbandono della materia si palesa sotto l’influenza di un destino salvifico che si rifà a forme linguistiche ben collaudate nelle precedenti raccolte di Fabio Soricone (basti pensare a “Le vie del vento”[11] ed ad “Il passo della strega”)[12] che, smascherando il pudico, raggiungono la compartecipazione con la testimonianza di una proiezione totalizzante in un metodo interno di rigenerazione visibile e comprensibile di una peculiare disposizione di simboli ricorrenti.

Il rogo porta con sé il rischio del contagio.[13]

In quell’istante mi sentii come un profondista/ che riemerge dagli abissi.[14]

Io muoio ogni istante, infinite volte, di ogni tipo di morte.[15]

La mente dello yogi dapprima precipita come una cascata.[16]

Hai agito secondo il desiderio che ti abita?[17]

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Written by Alessia Mocci

 

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Note

[1] Fabio Soricone, Cronache in versi, Tomarchio Editore, 2026, p. 198

[2] Ibidem, p. 200

[3] Ibidem, p. 169

[4] Ibidem, p. 135

[5] Ibidem, p. 102

[6] Ibidem, p. 61

[7] Ibidem, p. 154

[8] Ibidem, p. 180

[9] Trattato pubblicato nel 1970 nel numero 1 della rivista “Conoscenza religiosa” diretta da Elémire Zolla.

[10] Fabio Soricone, Cronache in versi, Tomarchio Editore, 2026, p. 225

[11] Fabio Soricone, Le vie del vento, Tomarchio Editore, 2025

[12] Fabio Soricone, Il passo della strega, Tomarchio Editore, 2025

[13] Fabio Soricone, Cronache in versi, Tomarchio Editore, 2026, p.42

[14] Ibidem, p. 48

[15] Ibidem, p. 53

[16] Ibidem, p. 51

[17] Ibidem, p. 208

 

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