“Dark Winds”: serie ambientata nella Navajo Nation con un cast di nativi americani

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Se il paesaggio non è mai semplice sfondo ma dispositivo narrativo, “Dark Winds” lo dimostra con rara coerenza.

Dark Winds serie recensione
Dark Winds serie recensione

La serie “Dark Winds” ideata da Graham Roland e diretta (alcuni episodi) da Chris Eyre, con Robert Redford tra i produttori, è ambientata tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta e trae ispirazione dai romanzi di Tony Hillerman dedicati alla Navajo Nation. Più che un adattamento, “Dark Winds” è una trasposizione culturale: il noir diventa strumento per interrogare la memoria, il trauma e le fratture prodotte dal colonialismo.

Tutte le tre stagioni – la quarta è in arrivo – sono ambientate all’interno della Navajo Nation, la più vasta riserva indigena degli Stati Uniti, estesa tra Arizona, Utah e New Mexico. Un territorio iconico, sedimentato nell’immaginario cinematografico occidentale, dalla Monument Valley in poi, che la serie sottrae allo sguardo mitizzante per restituirlo alla sua dimensione vissuta, quotidiana, politica.

Il saluto “Ya’at’éeh”, che apre molte interazioni nella serie, non è un semplice elemento di colore locale. È una dichiarazione di prospettiva. Il tenente Joe Leaphorn (Zahn McClarnon), capo della polizia tribale Navajo, è un uomo che ha interiorizzato lo sguardo dei bianchi: diffida della stregoneria, rifiuta la dimensione spirituale come strumento interpretativo del reale.

Il suo passato nelle scuole residenziali – istituzioni nate per estirpare lingua e cultura indigena – lo colloca in una zona di frattura identitaria. Accanto a lui, nelle prime stagioni, agisce l’agente Bernadette Manuelito (Jessica Matten), mentre dalla seconda stagione entra in scena Jim Chee (Kiowa Gordon), ex agente federale profondamente immerso nella tradizione Diné, aspirante yataalii, guaritore.

Il rapporto tra Leaphorn e Chee mette in scena due visioni del mondo apparentemente inconciliabili. “Dark Winds” non sceglie però una posizione conciliatoria o didascalica: lascia che le pratiche investigative occidentali e quelle legate alla cultura Navajo coesistano, si contraddicano, talvolta si completino. È in questa tensione che la serie trova il suo equilibrio più interessante, ricalcando fedelmente l’impianto dei romanzi di Hillerman.

Come nella pagina scritta, anche qui il paesaggio è parte integrante della drammaturgia. Non è mai decorativo, non indulge nel pittoresco. È una presenza immanente, a tratti incombente, che respira con i personaggi e ne condiziona le azioni. Canyon, altipiani e deserti diventano superfici di memoria, luoghi in cui il tempo non procede in linea retta ma si stratifica.

La serie si distingue inoltre per la capacità di affrontare temi storicamente e politicamente sensibili senza ridurli a sottotesto ornamentale. Dalla sterilizzazione forzata delle donne native americane negli anni Settanta – pratica avviata con politiche governative federali – al sistema delle scuole residenziali cattoliche, attive fino al 1996, Dark Winds” integra queste ferite nella sua struttura narrativa. Non come denuncia esplicita, ma come condizione di possibilità del presente rappresentato.

Le precarie condizioni sanitarie nelle riserve, l’alcolismo, la dipendenza da droghe, così come il ruolo rituale del peyote nella Native American Church, emergono con discrezione ma costanza, componendo un quadro coerente di violenza sistemica.

Particolarmente significativo è lo spazio riservato alla dimensione comunitaria e al ruolo delle donne all’interno di una società matrilineare. I clan, le anziane, i rituali – come l’A’wee Chi’deedloh, il rito del sorriso che segna l’ingresso del neonato nel mondo umano – non sono elementi folcloristici, ma strutture simboliche che reggono l’universo narrativo.

Tony Hillerman, autore anglosassone, non apparteneva al mondo Diné, ma seppe avvicinarvisi con rispetto e consapevolezza, utilizzando la cultura Navajo non come esotismo, bensì come spazio di senso.

Dark Winds” raccoglie questa eredità e la rilancia in forma visiva, confermando come il noir possa ancora essere un genere profondamente politico, capace di farsi strumento di comunicazione interculturale, rileggendo l’immaginario del West e del noir da una prospettiva marginalizzata, e restituendo al genere una tensione etica rara.

 

Written by Maurizio Fierro

 

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