“Il ponte di San Luis Rey” di Thornton Wilder: la vita è un’attesa sublime?

CONDIVIDI... CUM GRANO SALIS

Ho letto Il ponte di San Luis Rey di Thornton Wilder per via di un social. Perché ‘sti maledetti social sono così importanti? Non dico necessariamente benefici, certo. A volte recano dolore. A volte gioia. Spesso nausea e malessere.

Il ponte di San Luis Rey di Thornton Wilder
Il ponte di San Luis Rey di Thornton Wilder

Leggendo un intervento del linguista e narratore Raffaele Simone, di cui pochi anni fa ingurgitai il saggio Il Software del linguaggio e la silloge di racconti Jazz Café, mi convinsi a darmi una mossa per rinvenire il qui presente romanzo di Thornton. Quel che più m’aveva colpito del messaggio di Raffaele fu l’espressione libro straordinario e turbatore. Turbare significa creare confusione, disordine, assembramento. Perché, nella vita si sente a volte il bisogno di accedere a un social per cercare di aumentare la propria confusione?

Non è che una delle domande che mi pongo leggendo, in questi giorni, La riva delle Sirti di Julien Gracq, il cui protagonista Aldo potrebbe starsene quieto quieto a bighellonare (tanta era la tentazione di scrivere una parola che inizia con ca…) e invece si crea tanta, ma tanta confusione, che pare sia un ingrediente necessario della vita. Casa mia è un groviglio lindo e inestricabile, tipo la foresta di Tarzan, di Zembla e di Achim, ove non manca niente, in special modo una marea di cibo a base di cellulosa. In un minuto sofà, tra i libri da leggere, da me riposto da chissà quando, c’era quel romanzo intitolato Il ponte di San Luis Rey di Thornton Wilder.

Nella medesima pila, poche settimane fa era assiepato Ragazzi di vita, romanzo di un certo Pier Paolo Pasolini, anch’esso da me fagocitato, digerito e espulso. Una conseguenza, non so se definire positiva, di tale lettura è la scelta che ho fatto di far a meno, d’ora in poi, scrivendo, parlando non so, della d eufonetica. Ogni libro, ogni amico, ogni essere umano lascia un segno. Anche Thornton, anche Raffaele, e pure PPP. Nella vita ho letto più di 3 e meno di 3.000 libri: lo so, sono un dislessico funzionale. Una mia consanguinea cominciò a ingerire libri a sei anni circa. Io a sedici inoltrati. Per me, prima di quell’ignobile età, l’importante era cazzeggiare (ce l’ho fatta a dirlo!), giocare al pallone e, alla più puttana (espressione orrida arşâna), a divorare le strisce della EsseGiEsse.

Il primo capitolo de Il ponte di San Luis Rey, Forse un caso, così inizia: “Il venerdì 20 luglio 1714…” – ecco stabilita, per quel che può servire, la coordinata temporale – “… a mezzogiorno, il più bel ponte di tutto il Perù si spezzò, precipitando cinque viaggiatori nell’abisso sottostante…” – ecco definita pur anche la coordinata spaziale e determinato l’oggetto della narrazione: la vita è un kàos che si spalanca sotto i piedi, e che fatalmente accoglie il tuo destino. Sto pensando al pleonasmo: il fatale destino. Nessuno di noi ha idea di quanto sarebbe potuto succedere se, invece di attraversare la strada in una circonvallazione intasata da micidiali bolidi, ce ne fossimo rimasti alla scrivania a leggere un romanzo come questo. Magari ti poteva cadere addosso il lampadario o, che so, avrebbe potuto cedere un piede della seggiolina ormai millenaria a cui sei tanto affezionato. Papà Rolando, il 3 maggio 2003, dopo aver comprato al forno una rosetta, decise di attraversare, trepidando con la dovuta calma, via Adua: accortamente, come tutti gli altri giorni dei suoi ultimi quarant’anni, stando sulle strisce pedonale e… dopo circa dieci giorni, pensò bene di lasciarci. Life is a real thriller. Vie est un noir étrange.

Il Tragico Fato l’ha deciso, Chissà Dove, Chissà da Chi e Chissà se per Davvero, un qualche, emerito Mascalzone.

Il tuo piccolo destino è il tuo de-stinarti da qui a là. Sei tu che partecipi all’evento. Che dici la tua!

Bella è la chiusa del primo capitolo: “Alcuni sostengono che non sapremo mai, che per gli dei noi siamo come le mosche uccise dai bamb…” – tronco il discorso, e pur anche il vocabolo, perché le ovvietà fanno male a ingerirle tutte intere.

La prima anima descritta è quella della Marquesa de Montemayor – personaggio inclìto come pochi. Pare che la più grande inclitaggine (non credo che esista il termine) non t’impedisca affatto di voltare i piedi all’uscio. Anche i cattivi muoiono, diceva mamma. E alla morte ci si arriva vivi – così continuava, la pia perfiduccia, che poi la metteva in ridere, dicendo: pensa te che ciavêda, che fregatura hanno i frati se non c’è il Paradiso!

Non importa tanto specificare chi scriva a chi. Quel che davvero serve è che si scriva. Chi fu l’autore del più celebre Amleto e di quel Sogno di una notte di mezza estate? Fatti gli affari tuoi e leggi quelle due opere. Poi lascia che siano gli esegeti a effettuare le necessarie ricerche…

Un tale “si deliziava delle lettere, ma credeva, godendone lo stile, di averne estratto tutta la ricchezza e l’intenzione. Andava perduto per lui (come per quasi tutti i lettori) il fine integrale della letteratura, che è quello di notare ciò che detta il cuore.” – anche il pancreas e il duodeno, sennò, finisce male… Leggere è azzannare l’anima altrui. Quando un leone sfracella il corpo di una sua tenera vittima non sta mica a guardare cos’è e com’è. Lo sventra e stop. E questo è l’abito mentale del lettore seriale. Pensa che, prima del romanzo di PPP, avevo ingerito una a una le membra di Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin. Manco un ossicino avevo lasciato a gemere sul piatto.

Il ponte di San Luis Rey di Thortnon non è tanto un libro quanto un incentivo a morderne mille altri. Poi, leggendo, s’impara a amare e a odiare “con odio, diceva lui, vatiniano…” – non dico chi si lui e a cosa alluda. È l’arte! È colpa sua, sempre e solo sua. Che cambia, poi?

“Due giorni dopo partirono per Lima e mentre…”

Di ‘sto Esteban, che posso dire? Due gemelli (anch’io lo sono: doppio internamente) che “avevano inventato una lingua segreta per loro soli…” – che miracolo! Sono felice che l’altro mio gemello sia interno, così le regole e i lemmi li decido io per tutti e due! Come anche nel pregresso racconto, c’è ‘sta “Perichole” – un’attrice che turba l’anima di uno dei due gemini. O d’entrambi? Anche il mio secondo io lo è: smosso. Sono tanto contento di avere solo letto di lei e di non averla vissuta diversamente. La vita è già un kàosino, che basta e abbonda.

Frase orrida (ma assai probabile): “Possono esistere due esseri di pari bontà, di doni identici, egualmente belli, ma non ve ne saranno mai due che si amino l’un l’altro egualmente.” – aggiungo: è un dato che sconfina nel religioso, nel non falsificabile, popperianamente parlando. Come fai a dirlo? Se tutti gli uomini sono fratelli, chi potrebbe essere lo scienziato imparziale e insindacabile?

Ne La particella mancante il fisico portoghese Joao Magueijo si espresse a favore del siculo Ettore Majorana sulla diatriba che fu creata tra lui e l’anglo-francese Paul Dirac. Non nacque fra questi due geni, che manco si conoscevano o quasi, bensì tra i loro arguti esegeti: a proposito di come danzasse il fado il neutrino proveniente dal passato, se in linea o in maniera opposta al suo fratellino che vige al presente, nel futuro cioè del suo gemello.

L’uomo è l’uomo, dappertutto, diceva Agatha Christie! Per cui: “Partirono per Lima…” – non tutti due ma solo colui che ballò in una tragica maniera.

Una “marchesa”, sua “figlia”, un’“attrice”, una certa “Pepita” e una “badessa” di un convento (e tanti, tantissimi altri) sono parti integranti di ‘sto minuscolo, smisurato e complesso kósmo. Le notizie intorno alla loro esistenza si mischiano a quelle di tante altre cose, e pure di qualche pensierino di Thornton, tipo questo: “Lo zio Pio e Camila Perichole si tormentavano nello sforzo di trasportare nel Perú la perfezione dei teatri di un qualche paradiso ove Calderón li aveva preceduti. Il pubblico a cui sono destinati tali capolavori non è di questo mondo.” – e di quale, allora?, urge chiedere. È come dire che quello che astrologava col pallone Diego Armando Maradona era inumano. Non lo accetto ma un po’ lo capisco. È l’inumano dell’uomo ciò che più amo di lui, senza per altro mai comprenderlo affatto. Inoltre: “Lo zio Pino aveva da gran tempo comunicato a Camila la propria venerazione per i grandi poeti, ed essa non dubitò mai che non fossero alquanto superiori ai re, e non inferiori ai santi.” – un’altra, inutile, mortale e come spesso capita menzognera razza eletta? Hai visto mai?

“Camila aveva un viso molto bello, anzi, sempre bello, fuorché nel riposo.” – traduco: quando era sofferente nel suo sforzo di esistere, non quando si vedeva scorrere accanto quel noioso tempo che a nulla pare servire, se non a mor…

Povera, stolta e meravigliosa umanità!

“Lo zio Pio…” – grande uomo! – “… divideva gli abitanti di questo mondo in due gruppi: quelli che hanno amato e quelli che non conoscono l’amore.” – e come si fa a riconoscerli?

Infine: “Lo zio Pio disse che, quando avessero attraversato il ponte…” – Niente e così sia!, al che mi vien in mente quel libro di Oriana Fallaci.

E la vita fluisce in avanti. E i ricordi scorrono all’indietro. Quando la vita e i ricordi s’incontrano nasce un libro. Magnifico o orrido? Ma che conta?

Questo “zio Pio” è un uomo dedito all’altro, più spesso all’altra, a “Camila” – il cui vero cognome non dirò, essendo un segreto di quel Pulcinella.

Sta recitando e è forse davvero se stessa quando dice: “Non ho cuore. Sono una povera donna senza scopo, ecco tutta. Sono esclusa. Non ho cuore. Ecco, non cercherò di pensare a nulla; voglio soltanto fermarmi qui a riposare.” – ha consumato l’energia, ché tanta ne ha spesa per giungere fin lì, dove ora l’attende l’immoto silenzio. È come salire sul Monte Ventasso per poi scendere, e poi tornare a casa e dirsi: che bella invenzione è il letto! Ove ci si corica con un lieve mal di schiena e un ginocchio appena un po’ dolorante. Ma è la vita che un po’ ci duole!

Thornton Wilder citazioni
Thornton Wilder citazioni

Di fatto la morte è la medicina per tutti i mali. Mentre l’assumi ti dà tanto fastidio ma poi… Ma poi.

“Un giorno le dissero che la grande badessa aveva perduto nella sua stessa disgrazia due…” – due porzioncine d’anima… mentre gli altri ‘s’erano ristretti per il cordoglio. E ora, anch’essi, forse, avrebbero preso il largo.

“Ma quanti libri occorrerebbero per contenere tutti i fatti che non sarebbero avvenuti, senza la…”è una domanda illogica, per cui va fatta (nonché troncata al punto giusto).

Uscire dal logos permette di costruire nuovi ponti. Mi sussurrò Haim Baharier, mentre ero intento a leggere il suo Il cappello scemo, che arca in ebraico è tevà, parola. Le parole permettono di andare dove si deve andare, fino a quando fatalmente finiscono e allora ci si ferma: laddove ha inteso recarti l’autore che leggi, che è il timoniere del tuo attuale natante.

La paura di tutti. Lo dice anche Daniel Lumera nel suo Ti lascio andare: nessuno di noi sarà rimembrato in eterno. Per cui: “Presto moriremo, ed ogni memoria di quei cinque sarà scomparsa dalla terra, e noi stessi saremo amati per breve tempo, e poi dimenticati.” – e non servirà a nulla, o a ben poco, per cui lo urlo in maniera disperata: Mi oppongo, Vostro (Dis)Onore!

Se la vita è un ponte fra due nulla, come azzardava a dire quel filosofo di nome Friedrich Nietzsche, sai quel tipo strambo con due bei baffoni… l’importante è averlo attraversato. Finché resta in piedi, la vita va avanti. Poi, Chissà Chi lo sa!

Se cade? Se cade bisogna al più presto erigerne un altro, più lungo e più alto e più superbo che pria!

Ettore Pasquale Antonio Petrolini, da qualche parte, ci sta da sempre attendendo! Bofonchiando!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Thornton Wilder, Il ponte di San Luis Rey, Elliot, 2013

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *