“Onert” di Hester Siler: la Prefazione della raccolta poetica

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Non che io stia delirando, ma sono stanca dell’estate./ Se solo l’inverno arrivasse / ed oscurasse tutto,/ le mani, le risa, e questo libro.// Ho invocato il tuo Nome.// Ormai è fatica/ abitare il corpo.‒ “Non che io stia delirando, ma sono stanca dell’estate”

Onert di Hester Siler
Onert di Hester Siler

“Onert”, pubblicato dalla casa editrice Tomarchio Editore ad agosto 2026, è l’itinerario poetico presentato da Hester Siler a seguito del conferimento del Primo Premio nel Concorso letterario “2026 che scrittore sei?” promosso da Tomarchio Editore ed Oubliette Magazine.

Il volume principia con la Prefazione curata da Alessia Mocci e si articola in due parti intitolate Poesie della prima stagione (selezione di poesie scritte dal 1996 al 2010) e Poesie del disamore (selezione di poesie scritte dal 2005 al 2026). Segue una sezione atta a svelare tre opere di Ayala Reis (Prendere dimora nel linguaggio, Il Patto ed Il Mortale) di cui Hester Siler ha curato la traduzione inedita in lingua italiana e le note critiche. “Onert” chiude con le sezioni Biografie, Concordanze, Indice delle poesie ed Annotazioni.

Illibato,/ distante,/ un sasso bianco/ rende scuro l’istante./ Il sasso non è più un sasso/ batte,/ si muove di moto costante./ Siede sulla riva/ posa lo sguardo/ e si getta lontano./ Ha voluto imitare la Luce/ ‒ era precluso al destino ‒.// Volgerai a me il pensiero,/ distante.‒ “Illibato”

Per gentile concessione della casa editrice Tomarchio Editore, di seguito si potrà leggere in anteprima la Prefazione di Alessia Mocci del volume “Onert”.

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Prefazione “Onert”

Sono nata pietra distesa./ Ha scelto/ questa forma di carne/ e d’attesa.[1]

La scelta determina l’esistenza nel gioco perpetuo del ciclo in cui la “forma di carne” ‒ il corpo ‒ attende il trapasso ad un’altra forma.

Hester Siler, sublimandone il concetto, propone con “Onert” la frattura originaria tra la sorgente delle idee e la contingenza della materia così da elaborare un equilibrio nella triade costituita dalla stabilità assoluta dell’Essere, dal flusso incessante del tempo e dall’emanazione del Verbo.

“[…] Pensavo/ che, conoscendo il linguaggio del fuoco,/ avrei potuto parlare dell’inizio di tutto,/ dell’intera umanità.[2]

È l’osservazione del linguaggio delle fiamme che dona al poeta la visione ancestrale, così come la fiamma svetta verso l’alto con moto incerto e costante anche l’ispirazione, che si manifesta attraverso l’atto della scrittura, tende a ricercare un nucleo di significati attraverso lo studio attento della tradizione.

Esisto quando mi dimentico di me.”

Il poeta, dimentico di sé, si riscopre parte di un intero in cui “la totalità del mondo è il pensiero del pensatore” in un momento in cui l’anima individuale, spogliatasi delle sue determinazioni terrene, si fonde nuovamente con l’Intelletto.

La “Vocazione” è oggettiva, la sua manifestazione è il richiamo dell’Innato in cui le strutture formali, come evidenziano le poesie de “Onert”, albergano nella memoria dell’anima, la quale, incarnandosi, ha necessariamente dimenticato la propria origine.

Analizzare etimologicamente le parole diviene, dunque, un’attività di anamnesi: ricordare ciò che si è sempre saputo prima del tempo “così come si ignora il nome dell’ultimo poeta”.

Conoscevo la forma delle tue mani/ prima ancora di essere carne.// Tu sei il dubbio,/ io sono la fede.// Quando la tua ombra è entrata/ la memoria si è fatta sapiente./ […]”[3]

Nella caduta l’anima sperimenta il peso della frammentazione e la fatica di “imparare a soffrire”. La sofferenza, tuttavia, acquisisce un valore catartico in quanto essa è la spinta che inaugura la rottura dalla superficie per insistere sulla ricerca dell’“Eterna Dimora”.

Ed è proprio in questa dialettica che si inserisce l’immagine folgorante della soglia ‒ “I vivi sono. I morti non sono ma diventano.” ‒ che accoglie il trapasso iniziatico nello svelamento del divenire coadiuvato da un movimento ascensionale che riconduce alla sorgente divina.

“[…] Disperazione di un inerme/ ‒ egocentrismo ‒/ falso pensatore/ cattivo cercatore.// Il Genio si specchiò.[4]

La parola poetica assume una responsabilità etica che cresce nell’atto estetico del “generare l’evento con la parola”. Nominare un oggetto ne evoca l’essenza, ridesta il legame immateriale che unisce la terra al cielo: “Indossami come la luce ammanta ogni essere”. Il poeta implora di essere rivestito di quella luce che, secondo i neoplatonici, penetra il Tutto e ne costituisce la bellezza intrinseca.

“Quando Dio inizia a giocare, il mortale è smarrito.”

E se da un lato questa pretesa di toccare l’Assoluto confina pericolosamente con la “Tracotanza” ‒ l’hybris che tenta di decifrare i giochi divini ‒ dall’altro, di fronte al mistero del Sacro, la ragione discorsiva crolla perché “Il domandare inziale non risponde a se stesso”. Il nesso filosofico ‒ rigido per natura ‒ deve necessariamente accettare di sciogliersi e di coagularsi nel ritmo e nell’analogia per poter accedere al “fluido”.

L’accoglienza del limite ‒ il riconoscere che “il dire del pensiero è conquistare con il tacere” ‒ è l’istante in cui il silenzio diventa l’unica densità possibile della Parola, l’approdo in cui si decide di “pensarci sempre e non parlarne mai”.

Gli abitanti son morti/ le campagne abbandonate./ Frumento ed orzo,/ le mandrie/ preparano l’alcova./ Torrenti prosciugati./ S’immergono gli occhi.// […]”[5]

Ne “Onert” le figure naturali fungono da simboli della realtà, ad esempio, nel verso “quei tronchi i cui rami si toccano” i tronchi rappresentano la simpatia universale, quella fitta rete di corrispondenze che unisce tutte le parti del creato in un unico grande organismo vivente. L’autunno con le foglie che “accarezzano le mani”, la delicatezza del “gelsomino bianco”, le mandrie che “preparano l’alcova” ed “il lampo che non turba la foglia” sono epifanie della Grazia e dimostrano come l’Uno operi nel sensibile con precisione geometrica. Il cosmo, governato da “Proporzioni” velate, pone al poeta il compito di “armonizzare un ritmo” con la sinfonia dell’Anima Mundi.

“[…] Quando tu mi dici chi sono/ io mi vedo vento fra le fronde/ sento le foglie stridere/ e scivolo via./ Divento silenzio e scivolo via.// Si può essere ovunque, lo sai?/ E siamo quella nuvola bianca,/ quella carica di pioggia./ L’eterno istante e/ le tue dita immaginate su quelle corde,/ il fumo caldo del caffè/ che si mostra spirale, e rapisce/ nella bellezza dell’essere tutto.// E scivolo via in un vaso/ od in un pozzo/ in qualcosa che possa contenermi/ che possa darmi i limiti che chiedi./ […]”[6]

Onert di Hester Siler copertina e quarta
Onert di Hester Siler copertina e quarta

La voce di Hester Siler appare come un rituale di iniziazione nel quale il lettore è invitato a “lasciarsi sedurre” da un sapere eterno. Ogni poesia è una pietra posata sulla strada del ritorno a casa; ogni verso è un frammento di cera dissolto dal calore del Fuoco primordiale a cui l’autrice dichiara di appartenere; ogni parola è intesa nella sua abissale e meravigliosa pienezza.

A parte questo,/ mi visitano tutti i sogni dell’uomo./ Siedo tra la finestra e l’assenza,/ conto minuti ‒ monete./ Un canale così stretto/ un difetto.// Ho postulato in un quaderno a righe./ Dal fondo dell’occulto,/ compilo la realtà.// Penso per essere.// Un’astrazione governa il vuoto./ L’intero universo è una sedia.// Quando il sole/ cala,/ incrocio la notte./ Forme eterne/ vagano fra le vite.// Traccio i confini./ Pietra.[7]

Completa l’opera, il sodalizio con la poetessa Ayala Reis ‒ originaria di Samo e residente a Praga ‒ che fortifica l’urgenza della doverosa cura della “vertigine cantata” atta alla comprensione dell’ordine originario.

“[…] «Quale popolo si cela ancora?»/ Fu nel sangue un rito di migrazione/ ed ancora di più fu spada l’Irlanda./ E fummo celti, fummo britanni,/ fummo cervi, fummo lupi ed orsi,/ fummo soli a concepire il creato,/ fummo le porte a Gerusalemme,/ fummo riflesso fuso a Bisanzio:/ mosaico nelle quattro ghirlande.// Ed ancora croci, cicli, climi,/ cime gravide cingono i fianchi./ La vasca e l’altare./ Con il tempio sorge Mercurio:/ coll’argento grava la Luna,/ con le pacche attiva Vulcano./ Il bosco di Bacco:/ crinale incantato.// […][8]

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Written by Alessia Mocci

 

Info

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È possibile partecipare ai progetti antologici e/o presentare il proprio manoscritto scrivendo a: tomarchioeditore@gmail.com

 

Note

[1] “Come pietra sulla strada”, p. 13
[2] “Crebbi”, p. 27
[3] “Transito”, p. 69
[4] “Disperazione”, p. 31
[5] “Incidente autobiografico”, p. 43
[6] “Scivolo via”, p. 81
[7] “Autopsicografia”, p. 35
[8] “The Pact”, p. 93

 

18 pensieri su ““Onert” di Hester Siler: la Prefazione della raccolta poetica

  1. Si respira la profondità e la poetica
    dell’Opera da questa magnifica prefazione di Alessia Mocci. Aleggia in essa il viaggio della poetessa nel tratto scritto intriso di cosa (pietra), di sacro, di interiore, di filosofico e tanto altro. Intravedo un continuo sollevare veli in una ricerca indefinita che sfiora il temporale e l’assoluto.

  2. La natura come Anima Mundi
    è il riferimento alla simpatia universale: tutto comunica con tutto.
    Il titolo Onert alla luce della prefazione di Alessia Mocci, appare come qualcosa di più di un titolo: è quasi una parola-soglia.
    La prefazione individua inoltre una vera e propria cosmogonia simbolica.
    la pietra → stabilità, Essere, origine;
    il fuoco → trasformazione, conoscenza, principio;
    la luce → emanazione, bellezza, dimensione divina;
    l’acqua → divenire, immersione, passaggio;
    il vento → dissoluzione dei confini dell’io;
    il bosco e la natura → manifestazione dell’unità cosmica.
    Non sono quindi semplici immagini naturalistiche. La natura è letta come un alfabeto metafisico.
    Grande curiosità di leggere questa silloge così vicina alle mie corde poetiche.

  3. Allora, ti scrivo quali sono le mie perplessità con la premessa però che è problematico valutare una prefazione ad un testo che non si conosce, quindi prendile con beneficio di inventario. Leggendo i versi riportati, non mi sembra che la coerenza filosofica così precisa che la prefazione attribuisce alla raccolta emerga sempre con altrettanta evidenza dai testi. I versi sono spesso criptici, frammentari, allusivi e volutamente sfuggenti; alcuni sono molto suggestivi, altri risultano più difficili da decifrare e lasciano aperte diverse possibilità interpretative. È quindi possibile individuare alcuni nuclei ricorrenti, ma mi sembra più difficile ricavarne con certezza un sistema filosofico così definito come quello da te proposto. A tratti ho avuto la sensazione che il percorso interpretativo procedesse al contrario: non tanto dai versi verso un significato che progressivamente si rivela, quanto da una struttura filosofica già individuata: essere, divenire, anima, memoria, Verbo, Uno, Grazia, Anima Mundi, anamnesi, verso i versi, che vengono poi ricondotti a quella struttura. Per esempio, immagini come il fuoco, la pietra, la natura o la dissoluzione dell’io possono certamente suggerire una lettura metafisica, ma non necessariamente conducono in modo univoco ai concetti molto precisi che la prefazione attribuisce loro. Quando affermi, per esempio, che determinati elementi naturali sono «epifanie della Grazia» o che i tronchi rappresentano la «simpatia universale», proponi una lettura possibile, ma a mio avviso sarebbe più corretto presentarla come interpretazione, non come significato necessariamente inscritto nei versi. È proprio questo che, a tratti, mi lascia una certa sensazione di artificiosità: mi sembra che si cerchi di costruire un’armonia di significati là dove la poesia rimane invece volutamente enigmatica e aperta. Nei versi riportati riconosco alcuni campi semantici abbastanza evidenti come la materia e la carne, l’origine, la memoria, l’identità, la dissoluzione, la natura, il silenzio, il limite e la trasformazione, ma questi elementi sembrano costituire più un tessuto di immagini e suggestioni che un sistema filosofico compiutamente dimostrato. Davanti a una poesia così allusiva, più che una dimostrazione/ spiegazione personalmente preferirei trovare lo spazio per confrontarmi con ciò che non è immediatamente decifrabile. Una poesia può essere oscura senza essere priva di senso e può avere una forte coerenza interna senza che questa debba necessariamente essere tradotta in un sistema filosofico. Un’altra mia riserva riguarda proprio il linguaggio. In alcuni passaggi ho avuto quasi l’impressione che la prosa critica diventasse essa stessa più complessa e metaforica della poesia analizzata. Il rischio è che il lettore venga portato a concentrarsi sulla costruzione filosofica più che sulla voce della poetessa. Le citazioni sono efficaci perché permettono al lettore di entrare direttamente nell’universo poetico di Onert; alcune delle interpretazioni che seguono, invece, mi sembrano talvolta troppo categoriche o troppo lontane da ciò che il verso, preso da solo, può suggerire. Vi ravviso, in conclusione un eccesso d’interpretazione: in alcuni momenti sembri voler dare una risposta filosofica a una poesia che forse trae parte della propria forza proprio dall’ambiguità, dalla frammentarietà e dalla possibilità di essere letta in modi diversi. Torno però a ribadire che non avendo letto il testo nella sua interezza e non conoscendo l’autrice, le mie osservazioni sono per forza di cose relative a quel poco che è proposto nella prefazione che posso quindi interpretare parzialmente.

    1. Premesso che non possiedo le competenze necessarie per esprimere un giudizio, vado a sensazioni e concordo in buona sostanza con questa analisi di Giovanna Fracassi. Difficile comunque valutare la prefazione di qualcosa che non si è letto.

  4. “Quando Dio inizia a giocare, il mortale è smarrito” – Einstein diceva che Dio non giocava col cosmo, per cui Bohr si sentiva il dovere di precisare che nessuno era in grado di verificare quel Nume. Alla congrega si unì Bell, secondo cui quel Tale giocava, come no, ma barava con le sue variabili nascoste…
    “il dire del pensiero è conquistare con il tacere” – e scrivere, e leggere!, sono due alternative necessarie!
    “pensarci sempre e non parlarne mai” – se solo si potesse, ma prova a trovare, se ci riesci, un poeta afarensis e ti dirò chi sei!
    Per quel poco che ho letto… l’importante è… per la poetessa, per il poeta… rinvenire, dove meno uno se l’aspetta, l’interlocutore… colui che è capace di reagire al tuo dire.

  5. La prefazione al libro di Hester Siler non si limita a descrivere i temi compresi nella raccolta, ma li interpreta con un linguaggio che a sua volta è quasi poetico.
    Con parole sono scelte con cura, dove ogni citazione poetica viene spiegata e collegata a un pensiero più ampio. Suggerendo significati, e invitando a un ascolto attento e partecipato avvicina alla poesia di Hester Siler nella giusta misura.
    Uno dei passaggi più belli della prefazione è quello in cui si parla del silenzio:
    “Il dire del pensiero è conquistare con il tacere.”
    Per spiegare che a un certo punto le parole devono essere messe a tacere per lasciare spazio al vero pensiero, quello che tocca il mistero, che è anche il limite della ragione e al contempo la sua grandezza.
    Altra immagine che la prefazione mette in luce e che mi ha colpito è quella della soglia: “I vivi sono. I morti non sono ma diventano.”
    Da intendere, secondo me, la morte non come la fine, ma come un passaggio, una trasfigurazione verso altro. Così come la poesia, che in fondo non è che una soglia tra il visibile e l’invisibile, tra il mondo materiale e quello spirituale.
    Dunque, la prefazione a Onert fa onore alla silloge che accompagna, e che merita di essere letta con la stessa attenzione con cui si leggono i versi.
    Il lettore è infatti invitato a “lasciarsi sedurre”, a fidarsi delle parole e a lasciarsi guidare verso una verità più profonda.

  6. Trovo questa prefazione ricca di spunti e rimandi alla filosofia.
    In primis, una grande componente platonica a cominciare dal tema dell’anima. Avverto anche l’eco della teoria della metempsicosi, nel trasmigrare da un corpo a un altro nel ciclo delle vite. Platone rappresenta ciò nel mito di Er. A ciò si lega l’anamnesi, ovvero la conoscenza come ricordo delle forme di cui l’anima non ha conservato memoria in seguito all’incarnazione. Poi c’è il fuoco, che mi fa pensare al mito della caverna. Nel tema della luce, trovo un riferimento al Neoplatonismo – come sottolinea la prefazione stessa – e penso anche a Suger, abate di Saint Denis, che al Neoplatonismo si rifà nella elaborazione della “teologia della luce”, principio guida nella progettazione delle cattedrali gotiche, il cui fine è la ascensio ad lucem.
    Infine, poiché il discorso del Neoplatonismo lo consente, noto una sottile vena cristiana nel poeta che si dimentica sé stesso per farsi Tutto e nel valore catartico della sofferenza.

  7. La cura della parola tra l’Eterno e il Divenire

    In questo paesaggio lirico sgorga la sorgente limpida delle idee e della materia contingente, rappresentata dal presente e dal mutamento. L’origine delle idee è la scissione reale che divide la perfezione di un verso senza tempo dalla pesantezza della realtà fisica in cui si vive. Nella sua prefazione al testo, Alessia Mocci cerca di alleviare la sofferenza presente in questa scissione che regge tutto ciò che esiste, compreso il flusso incessante del tempo che trascina l’essere umano nel divenire senza sosta. Comprende e comunica al lettore il ruolo dell’atto creativo il quale aiuta la parola poetica a scendere dall’Assoluto e a manifestarsi nel mondo, diventando un ponte che unisce il temporaneo con l’Eterno.
    Nella sua prefazione, Alessia Mocci cura con le parole la rottura dell’anima e del cosmo, sublimando il dolore del trauma e della frattura interiore. Accarezza, con il potere della parola, la straordinaria intensità emotiva e la crudezza con cui Hester Siler propone un profondo stato di disagio esistenziale, servendosi del passaggio stagionale come metafora del proprio vissuto. Lo stile della Mocci poggia su frasi brevi ed essenziali, intrise di una lucida e dolorosa consapevolezza, tanto da dare voce al senso di inadeguatezza in conflitto con un ritmo interiore incalzante e frammentato, in totale contrasto con la vitalità richiesta dal mondo circostante.

    “Sono nata pietra distesa. / Ha scelto / questa forma di carne / e d’attesa.”
    Questo minuscolo frammento osserva il passaggio dalla staticità immutabile della pietra alla forma di carne, mentre sperimenta l’attesa nel legame profondo tra tempo e materia.

  8. Alessia Mocci sa di metafisico questo non delirio. “Esisto quando mi dimentico di me”, una prefazione – la tua – che fa venire voglia di leggere “quella fitta rete di corrispondenze che unisce tutte le parti del creato in un unico grande organismo vivente”.
    Complimenti! Se le poesie sono belle come le tue parole… è proprio il libro che leggerò dopo Nina Cassian.

  9. Bellissima la prefazione di Alessia Mocci del libro di Hester Siler. È piena di suggestioni, riferimenti culturali, confronti, rimandi. Come il libro di Siler, così la prefazione è sincretica, analitica, mistica, ispirata. Forte il filone filo-ellenico con i testi della poetessa greca Ayala Reis.

  10. Alessia, mamma mia! Non riesco ad aggiungere nulla a quanto hai scritto e ai commenti precedenti. Solo una piccola curiosità: cosa significa Onert? (se l’hai scritto mi è sfuggito). A me sembra treno al contrario, ma non credo proprio

  11. Leggo ora, io non sono una frequentatrice di poesia ma quando colgo certe pienezze di essere e padronanza di musicalità mi commuovo. La prefazione di Alessia Mocci coglie bene la questione. La pienezza di consapevolezza è un dono che ci fa essere fuoco , che distrugge e crea ma è anche memoria, aria che purifica, terra che ci dà una dimensione e il nostro ancoraggio e Acqua che può essere qualsiasi cosa essa voglia. Alessia, come vedi credo di aver anche io dei deliri.

  12. La poetessa ha in sé un animo profondo, teso alla ricerca del mistero. Il poeta che usa il proprio corpo come tramite per capire, per trasformare, per toccare. Ha tematiche che portano alla riflessione, affrontate con delicatezza. Quasi si dovesse trasformare in nuvola per capire il cielo. Spesso la vedo avvicinarsi a Dio, che probabilmente per noi esseri umani, assieme alla morte, resta il mistero più grande. Alessia si è calata nella sua scrittura, traendone riflessioni filosofiche e intrigando l’eventuale lettore con chiavi diverse. Ognuno troverà la propria. Interessante sia quanto scrive Alessia che il pensiero della poetessa.

  13. Premetto di non essere un gran lettore di poesia, non di poesia contemporanea; pertanto mi risulterebbe difficile esprimere giudizi sui poeti del nostro tempo. È un mio limite, che umilmente premetto prima di tentare un commento della bellissima prefazione di Alessia Mocci alla raccolta di Hester Siler pubblicata da Tomarchio Editore. Sono invece un enigmista incallito che non può fare a meno di leggere banalmente il titolo della raccolta poetica ONERT al contrario, cioè come TRENO. Con la conseguenza, e il rischio, di suggerire significati fuorvianti dei versi della raccolta. Ben vengano dunque i preziosi commenti di Alessia Mocci, che nell’esplorare le composizioni di Siler si avvale di una lente particolare, sottilissima, la stessa, a conti fatti, che si potrebbe usare con la poesia di tutti i tempi, laddove la poesia è grande davvero. E i luoghi della poesia, come sembra suggerire Alessia Mocci, possono incontrarsi ovunque; i suoi oggetti possono figurarvi quali che siano sotto qualsiasi forma, purché pronti a fluire, a defluire, a trasfigurarsi in dimensioni altre allorché il poeta riesce a cogliere in essi le pulsioni che li abitano, la luce speciale di cui si ammantano.

  14. Dal suo mazzo di chiavi Alessia Mocci ha estratto quella che le ha permesso di interpretare “Onert”. Per ora, soltanto lei possiede quella chiave; lei, presumibilmente allieva di una scuola dello stregone frequentata in tempi non sospetti. Solo lei, dunque, attraverso i suoi poteri, può cogliere i reconditi simboli che emergono dalla poetica di Hester Siler e trasporli nella sua bella prefazione.
    Il linguaggio del fuoco è tuttavia difficilmente interpretabile, proprio perché rivolto verso l’alto, verso la trasformazione. Il poeta trascende il proprio pensiero nel momento in cui l’anima si fonde intimamente con l’intelletto. La transizione tra vocazione e tecnica viene colta da Alessia Mocci attraverso la parola poetica, nella quale si manifesta l’anima del poeta. Tra parole e silenzi si esprime quella poesia che solo nella capacità di ascolto può essere intesa. Fuoriuscire da sé è la precondizione per incontrare l’altro.
    Mocci coglie le note di Hester Siler come se fossero inserite in un rituale d’iniziazione. Come se. La sua prefazione apre i cancelli della mente e prepara il lettore a un viaggio tanto misterioso quanto seducente nelle profondità dell’animo del poeta.

  15. Questa Prefazione — anche se non conosco il libro — mi sembra molto bella e profonda. Certo richiede in più punti una rilettura attenta di alcuni paragrafi e una certa conoscenza del Neoplatonismo, altrimenti vari riferimenti possono rimanere enigmatici per un lettore medio.
    Tuttavia, se da un lato posso capire le “perplessità” espresse nel precedente commento di Giovanna Fracassi, mi pare d’altro canto che — almeno dalle citazioni dalle poesie della Siler riportate — la poetica dell’autrice permetta, se non addirittura inviti, una tale analisi.
    Mi sembra inoltre che la Prefazione in qualche modo sia dichiaratamente un’ermeneutica del testo che non solo lo commenti, ma lo collochi in una prospettiva filosofica più ampia e in qualche modo lo scavi “à rebours” fino alle sue radici archetipiche. Quindi non una semplice “presentazione” ma, come del resto la maggior parte dei commenti sottolinea, un invito ad ampliare la prospettiva di lettura senza perdere il godimento dell’esperienza diretta dei versi.
    È una Prefazione che sicuramente richiede impegno dal lettore, ma non vi è passaggio gratuitamente oscuro o che si perda in meandri filosofici senza trovare sbocco.
    Senza contare che — come io stesso faccio sovente — il fruitore del libro può avventurarcisi (o ritornarvi) dopo la lettura del testo poetico.

  16. Hester Siler sa rendere, con pochi versi, le sue poesie un dialogo intimo con il lettore. Un nulla, e condividiamo con lei immagini, sentimenti, pensieri, sensazioni. Con una facilità sconcertante, una facilità che nasce da un’arte raffinata capace di cancellare il travaglio della creazione, ci eleva con lei a un livello di bellezza intelligente che ci fa sentire in armonia con il mondo – e in questi tempi non è poco.
    La naturalezza con cui svolge il suo racconto poetico non si intorbida quando i concetti, i riferimenti, i ragionamenti salgono a livelli più alti e raffinati.
    “Onert” è un volume che si rivela un compagno che non tradisce: anche aprendolo a caso, è facile trovarvi subito un momento di serenità e di riflessione, uno spunto per migliorare il nostro sentire.
    Nella preziosa introduzione che Alessia Mocci regala al libro, si parla di un “rituale di iniziazione”, accompagnato dall’invito a “lasciarsi sedurre” dal sapere eterno che vi è contenuto.
    Cosa aggiungere?
    Complimenti a Tomarchio Editore e Oubliette Magazine per avere assegnato il loro prestigioso Primo Premio a Hester Siler e per avere pubblicato un volume sicuramente da leggere.

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