Onert di Hester Siler: la Prefazione della raccolta poetica

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Non che io stia delirando, ma sono stanca dell’estate./ Se solo l’inverno arrivasse / ed oscurasse tutto,/ le mani, le risa, e questo libro.// Ho invocato il tuo Nome.// Ormai è fatica/ abitare il corpo.‒ “Non che io stia delirando, ma sono stanca dell’estate”

Onert di Hester Siler
Onert di Hester Siler

“Onert”, pubblicato dalla casa editrice Tomarchio Editore ad agosto 2026, è l’itinerario poetico presentato da Hester Siler a seguito del conferimento del Primo Premio nel Concorso letterario “2026 che scrittore sei?” promosso da Tomarchio Editore ed Oubliette Magazine.

Il volume principia con la Prefazione curata da Alessia Mocci e si articola in due parti intitolate Poesie della prima stagione (selezione di poesie scritte dal 1996 al 2010) e Poesie del disamore (selezione di poesie scritte dal 2005 al 2026). Segue una sezione atta a svelare tre opere di Ayala Reis (Prendere dimora nel linguaggio, Il Patto ed Il Mortale) di cui Hester Siler ha curato la traduzione inedita in lingua italiana e le note critiche. “Onert” chiude con le sezioni Biografie, Concordanze, Indice delle poesie ed Annotazioni.

Illibato,/ distante,/ un sasso bianco/ rende scuro l’istante./ Il sasso non è più un sasso/ batte,/ si muove di moto costante./ Siede sulla riva/ posa lo sguardo/ e si getta lontano./ Ha voluto imitare la Luce/ ‒ era precluso al destino ‒.// Volgerai a me il pensiero,/ distante.‒ “Illibato”

Per gentile concessione della casa editrice Tomarchio Editore, di seguito si potrà leggere in anteprima la Prefazione di Alessia Mocci del volume “Onert”.

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Prefazione “Onert”

Sono nata pietra distesa./ Ha scelto/ questa forma di carne/ e d’attesa.[1]

La scelta determina l’esistenza nel gioco perpetuo del ciclo in cui la “forma di carne” ‒ il corpo ‒ attende il trapasso ad un’altra forma.

Hester Siler, sublimandone il concetto, propone con “Onert” la frattura originaria tra la sorgente delle idee e la contingenza della materia così da elaborare un equilibrio nella triade costituita dalla stabilità assoluta dell’Essere, dal flusso incessante del tempo e dall’emanazione del Verbo.

“[…] Pensavo/ che, conoscendo il linguaggio del fuoco,/ avrei potuto parlare dell’inizio di tutto,/ dell’intera umanità.[2]

È l’osservazione del linguaggio delle fiamme che dona al poeta la visione ancestrale, così come la fiamma svetta verso l’alto con moto incerto e costante anche l’ispirazione, che si manifesta attraverso l’atto della scrittura, tende a ricercare un nucleo di significati attraverso lo studio attento della tradizione.

Esisto quando mi dimentico di me.”

Il poeta, dimentico di sé, si riscopre parte di un intero in cui “la totalità del mondo è il pensiero del pensatore” in un momento in cui l’anima individuale, spogliatasi delle sue determinazioni terrene, si fonde nuovamente con l’Intelletto.

La “Vocazione” è oggettiva, la sua manifestazione è il richiamo dell’Innato in cui le strutture formali, come evidenziano le poesie de “Onert”, albergano nella memoria dell’anima, la quale, incarnandosi, ha necessariamente dimenticato la propria origine.

Analizzare etimologicamente le parole diviene, dunque, un’attività di anamnesi: ricordare ciò che si è sempre saputo prima del tempo “così come si ignora il nome dell’ultimo poeta”.

Conoscevo la forma delle tue mani/ prima ancora di essere carne.// Tu sei il dubbio,/ io sono la fede.// Quando la tua ombra è entrata/ la memoria si è fatta sapiente./ […]”[3]

Nella caduta l’anima sperimenta il peso della frammentazione e la fatica di “imparare a soffrire”. La sofferenza, tuttavia, acquisisce un valore catartico in quanto essa è la spinta che inaugura la rottura dalla superficie per insistere sulla ricerca dell’“Eterna Dimora”.

Ed è proprio in questa dialettica che si inserisce l’immagine folgorante della soglia ‒ “I vivi sono. I morti non sono ma diventano.” ‒ che accoglie il trapasso iniziatico nello svelamento del divenire coadiuvato da un movimento ascensionale che riconduce alla sorgente divina.

“[…] Disperazione di un inerme/ ‒ egocentrismo ‒/ falso pensatore/ cattivo cercatore.// Il Genio si specchiò.[4]

La parola poetica assume una responsabilità etica che cresce nell’atto estetico del “generare l’evento con la parola”. Nominare un oggetto ne evoca l’essenza, ridesta il legame immateriale che unisce la terra al cielo: “Indossami come la luce ammanta ogni essere”. Il poeta implora di essere rivestito di quella luce che, secondo i neoplatonici, penetra il Tutto e ne costituisce la bellezza intrinseca.

“Quando Dio inizia a giocare, il mortale è smarrito.”

E se da un lato questa pretesa di toccare l’Assoluto confina pericolosamente con la “Tracotanza” ‒ l’hybris che tenta di decifrare i giochi divini ‒ dall’altro, di fronte al mistero del Sacro, la ragione discorsiva crolla perché “Il domandare inziale non risponde a se stesso”. Il nesso filosofico ‒ rigido per natura ‒ deve necessariamente accettare di sciogliersi e di coagularsi nel ritmo e nell’analogia per poter accedere al “fluido”.

L’accoglienza del limite ‒ il riconoscere che “il dire del pensiero è conquistare con il tacere” ‒ è l’istante in cui il silenzio diventa l’unica densità possibile della Parola, l’approdo in cui si decide di “pensarci sempre e non parlarne mai”.

Gli abitanti son morti/ le campagne abbandonate./ Frumento ed orzo,/ le mandrie/ preparano l’alcova./ Torrenti prosciugati./ S’immergono gli occhi.// […]”[5]

Ne “Onert” le figure naturali fungono da simboli della realtà, ad esempio, nel verso “quei tronchi i cui rami si toccano” i tronchi rappresentano la simpatia universale, quella fitta rete di corrispondenze che unisce tutte le parti del creato in un unico grande organismo vivente. L’autunno con le foglie che “accarezzano le mani”, la delicatezza del “gelsomino bianco”, le mandrie che “preparano l’alcova” ed “il lampo che non turba la foglia” sono epifanie della Grazia e dimostrano come l’Uno operi nel sensibile con precisione geometrica. Il cosmo, governato da “Proporzioni” velate, pone al poeta il compito di “armonizzare un ritmo” con la sinfonia dell’Anima Mundi.

“[…] Quando tu mi dici chi sono/ io mi vedo vento fra le fronde/ sento le foglie stridere/ e scivolo via./ Divento silenzio e scivolo via.// Si può essere ovunque, lo sai?/ E siamo quella nuvola bianca,/ quella carica di pioggia./ L’eterno istante e/ le tue dita immaginate su quelle corde,/ il fumo caldo del caffè/ che si mostra spirale, e rapisce/ nella bellezza dell’essere tutto.// E scivolo via in un vaso/ od in un pozzo/ in qualcosa che possa contenermi/ che possa darmi i limiti che chiedi./ […]”[6]

Onert di Hester Siler copertina e quarta
Onert di Hester Siler copertina e quarta

La voce di Hester Siler appare come un rituale di iniziazione nel quale il lettore è invitato a “lasciarsi sedurre” da un sapere eterno. Ogni poesia è una pietra posata sulla strada del ritorno a casa; ogni verso è un frammento di cera dissolto dal calore del Fuoco primordiale a cui l’autrice dichiara di appartenere; ogni parola è intesa nella sua abissale e meravigliosa pienezza.

A parte questo,/ mi visitano tutti i sogni dell’uomo./ Siedo tra la finestra e l’assenza,/ conto minuti ‒ monete./ Un canale così stretto/ un difetto.// Ho postulato in un quaderno a righe./ Dal fondo dell’occulto,/ compilo la realtà.// Penso per essere.// Un’astrazione governa il vuoto./ L’intero universo è una sedia.// Quando il sole/ cala,/ incrocio la notte./ Forme eterne/ vagano fra le vite.// Traccio i confini./ Pietra.[7]

Completa l’opera, il sodalizio con la poetessa Ayala Reis ‒ originaria di Samo e residente a Praga ‒ che fortifica l’urgenza della doverosa cura della “vertigine cantata” atta alla comprensione dell’ordine originario.

“[…] «Quale popolo si cela ancora?»/ Fu nel sangue un rito di migrazione/ ed ancora di più fu spada l’Irlanda./ E fummo celti, fummo britanni,/ fummo cervi, fummo lupi ed orsi,/ fummo soli a concepire il creato,/ fummo le porte a Gerusalemme,/ fummo riflesso fuso a Bisanzio:/ mosaico nelle quattro ghirlande.// Ed ancora croci, cicli, climi,/ cime gravide cingono i fianchi./ La vasca e l’altare./ Con il tempio sorge Mercurio:/ coll’argento grava la Luna,/ con le pacche attiva Vulcano./ Il bosco di Bacco:/ crinale incantato.// […][8]

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Written by Alessia Mocci

 

Info

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Note

[1] “Come pietra sulla strada”, p. 13
[2] “Crebbi”, p. 27
[3] “Transito”, p. 69
[4] “Disperazione”, p. 31
[5] “Incidente autobiografico”, p. 43
[6] “Scivolo via”, p. 81
[7] “Autopsicografia”, p. 35
[8] “The Pact”, p. 93

 

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