“L’iguana” di Anna Maria Ortese: fra magica entropia e divina singolarità
Quando ci s’imbatte in un libro diverso dagli altri, com’è “L’iguana” di Anna Maria Ortese, resta sempre una scappatoia per uscirne vivi: dire che è un libro perfetto, chiuso in se stesso, da cui non esce altro se non sé. Uno se la può cavare dicendo che trattasi di realismo magico. Ma che vuol dire?

La magia di tutti i giorni si chiama vita. Le parole sono un misto di sortilegi e di realtà. Se io dico schiaffo so cosa intendo. Se femminizzo e dico ‘na sc-iâfa, perché sono un arşân, intendo uno schiaffo femminilmente poderoso; un vento dura un giorno, ‘na vèinta tre. Ma perché tutto ciò? Perché l’uomo rende irreale quel che dice, perché, non scorgendo quella testa di… dio, se l’inventa parlando, scrivendo, narrando. L’unico mistero degno di nota è avvolto in un impenetrabile velo.
“Come tu, sai, Lettore…” – ma che è ‘sta elle maiuscola? Una presa in giro? Tu mi turlupini, e io ti accetto come turlupinatrice. Chi è il servo dei due? Chi è il filosofo? Se vuoi andare d’accordo con me, devi continuare a truffarmi, e io farò finta di non accorgermene, okay?
“Don Carlo Ludovico Aleardo di Gres, dei Duchi di Estremadura Aleardi, e conte di Milano…” – detto “il Daddo”: e vorrei proprio sapere il codice fiscale di ‘sto Padrino, ammesso che ne abbia uno solo.
A pagina 17 leggo di un’“iguana” – teorizzata e non ancora attestata. “… Se il Diavolo esiste il Signore gli vuole più bene che a te e a me, stanne certo…” – e a me di quel Dio sai che me ne faccio? Lo dono, insieme alle perle, a quegli Snoopy ingordi e a quei porci affamati. Un dio o Dio a dir si voglia che faccia delle parzialità è troppo banale perché valga la pena di farlo esistere. Non servirebbe a nulla. Ce n’è già fin troppa d’ingiustizia. D’altro c’è bisogno. Per esempio di rettili.
“… don Ilario Jimenez dei Marchesi di Segovia, conte di Guzman, unico abitante, insieme ai fratelli, dell’isola…” – un nobile è per metà ignobile, sennò non si diverte.
Due sono le tendenze che ci governano: l’ordine del Kósmos e il necessario contraltare, il Kaos entropico. Come il dondolio della nave che reca il mal di mare, ma che ti garantisce che, slittando un po’ da una parte e un po’ dall’altra, il viaggio prosegue. Onda dopo onda, si giunge laddove è il caso (e la necessità) di recarsi: facciamo le nostre scelte e ci pensino le intemperie a determinare con precisione il nostro destino. E questo vale per tutto, anche per la tua scrittura, Anna Maria.
“Grande, a questo punto, fu la sorpresa del Daddo, nell’accorgersi che quella che aveva preso per una vecchia, altri non era che una bestiola verdissima e alta quanto un bambino, dall’apparente aspetto di una lucertola gigante.” – per noi uomini quel che appare di una donna è altro rispetto a quel che è. È vero anche il contrario: loro ci vedono migliori di quel che siamo, e poi fanno le deluse, ma chi vi ha mai detto di fidarvi? A reggere la questione è la beffarda duplicità. Se non ci fossero i Due, non ci sarebbe mica l’Uno, Maestro Plotino, che ne dici di ‘sto banale Piolino?
L’unica è fregarsene, per quei momenti, di ogni fede, e di sbirciare verso quel caotico e ordinatissimo mistero: “… si precipitò accanto alla bestia, che gli levò in volto due occhietti supplichevoli e fantasticanti…” – non riporto il detto, ché è orrido, ma due bisogni umani si equivalgono, se non altro per la precipitevole urgenza che hanno d’essere soddisfatti. Solo chi ama e chi, in una gelida giornata, s’è cibato più del necessario riesce a capire cosa intenda dire.
“Não para mim… Não para mim…” – non è per me l’amore… o è per tutti o è per nessuno! In realtà occorre ogni volta scegliere: a quello sì, a quello no. È così che gira il mondo.
“Mangiarono nel salone, servite da un’Iguana assai diversa dalla prima, nel senso che pur essendo la medesima Estrellita…” – povera Stellina! – “… che tanto incomparabile felicità aveva mostrato davanti alla…” – … come sanno fingere gaudio e sorpresa le donne, mah… Solo degli uomini ci possono cascare!
Non siamo affatto diversi, incompenetrabili, ma incommensurabili gli uni dagli altri; ognuno sa del continente suo e ogni tanto si dona una vacanza in quello altrui.
Brrr… i discorsi che quei due lesto-cavalieri si fanno, sull’“editoria lombarda” e su altre, infinite buggerature sono così noiose che mi fan dire che chi scrive, pur dotato di un membro talora erto, si sente una donna a tutti i livelli. Scrivere è un’attività creativa e femminea, indubbiamente. Occorre sanguinare ed espellere l’immondo moncherino… è lì il Mistero!
“… Dio, o ciò che chiamiamo Dio, non è la sola origine delle cose, le quali, come vediamo dalla natura medesima, sembrano, in ogni caso, la risultante infelice di due elementi combinatisi: uno attivo, uno passivo, o, se vuoi, uno positivo e l’altro negativo…” – yin/yang e a capo. È come il caldo-freddo che ho assaggiato quel pomeriggio a San Vito Lo Capo.
“… era posto, di sghembo, un cupo banco scolastico: il tavolo del letterato…” – di’ che ne ha visti scorrere di sudori, lacrime e gocciole di cuore! Ma chi ce lo fa fare? Questo si chiedeva Andy Capp fronteggiando l’ennesimo boccale di birra scura!
Pensa, Anna Maria Ortese, che stavo sottolineando tutte le volte o quasi che scrivesti la parola “iguana” ne “L’iguana” – quasi fosse un’immagine della Madonna, da venerare una dopo l’altra. Eppure noi malati di mente la chiamiamo: la solita… che dà l’idea. Nulla pare più raro del solito allorché viene a mancare!
“Ora il conte, sapendo per esperienza come la regola della speranza sia di non muovere un passo senza la sua sorella tristezza, ne arguì che la seconda, avendolo visitato, ed essendo tuttora con lui, l’altra dicesse buone parole agli ospiti…” – tristezza per favore va via,… ma torna appena puoi, che senza di te la vita è un noioso mare di una penosa allegria: fugace io la voglio!… caduca!… penosa!
“… l’arte non vive fuori della vita, la quale, se non è tradizione di ieri, è però quella di domani…” – tutto si ricicla per poi risorgere, anche il cestino della monnezza.
Il “realismo”, cos’è, se non “un’arte di illuminare il reale” – Giovanni Verga ed Émile Zola: che folli idealisti erano!
“… la natura non è affatto così impassibile” come ci danno da intendere, ma è lesta a mutare a ogni nostra pur quantistica osservazione. È onda e quando la miriamo assurge al rango di particella.
“… Dio così volle, nel crearla, ben sapendo che un giorno o l’altro l’uomo l’avrebbe lasciata, ed essa avrebbe dovuto vivere sola.” – làggiù, dispersa nel Nulla Confuso.
“Iguanuccia”, oh “iguanuccia”, questo è il tuo comune nomignolo, tu che comune non sei. Il tuo ir-reale nome è “Estrellita”, stellina dispersa e disperdente, centrale e singolare, duplice in ogni tuo raggio, sia che dia, che tolga, che geli, che arda.
“La giovane Estrellita (ché ormai sulla sua giovinezza, anzi, la cruda infanzia) non rimaneva dubbio…” – anch’esso ormai arso e riarso – “… aveva tracciato sul terreno, con una pietra appuntita, quel recinto rettangolare che tante volte il Lettore avrà visto fare dai fanciulli, e col quale egli pure, da bambino, avrà passato delle ore.” – non Egli? E se Io sono Dio, Tu Chi Sei?
“… le lente insinuazioni della famiglia sulla esistenza ‘fisica’ del Male, sulla sua identificazione su un certo essere che non si nominava, avevano gettato un vero e gelato terrore…” – tipo quello che fece ardere analoghe signorine nel disgraziato passato. Il terrore che l’Altro ci ispira non sarà mai pari a quello che noi creiamo in loro. Il male ha bisogno di vittime sacrificali, per cui intensifica i legami, stringe loro le catene. E poi ci si chiede come mai i micetti ci guardano con diffidenza. Ce l’hanno scritto sul DNA che siamo nocivi alla salute. Quanti ne abbiamo fatti crepare nei pozzi, appena nati, oppure arsi nella pubblica via?
“… non tanto la paura del silenzio, della notte lunare la dominavano, quanto quella inaffrontabile paura di sé.”: il sentirsi diverso acuisce l’intimo senso di colpa di chi è vittima riconosciuta dalla massa assassina.
“Ma hai mai pensato, Lettore, quale può essere lo strazio della Perversità e Malvagità medesima, impossibilitata, per ragioni diremo matematiche, a lottare con sé, a fuggire da sé, e che sempre, il giorno e la notte, deve sopportare l’errore della propria disperata presenza, essendo – questa presenza – se medesima? No, certo non vi hai pensato.” – e come avrei potuto, quando tu mi stavi ammaliando con quell’indemoniato nerume?!
“Sappi, Lettore, che solo costui, che dapprima non era considerato il Male, e dopo fu indicato come il Male medesimo, solo costui sa cos’è il freddo mortale del Male.” – M perennemente maiuscolo? E chi l’ha creato, quel Male, il Sommo Bene?
Egli, il Sommo Autore, pare come quell’Arthur Rimbaud che prese la bellezza in grembo e a trovò rancida, e si prefigurò chissà quali tradimenti: crisci figli, crisci puorci; quannu su muortu tinni fai nu tianu, un tegamino di cibo nutriente. I giovani cannibalizzano, scavando là dove gli avi hanno costruito, giungendo a distruggere la Casa fin dalle fondamenta. È l’infame paura dello Scrittore di Storie. È il Potere che crea il timore di perderlo e di perderci con Lui.
“Non è più una Iguanuccia, un triste corpicino verde, ma una gentile e affascinante figlia dell’uomo.” – un bel progresso, nevvero?
Lei ne “L’iguana” “sa di essere bella, ora, bellissima, e, come ogni figlia dell’uomo, ne è beata.” – e “il marchese le ha premesso che, un giorno, quando sarà cresciuta, la porterà in paradiso, un posto assai grande, di là dal mare, dove la presenterà come sua sposa, e tutti la onoreranno, e vi sarà per lei ‘una felicità che nemmeno te la immagini’.” – promesse da Dio Uomo, il più infame dei Numi, la più atroce delle Bestemmie. Ma quando un’iguanuccia disperde il suo padrone crea il gelo. È il suo mestiere, e poco c’è da fare, solo subire, semmai imprecare come un invasato, e nulla più.
“Mi sono perduto con te, che non possiedi nulla. Vattene ora, donnaccia.”: sono sospese le trasmissioni, che riprenderanno il più presto possibile.
“Era davvero finita per la nostra diabolica Iguanuccia…” – e, morto un fedele, se ne fa un altro.
“Non rattristarti, nobile Lettore, per questi fatti perché, come dice il Poeta della nostra cara terra, tutto passa…” – e nemmeno i cocci son più suoi!
Possiamo però sempre insistere “sulla doppia natura della bestiuccia”.
Era bestiuccia, la nominiamo Angelo, la riconduciamo all’antico ruolo di bestiuccia. E diciamo che c’ha tradito, che ha cercato di rivoltarsi contro chi l’ha tanto amato, ma poi di nascosto possiamo vederla, e strizzarle l’occhio sinistro. L’importante è maledire la “bestia” a ogni messa cantata. Non è singolare che questo Marchese sia lo Scrittore, tutto intento com’è a ricreare l’antica favola?… sempre “intento a ricopiare e a correggere i manoscritti”?
“Il primo impulso del conte fu di andarle vicino e abbracciarla…” – dichiarandosi suo “servo e babbo…” – ma presto “la domanda che aveva formulato nella sua mente era: ‘Perché ti comporti come un demonio?” – perché sei così diversa da me, perché questa tua singolarità m’attrae così tanto? In quale incongruo e ingordo Kaos mi recherai?
“… un selvaggio suonare di campane, non sapevi se a osanna o a morto, lasciarono indifferente il conte.” – che sia un buon segno?
“E che cos’è il tempo, in cui tali atti e pensieri si dipanano? e cos’è lo spazio, se non un’ingenua convenzione?” Chiedilo a Julian Barbour e a Carlo Rovelli, se ti va.
E qui termina il mio, di tempo, il mio, di spazio. E intanto il marchese “aveva lasciato completamente di scrivere, era diventato un uomo saggio e calmo.”: beato lui! Io mi prendo solo una non eterna pausa.
Vorrei aggiungere una fandonia. Nella morte di ogni essere c’è il seme di chi verrà a sostituirlo. Ed è solo in quel recesso, che si compie l’uguaglianza di ogni anima e corpo che tanto si sa che sono un tutt’uno, fatalmente disperso e miracolosamente ricreato. La Grande Livellatrice: ‘A livella diceva quel poeta tragicamente comico.

In un’intervista all’Autrice, colgo, banalizzandolo, un pensiero: se Qualcuno ha creato “la realtà”, facendo una “prima creazione”, Qualcun Altro la ricreerà, replicandola a modo suo, chiamandosi “Raffaello” e dipingendone “una seconda” – che sarà la definitiva, finché non si presenterà qualcun altro a idearne e realizzarne una terza. Sic transit gloria mundi: “nulla è vero, tutto passa, tutto cade, tutto muta.” – anche la tua scrittura, vero, madamina? Per non parlare della mia!
“Edificare l’uomo è gratuito, edificare le cose dell’uomo e sull’uomo porta compensi molto alti, non solo economici, ma perde l’uomo.” – e questo è un idealismo gratuito che, per il suo carattere ideale, a nulla serve, se non a emettere delle bollicine d’aria, ché questo è il nostro umano compito. O no? Se l’arte servisse a qualcosa di pratico, cesserebbero le umane guerre e ingiustizie.
Indefiniti e Mi(se)rabili Sogni!
Lo sai? La prima banalità che mi viene ora in mente è che questa tua iguanuccia non sarebbe spiaciuta a Franz…
Dopodiché ne “L’iguana” leggo che il tuo grande ammiratore Piero Citati, nella postfazione La principessa dell’isola, cita “la solitudine di Kafka”.
Per fingere di non essere da meno, scrissi all’amico Gino Ruozzi: L’iguana dell’Ortese è meravigliosa, in perenne (?) bilico fra Magica Entropia e Divina Singolarità.
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Anna Maria Ortese, L’iguana, Adelphi, 2022
