“Ti lascio andare” di Daniel Lumera: vivere la propria morte in stato di grazia
La vita c’ha (finalmente) lasciato andare… e sto parlando di Filomena Gagliardi, Silverio Scognamiglio e me, in una piazzetta, non rimembro dove, ah!, a Fano, a Passaggi Festival della Saggistica 2025.

Allorché un bel tipo, assai titolato, a prescindere, come diceva Totò, chiamato Daniel Lumera ha presentato l’ultimo suo… saggio?, romanzo?… domanda idiota?, Ti lascio andare. L’evento è stato assai simpatico, per cui parto dalla fine. Mentre gli faccio firmare il tomo, gli chiedo se conosce Cesare Boni, e lui dice di no, al momento non lo rammenta. Dopo un breve conciliabolo, gli batto leggermente la spalla sinistra e gli dico: Ciao bèlo! Il che risveglia la sua (sempiterna?, talvolta assopita?) ilarità. Gran brava persona, Daniel. Chissà che ne pensa di me?
Poi, a cena in un ristorantino locale, un po’ lo lascio andare e un po’ non c’è, mentre sono davanti a un piatto a base di pesce, coi miei amici. E un po’ no. Mi resta appiccicato: è intrecciato alla mia esistenza. So di un’anziana che aveva cominciato a parlottare in aramaico, senza averlo mai studiato. E poi s’è scoperto ch’era stata la donna di servizio di uno studioso di tale lingua, che soleva biascicarlo a voce lievemente alta. Per questo si va in psicoanalisi: si è Alla ricerca del tempo perduto. E poi si scrive un’operetta di sette volumi e non so quante migliaia di pagine.
Molto di quello che ho sentito quel dì, non solo da Daniel, l’ho lasciato andare, ma sta tuttora scorrendo in direzione di quel mare magnum che è la nostra incoscienza e potrebbe essere un bel dì rintracciato, riascoltato, salvato e riformulato: ne sono certo. Iniziamo o no? Ehi! Un attimo! Solo uno, please!
Sono pronto! Sono le 5 e 45 e fa già caldino. Sono testé andato a sorbirmi un goccetto d’acqua. Al che mi viene in mente un haiku di Jack Keroauc, che avevo seppellito: “Mancato un calcio/ allo sportello della ghiacciaia/ Si è chiuso lo stesso.” – per essere sicuro della lezione esatta sono andato a stanare il libercolo, che avevo un po’ lasciato andare, su uno scaffale, circa trent’anni fa: eccolo qui. Ricordavo frigo, vedi, ma ora ricordo: sì, ghiacciaia. Povero Marcelino pane e scrittura, tanto penasti per rintracciare il tuo tempo e poi ti lasciasti andare via, per una bronchitella mal curata.
Me la prendo comoda, ok? Comincio dall’esergo: “A tutto ciò che è stato/ A tutto ciò che verrà” – e ora il pensero corre a Julian Barbour, che assicura che il tempo è una balla, anche il suo amico Carlo Rovelli la pensa uguale. In effetti è così. In un documento segno tutti i libri che ho ingurgitato, con tutte le date di inizio e di fine lettura. Se un giorno, nell’excell, segnassi i giorni che sono stati necessari alla lettura e ne componessi la somma, ne uscirebbe un numero maggiore di quello che è realmente stato, come se avessi vissuto una vita e mezzo. Ovvio. Ne leggo a volte due, tre, raramente quattro o cinque alla volta, e più ne leggo con-temporaneamente, più passa tempo, per ognuno di loro, non per tutti insieme, però. Alla fine in 7 dì ne ho letti, ipotizziamo, 3. Per il primo ci ho impiegato 4 giorni, per il secondo 3, per il terzo 7. La somma (che fa il totale, secondo Totò) sarebbe 14. Invece, globalmente, è 7. Okay? Secondo Albert Einstein il Kósmos ha una sua natura matematica Era il suo personal god (mia espressione). Può essere: il suo significato è Ordine. A lui si contrappone il caos entropico, grazie (si fa per dire) a cui tutto si concluderebbe in un’unica, immobile, dispersione ghiacciata (a meno 273° C). Però, in ambito locale, quelle due Doppelgänger paiono collaborare, come due con-sorti che mal si digeriscono, ma vivacchiano insieme. Secondo me capita anche ai nostri politici che baccagliano come dei pescivendoli, ma poi qualche accordino se lo stringono, mentre se lo succhiano… l’aperitivo al bar di Montecitorio, che avevi capito? Adesso datti ‘na mossa e dà del gas (sto dicendo a me).
‘Sto librone, se non lo lasci andare, è capace di farti superare le 8 pagine di commento e poi chi lo dice all’Editor in Chief! Che è, notoriamente, il demiurgo de Il Grande Capo. Ho deciso di leggere il primo capitolo e poi di lasciarlo andare.
Tanto l’abbrivio de Ti lascio andare è: “Questo libro è stato scritto per chi vuole imparare a lasciare andare o vuole aiutare qualcuno a farlo.” – ecco. E poi Daniel accenna ai “pesi invisibili che ci portiamo dentro” – anche quelli visibili rompono, mica poco. La più bella banalità del libro, e spero che Salvatore Patriarca mi dia ragione, è: “La natura della vita è fluire” – e ogni tanto Daniel mi dà del tu: “E tu?”. Da quel che ho capito, gran parte dell’esistenza è una zavorra: per salire in cielo, per navigare, serve tenerla e gettarla, e poi recuperarla, come si fa con la rete. Che dici, Daniel? Se erro, correggimi.
Andiamo avanti: “Se ci aggrappiamo a tutto, rifiutando ogni minima circostanza avversa o diversa dalle nostre aspettative, la vita diventa un inferno.” – o un purgatorio e più in là un mezzo paradiso. Ma basta una mezza costipazione per staccare la spina per sempre. Quello che mi fa ridere della morte è che alla sua veneranda età, quella ancora sta faticando con la sua arrugginita falcetta. In pensione, non ci va?
Bella questa: “La vita di chi è davvero felice è un atto di custodia, non di possesso.” – siamo dei Sopracciò, dei responsabili di fattoria, non dei padroni. Questo lo dedico a Silvano, che si è autoproclamato (per gioco) Sopracciò. Io (per gioco) Sopracciò. Io (per gioco) sono il suo Capoboaro. Senza manco mezzo bovino tra i piedi, però. Ma lasciamolo stare, al momento. E via ch’andòm!
Passo ora al Dylan Dog 466: Chi è sepolto in questa casa? – ove colgo una perla: Forse, tutti gli alberi sono interconnessi… – i tre puntini servono, immagino, per prendere la spinta e spiccare il volo. È il momento di gettare la zavorra. Ripasso ora a te, Daniel. Vedi che non t’avevo lasciato andare del tutto. Mi vien in mente l’amato Arthur Rimbaud, tu mi ci hai fatto pensare in coda al primo capitolo, quando parli di quegli “artisti talentuosi” che danno una sberla ai “propri sogni”. Sigh! Anzi: Shik!, ché ora non fai altro che ripetere ‘sta locuzione: “Shikata ga nai”, 13 volte in 5 pagine. Non dirò che è. Chi è interessato accatti il libro o faccia un salto su linea.
“Magari proprio attraverso la distruzione di quella bellezza…” – se ne aggiunge una nuova. Quando m’imbatto, per strada, in un pèsacân, detto pure pèsalèt, in italiano pisciacane/piscialetto, ma pure tarassaco, amo dargli un calcio, così i suoi figlioletti potranno nascere. Faccio bene? E ora farò ridere il lettore del tuo lettore, Daniel: “Probabilmente la grazia più grande concessa a un uomo consiste proprio nel vivere la propria morte in uno stato di grazia.” – per cui, fischiettando, controllo i cabasisi, sì, ci sono ancora: “Potete sentirlo?” – lo chiedi a noi, sicché ora siamo in tanti.
Una frase che dedico ai miei figli è: “Amare vuol dire prima di tutto permettere all’altro di essere libero.” – amen e così sia. Grazie a te scopro la differenza fra “sādhu” e “sannyāsa” che è un po’ quella che c’è fra correre e scappare. Interessante. Durante la tua esibizione (che tale fu e che tanto m’inebriò), t’avrei voluto porre una questione.
Tu scrivi: “Niente è necessario, se non Dio.” – e la domanda sarebbe: è una teoria religiosa, non falsificabile, vero? E poi aggiungi: “Per arrivare a Dio devi rinunciare a tutto.” – uhm! Mia mamma, credente vera, soleva dire: che ciavêda ciâpen i frê se a n gh ē mia al paradîş! Una chiavata eterna! In arşân ciavêda era la fregatura. Uno comprava della stoffa a braccio e poi si recava davanti al battistero del duomo, dov’era la chiave di ferro che racchiudeva il metro napoleonico e lì scopriva d’essere stato chiavato. Il commesso che vendeva a braccio aveva gli arti corti, quello che comprava li aveva lunghi. A te non è mai capitato?
In Ragione, verità e storia Hilary Putnam si chiedeva se fosse possibile sapere se eravamo quello che credevamo d’essere o se eravamo dei cervelli immersi in una vasca (tipo Matrix, per dare un’idea). La sua risposta (affermativa) mai mi convinse. Tu che ne pensi? È il Kósmo reale, oppure è un’assoluta, irrimediabile, ineffabile maya- alata? Ma apprezzo questo: “E solo quando in noi ci sarà la piena realizzazione che la propria felicità e importanza non dipendono dalla propria ‘separatezza’ saremo disposti a lasciarla andare.” – e se la zippo e la controzippo alla bisogna? Così faceva quel Marcelino.
Tralascio però “Isvara pramidhana” – ché ancora è prestino per me. Sono solo scuse? Sì. Ma non riesco a ingurgitare quei: “purché”, “perché” e “poiché” di Charles (de Foucauld, il santo del deserto: uno che si scioglieva in quel caldo!).
In coda a pagina 12 de Ti lascio andare, scrivi: “Un amore che libera” – cambia vocabolo: amore deriva da kam’a, passione, come pure kāma sūtra.
Scrivi: “… possiamo lasciare andare i limiti che creano esclusione e conflittualità…” – intendi i confini nazionali? Parli del “possedere oggetti e luoghi che passeranno” – e mo’ sto pensando ai miei libri e alle mie scampagnate in giro per il Bel Paese. Riesco a sopravvivere senza di loro? Penso di sì, ma chi me lo fa fare? Tu? Vabbè, ci penso, dai. Poi: “Esiste un’importante differenza tra lasciare andare, rinunciare e smettere di lottare.” – ci sto.
Una tua domanda mi dà la balla: “Conoscete la sindrome della rana bollita?” – no, ma da oggi ne patisco l’afflizione. È un’orrenda e “potente metafora” – povera batracina!
A pagina 157 de Ti lascio andare mi fai venire in mente Jiddu Krishnamurti che mai citi. Perché? Adesso chi lo dice a Raffaele Catà?
Leggo: “Le crisi e le malattie sono cambi di pelle.” – a parte l’ultima, ché poi essa si scorda si rispuntare. A pagina 161 mi fai pensare a Ghandi. Mi pare che tu l’abbia mitizzato. O sbaglio? I suoi detrattori dicevano che non pensava tanto ai servizi di salute pubblica in quanto chi si ammalava e poi moriva era solo perché quello era il suo karma. Che dire? Se vuoi ne parliamo. Io sono qua. Tu?
“Il cervello è come un muscolo…” – Arnold Schwarzenegger soleva dire. No pain no gain!
Quando poi parli di malattie come “l’Alzheimer” – mi fai pensare ancora a mamma, che nonostante quel problema, ce la faceva a essere ironica, e solo all’inizio pianse un po’. Ah, “L’ippocampo” è come “una chiavetta USB del cervello” – bello, me l’infilo nel sacco! E ora parli dell’“amigdala”, del “cortisolo”, e di tanto altro: grazie, sto salvando un po’ di tutto nell’ippocampo.
Inizia la Seconda parte de Ti lascio andare: quello che dedichi alle Esperienze, che mi fa ciarlare di meno. Perché?
“… perdonare non significa giustificare, ma accogliere ciò che non può essere cambiato.” – chissà se lo comprende chi dico io. Mamma diceva ancora. Piânşer fa trî e réder fa trî – non cambia nulla: il risultato è sempre tre. Meglio è sorridere e ridacchiare che mugugnare. Eh eh eh!
“Attraverso la ripetizione di gesti simbolici, si crea una ‘narrazione interna’ che aiuta il subconscio a comprendere e accettare ciò che la mente conscia potrebbe rifiutare.” – ecco. Un giorno, se vuoi, ti parlerò dei mille e un rito che seguo in casa, dove vivo da solo (per mia e altrui fortuna). Se i miei cari o degli psichiatri mi vedessero all’opera mi farebbero ricoverare. Io mi sento col-legato alla mia esistenza anche grazie a loro. Il rito (nel veridico etimo) è un numero, una misura, che ti permette di prendere atto delle cose, di rapportarle a te. La penso così, ma potrei mutare opinione. Quei riti sono nati nella solitudine in cui (mica sempre!) esisto, leggo, mangiucchio, bevucchio, vivacchio.
“Bruciare simbolicamente oggetti o scritti rappresentativi di emozioni o esperienze difficili aiuta a elaborare…” – etc etc. Ero un ragazzino quando, dopo aver scritto una poesiola, decisi di arderla. Con grande soddisfazione, la vidi mentre si faceva ingoiare dalle fiamme. Ma sai quanto pagherei per riaverla oggi con me?! È forse andata meglio così. Sognare fa emozionare. Senti: “L’acqua accoglie, non trattiene, non si oppone.” – ma l’acqua fa sparire gli oggetti (pensa a quegli s-bronzi di Riace), e poi li fa riapparire. Una megera! Tutto sommato, una brava signora, imperfetta come tutte le persone e gli enti del cosmo. A proposito delle 5 domande di pagina 280, rispondo: tre no, un boh e un sì. Al momento. E questo lo apprezzo: “Le porte invisibili non sono fatte di legno o di ferro. Sono fatte delle nostre paure, delle abitudini che ci trattengono, delle scuse che ci raccontiamo.”: mi fai pensare alle Città invisibili di Italo Calvino.
“Tutto è movimento” – al momento. Aspettiamo l’eventuale esito termodinamico, ok? E poi, dice Albertino che tutti i moti, tutti gli enti spazio-temporali sono dei fatti tra loro collegati, relativi. Ma non ho tanta voglia di gettarmi in quella Divina Singolarità. Preferisco ondeggià ancora ‘nu poco.

“Tua e solo tua è la scelta…” – su questo mi sa che dobbiamo parlare. Direi piuttosto: anche tua è la scelta, non solo del resto del Kósmo, dell’Ordine a cui pure il signor Daniel appartiene, a cui anche lui è legato (ligo) religiosamente, non so quanto per sua scelta (eligo). Un po’, forse. chissà.
Quando scrivi: “Smettiamo di cercare fuori ciò che è possibile trovare solo dentro.” – c’infilo tre??? Preferisco dire: smettiamo di cercare dentro ciò che è possibile rinvenire solamente là fuori.
Divoro con rapidità la tua Bibliografia. Mi fa tanto ridere quel Gallup, che non fa che sbadigliare (şbadacêr) nei tre libri di cui riporti i titoli. Chissà se quell’“A” è parente di quell’ “A. C.”? La battuta (idiota), la si capisce leggendo. Stesso discorso, più avanti, per “Sbarra”. M’inquieti, Daniel. Citi sono opere in inglese. Perché? Leggendo la Bibliografia faccio il pieno di words. Thanks!
Mi unisco al ringraziamento che fai alle persone che ti hanno accompagnato nella bell’avventura. A tutti loro dedico un aneddoto che riguarda sîn Luiş, zio Guigi. Una volta quel savio mi chiese come mi stesse andando. Risposi: Insomma, va! E quel sant’uomo mi rispose, Alôra, lèsa ch’al vâga! La vita, come sai, è un bel pronome clitico! Lascia che tutto se ne vada dove deve andare, direbbe ancora Totò (che è con Peppino). Intanto, però, quei due mattacchioni stanno ancora rincorrendo la loro sorte in quel di Milano!
Aspetta, mica ho finito, poi ti lascio andare, tra. Ti devo dire di quando abbiamo fatto quei pochi minuti di meditazione. Alla mia destra c’era, mi pare, il posto vuoto di Alessia. Alla mia sinistra c’era, mi pare, quello riempito da Filomena. Sono due ottime persone, una però era affaccendata altrove. Io e Filo ci fissammo e poi io, eseguendo il tuo ordine, le dissi che le volevo bene. Le dovevo dire: non so… non so perché… o più o meno, la tua voce era lontana e bassina, forse: non lo so, però ti voglio bene. Ero così confuso che non ci capivo più un tubo e fraintesi l’insegnamento. Per cui le dissi: Ti voglio bene, Filomena, anche se so’ scemo!
Alla prossima lasciata, Daniel! Mi raccomando: senza fretta! Prèsia e bèin a n vân mia d’acôrdi!
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Daniel Lumera, Ti lascio andare, Mondadori, 2025
