Wounded Knee: la questione dei nativi tra storia, libri e canzoni
Ci sono libri colpevoli di dare a tematiche complesse risposte semplicistiche se non oscure. Poi ce ne sono altri capaci di raccontare tematiche complesse con semplicità e chiarezza.

“Il fantasma di Toro seduto” di Massimo De Giuseppe, a cui queste note sono debitrici, è uno di questi. Il 29 dicembre 1890, sulle rive del torrente Wounded Knee, nel Sud Dakota, lungo le Black Hills, le Giacche Blu guidate dal colonnello James Forsyth sterminano circa trecento indiani Minneconjou, tribù appartenente ai Lakota, una delle tre famiglie Sioux.
Siamo al culmine del trentennio (1860-1890) della “soluzione finale” per il problema indiano, che mira alla distruzione della cultura e della civiltà pellerossa, una storia da nascondere nelle pieghe del tempo, per favorire il trionfo della nuova civiltà.
È il 1804, quando la spedizione guidata dagli esploratori Lewis e Clarke attraversò per la prima volta l’intero continente nordamericano dall’Atlantico al Pacifico. In quelli che sono gli odierni Stati Uniti, a quel tempo vivevano circa dieci milioni di indigeni e galoppavano 50 milioni di bisonti. Verso la fine del secolo sarebbero rimasti mille bisonti (progenitori di quelli che oggi pascolano tutelati nel parco di Yellowstone) e poco più di duecentomila indiani, decimati dai proiettili, dall’alcol e dalle malattie portate dai bianchi. In circa 90 anni, sono scompari il 75% degli indiani e il 100% dei bisonti, che erano alla base della loro civiltà ed esistenza. Un autentico genocidio, umano e animale, a lungo oscurato dall’immagine distorta che cinema e fumettistica avrebbero dato di quei popoli, dipinti come primitivi urlanti e assetati del sangue dei pionieri, uno stereotipo costruito dalla cultura dei vincitori.
Solo agli inizi degli anni Settanta del Novecento, sull’onda lunga del ribellismo contro culturale dei poeti beat, di Timothy Leary e della psichedelica californiana prima, del Movement pacifista nato in opposizione alla guerra del Vietnam e dall’universo sessantottesco poi, i pellerossa cominciano a essere evocati come vittime innocenti della crudeltà imperialista dei bianchi. È questo il momento in cui indiano immaginario e indiano reale si trovano a contrapporsi, e il riscatto dei popoli rilegati nelle riserve assurge, insieme al Black Power, a nuovo simbolo della cultura underground. C’è un nuovo spazio da occupare sul fronte della protesta anti sistema, e il Red Power e l’American Indian Movement riescono finalmente a catturare l’attenzione dei media internazionali grazie a due eclatanti episodi di mobilitazione: l’occupazione del carcere di Alcatraz, protrattasi dal 20 novembre 1969 al 11 giugno 1971, e due anni dopo quella del sito di Wounded Knee, nella riserva di Pine Ridge, sulle Black Hills, nel Sud Dakota, andata in scena dal 27 febbraio all’8 maggio 1973, quando un gruppo di circa duecento sioux lakota-oglala, accompagnati da rappresentanti di altre nazioni indiane, si installano nella Chiesa cattolica del Sacro Cuore di Maria prendendo in ostaggio undici persone bianche, tra cui il parroco missionario gesuita.
Nei successivi 71 giorni il governo mobiliterà un migliaio tra agenti dell’Fbi, della Cia, della polizia locale e dei corpi speciali dell’esercito, con elicotteri, autoblindo e tank. Accorreranno emittenti televisive e radiofoniche e agenzie di stampa internazionali, per quella che sarà ricordata come la più importante manifestazione di protesta delle popolazioni native dopo l’emanazione dell’Indian Relocation Act del 1956, da parte dell’amministrazione Eisenhower, che prevedeva l’assimilazione della gente nativa anche al di fuori delle riserve, ma che non sarà mai accompagnata da alcun piano di investimento sociale del governo atto a modificare le condizioni di disagio e marginalizzazione dei nativi. Alla fine dell’occupazione il bilancio è di due nativi uccisi, mentre duecento di loro vengono tratti in arresto.
L’eco dei fatti di Wounded Knee è enorme, un ago ipodermico conficcato nella carne viva di una nazione, l’occasione propizia per un nuovo sforzo di verità, una nuova fase dell’empowerment dei nativi, che solca l’oceano provocando un sentimento diffuso di solidarietà. Nascono una serie di iniziative autonome dalla politica dei partiti e dall’azione sindacale, e proliferano una serie di comitati di sostegno alle cause dei nativi americani, specie nell’ambito della cultura pop.
In Germania il gruppo rock dei Popol Vuh (dal nome di un affluente del fiume Colorado, sulle cui rive sarebbe nato il capo apache Geronimo), uno dei tanti nati dalle esperienze delle comuni sorte in quegli anni specie nel nord Europa, incide un concept album ispirato al celebre libro di Dee Brown “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee”, resoconto del trentennio delle guerre indiane raccontato dalla prospettiva del popolo nativo.
Sull’onda lunga del movimento beat di fine anni Sessanta, anche in Italia i fatti di Wounded Knee portano alla luce la “questione dei nativi”. La cultura pop se ne appropria, e i nativi diventano all’improvviso un modello di resistenza, nemici dell’imperialismo e avversari del consumismo, nonché difensori della natura. Angelo Branduardi riadatta una poesia d’amore della comunità pueblo del New Mexico, con il titolo “Ch’io sia la fascia”.
Ivano Fossati rievoca i miti della frontiera in alcuni brani dell’lp “Good-bye Indiana”, e mentre Giorgio Gaber canta “La libertà”, inno alla partecipazione, Sergio Endrigo scrive una canzone intitolata “Il nostro West”, con richiami agli episodi avvenuti in Sud Dakota. “Buffalo Bill” è il titolo di un album di Francesco Guccini, in cui nella title track il cantautore ritrae in modo grottesco il famoso eroe del Far West, in un generale clima di ribaltamento del mito della frontiera americano e più in generale dell’american way of life. Al cinema, nel 1974 Marco Ferreri rovescia l’immaginario collettivo del western classico girando “Non toccare la donna bianca”, pellicola che ridicolizza i potenti e denuncia come etnocidio la distruzione della civiltà dei nativi. Sembra di assistere a una sorta di staffetta fra artisti, e due anni il testimone è preso da Umberto Eco, che pubblica un breve testo intitolato “Come fare l’indiano”, in cui sottolinea il rimescolamento dell’immaginario dei nativi americani, smontando beffardamente i paradigmi del film western classico, con i nativi inevitabilmente rappresentati come sanguinari urlanti. In tal senso, al di fuori del contesto italico rimangono esemplari pellicole come “Soldato blu” e “Piccolo grande uomo”.
Ormai l’esperienza di Wounded Knee è matura per oltrepassare il confine della denuncia e stabilirsi nel territorio scivoloso della politicizzazione, e, non a caso, negli stabilimenti Fiat Mirafiori, un gruppo di operai, per segnalare la propria rabbia, si lega una fascia rossa alla fronte, si dispone in cerchi, e batte i tamburi emettendo vocalizzi a imitazione di quelli nativi. È il prodromo di un movimento che negli anni successivi si sviluppa nei circoli proletari milanesi e che sfocia nella sub cultura degli Indiani metropolitani, sviluppata all’interno del più vasto movimento del Settantasette.
Nascono fanzine e riviste come “Wow”, “Viola” e “Zut”, oltre a vere e proprie iniziative autonome quali l’occupazione della Facoltà di Lettere dell’Università Sapienza di Roma nel febbraio del 1977, per esprimere il dissenso nei confronti della sinistra istituzionale, che culmina con la celebre cacciata del leader sindacale Luciano Lama, episodio evocato da Fabrizio De André in “Coda di lupo”, chiara denuncia del fallimento della rivolta sessantottina e dei successivi gruppi autonomisti. Nell’album successivo, il cantautore genovese raffigura simbolicamente in copertina un guerriero delle praterie a cavallo con un fucile in mano e la luna sullo sfondo, a evocare tutti i temi di protesta dei nativi: la natura, la lotta, le tradizioni religiose, gli animali, l’impatto della modernizzazione. Anni dopo, lo stesso De André ricorderà in “Fiume Sand Creek” un’altra strage perpetrata ai danni dei nativi, quando il 29 novembre 1864 più di centocinquanta indiani Cheyenne, per lo più donne e bambini, furono assaliti a tradimento e trucidati dalle giacche blu guidate dal colonnello e pastore metodista John Chivington.
Nel 1976 è uscito un volume di Angelo Quattrocchi intitolato “Wounded Knee: gli indiani alla riscossa” (Quattrocchi è una delle figure più rappresentative dell’underground italiano di fine anni Sessanta. Nel 1972 ha tentato senza successo di presentare alle elezioni legislative il Partito Ippi, italianizzazione di Hippy). Il libro è un resoconto dei fatti di Pine Ridge, e documenta i 71 giorni dell’occupazione come si trattasse di un diario, evidenziando sia le tattiche aggressive messe in campo dalla Cia e dall’Fbi, sia le tecniche di resistenza dei ribelli, impreziosendo il resoconto con testimonianze, interviste e fotografie.
Nello stesso anno Quattrocchi pubblica “Italia alternativa”, in cui vengono recuperati aspetti della spiritualità nativa, mescolando sciamanesimo, suoni del rock e liberalizzazione sessuale. Ormai la causa dei nativi americani è entrata a far parte a tutto tondo dell’immaginario giovanile, in un decennio, i Settanta, che non sarà solo segnato dalla violenza ma anche capace di scuotere le coscienze alimentando la curiosità verso mondi e civiltà solo apparentemente lontani.
In seguito arriveranno il Sioux buono di “Balla coi lupi” e la principessa melensa di “Pocahontas”, a conferma di una nuova sensibilità nei confronti di un’immagine dei nativi, agli antipodi rispetto all’orrore suscitato dai guerrieri sanguinari dei film hollywoodiani di John Wayne ma pur sempre distorta, perché poi i nativi delle 500 nazioni indigene che popolavano il Nord America prima dell’arrivo degli europei non erano santi da elevare agli altari e nemmeno diavoli da spedire nell’inferno della dimenticanza, ma solo esseri umani, con le loro forze e debolezze, capaci di amore come di odio.
Arrivati a questo punto, all’estensore di queste note sorge spontanea una domanda, che però sa di retorica perché risaputa: Cosa rimane oggi dell’esperienza di quegli anni Settanta, di quel decennio così pieno di contraddizioni?
Ma soprattutto: quali sono le condizioni delle nazioni native stanziate nelle moderne riserve del Nord America e del Canada, in una porzione infinitesimale di quelli che erano i territori sacri dei loro avi?
Come detto, la risposta è risaputa. Già, nessun Zeitenwende, nessuna svolta epocale per il popolo dei nativi è seguita a quell’ormai lontano episodio sulle Black Hills. Solo povertà, disperazione e squallore. Solo inadeguati o mancanti presidi sanitari ed educativi all’interno delle comunità, spesso privi di allacciamento elettrico e di acqua potabile. Solo sempre più giovani nativi preda di fenomeni di abuso di alcol e sostanze stupefacenti, martoriati dal virus del fentanyl e degli altri oppiacei sintetici (Uno degli ultimi report del Congresso Nazionale degli Indiani d’America ha affermato che il tasso di diffusione di metanfetamine nelle riserve è il più alto di qualsiasi gruppo etnico. I casi di dipendenza dalla droga sintetica nelle terre indiane a livello nazionale sono aumentati di sette volte dal 2014, e test recenti hanno mostrato che molti neonati sono positivi alla metanfetamina. Inutile aggiungere che la pandemia da Covid-19 ha mietuto nelle riserve il doppio di vittime rispetto a ogni altro gruppo etnico). E poi l’aumento vertiginoso del numero di giovani donne scomparse dalle comunità; non se ne conosce il numero esatto, ma si ritiene che questo numero, al ribasso, sia stimabile in più di quattromila donne native americane scomparse a partire dal 1970.
Certo, il senso di colpa dei colonizzatori ha prodotto gesti simbolici significativi, ma nessuna azione concreta per alleviare le disastrose condizioni delle riserve. Il Papa si è recato in Canada e ha baciato la mano di una nativa indossando il tipico copricapo piumato dei nativi; un gesto nobile, per scusarsi e purificarsi dalla tenebra spirituale di chi ti costringe a rinunciare alla tradizione, alla lingua e usi e costumi per assimilare la religione cattolica. Fu Richard Henry Pratt il fondatore nel 1879 del Carlisle Industrial School, primo collegio per la rieducazione dei bambini nativi, il cui motto era “uccidi l’indiano e salva l’uomo”, veri e propri luoghi concentrazionari, istituiti a seguito di un’odiosa legge che obbligava tutti i bambini indiani a frequentare le cosiddette “boarding school”, scuole bianche gestite dai gesuiti. Nelle intenzioni del governo, i piccoli nativi, allontanati con la forza dalle loro famiglie, dovevano essere spogliati della loro identità nativa ed avviati ad una progressiva civilizzazione. Nel 2015, la commissione d’inchiesta per la “Verità e la Riconciliazione” ha denunciato il genocidio culturale di migliaia di bambini morti o scomparsi nelle scuole residenziali cattoliche dal 1874 al 1996.
È trascorso più di mezzo secolo dall’occupazione di Wounded Knee, ma le ali fatte di piuma e cera con cui il wishful thinking di quell’episodio mitico si era involato verso la speranza di un nuovo paradigma per i nativi, si sono sciolte al fuoco della cruda realtà.
Written by Maurizio Fierro
Bibliografia
Massimo De Giuseppe, Il fantasma di Toro seduto, edizioni Il Mulino, 2024
Dee Brown, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, Oscar Mondadori, 1970
Vittorio Zucconi, Gli spiriti non dimenticano, Oscar Mondadori, 1996

Un interessante articolo, peccato però che si continuino a chiamare i Nativi americani con il termine di “Pellerossa”. Un termine che chi segue le loro vicende dovrebbe sapere non essere da loro assolutamente gradito. PECCATO !!!
Grazie Pino, hai assolutamente ragione. Redskin è un termine dispregiativo utilizzato dai “bianchi”, e come tale dovrebbe essere bandito, così come squaw, dopo la giusta campagna della segretaria agli interni dell’ amministrazione Biden Debra Haaland, una delle due native americane ad essere elette per la prima volta al Congresso.
Mi scuso per l’ imperdonabile svista.
Chiedi e ti sarà dato.
Pino, ti ringrazio per il tuo perspicace commento perché ci ha donato una riflessione etica (e storica).