“Il canto di Alina” film di Ilaria Braccialini e Federica Oriente: un dramma intenso
“Non abbiamo mai voluto raccontare una favola, ma piuttosto una storia verosimile, che potesse passare di bocca in bocca tra le sopravvissute della strada, come un canto di augurio e di speranza.” ‒ Ilaria Braccialini

È un’opera tutta italiana Il canto di Alina, presente al Trieste Film Festival giunto alla sua 36ª edizione. Diretto da Ilaria Braccialini e Federica Oriente, in concorso per il prestigioso Premio Corso Salani, sezione dedicata a pellicole che si distinguono per il loro potere innovativo, Il canto di Alina è un racconto dalla notevole intensità narrativa. Descritto con acceso realismo, il film descrive una storia di dolore, ma anche di ribellione, per arrivare infine a una sorta di redenzione.
“Non importa quanto lontano ci porti la vita: il nostro cuore canta sempre nella lingua delle nostre origini.”
Johana, la protagonista, è una giovane moldava, che dopo la tragica perdita della sua amica Alina sfida il racket della prostituzione, quale forma di riscatto per il male compiuto sul corpo della sua amica.
Fuggendo disperatamente, Johana incontra il tassista Lorenzo e dopo uno scontro iniziale si apre a lui in un confronto proficuo per entrambi. A dimostrazione, che la connessione fra anime diverse ma che camminano su strade parallele, a causa di un difficile vissuto da condividere, è possibile.
È un dramma intenso quello rappresentato dal film Il canto di Alina, da cui si evince una chiara denuncia alla società, che si amalgama a una sorta di introspezione personale, portando alla luce problematiche di grande rilievo.
La tratta di esseri umani, la solidarietà femminile e la ricerca di libertà, questioni tutte su cui si focalizza Il canto di Alina.
Girato in Friuli-Venezia Giulia, anche se solo in parte, lo sviluppo del film si dipana in un intreccio di memorie personali e di paesaggi suggestivi, che induce lo spettatore a riflettere su di un ulteriore argomento, assai essenziale: quello fondato sui legami familiari. Richiamo tematico presente nel contesto del Trieste Film Festival, ed elemento che pone l’accento sulla resilienza delle relazioni familiari in contesti problematici.
La storia esplora inoltre la forza del vissuto dei personaggi che animano la narrazione, il conflitto tra tradizione e modernità e il potere della musica come linguaggio universale, elemento questo che va a toccare le corde dell’anima dello spettatore.
L’opera Il canto di Alina è stata accolta con grande entusiasmo nell’ambiente del festival, grazie ad una narrazione coinvolgente e ad una regia focalizzata soprattutto sugli aspetti emotivi dei personaggi. Particolarmente apprezzata è stata la performance della protagonista, che ha saputo trasmettere con autenticità il dolore e la resilienza di Johana.
“La musica è la voce di chi non sa più parlare, il canto di chi è rimasto indietro.”
Pellicola che si offre a una riflessione importante sulle dinamiche di sfruttamento delle donne vittime di violenza, rappresenta una tematica in linea con l’impegno assunto dal Trieste Film Festival, ovvero di dare spazio a storie profonde e significative legate all’Europa dell’Est e alle sue complessità sociali.
Il film si distingue anche per la scelta di un approccio visivo non solo realistico, ma anche di grande impatto emotivo, capace di trasportare lo spettatore nella cruda realtà affrontata dai personaggi de Il canto di Alina.
Con un linguaggio visivo che è uno degli elementi distintivi del film che, declinato in un crudo realismo, contempo dà respiro alla narrazione grazie a struggenti momenti lirici.
Realizzato con un uso sapiente della regia, dovuta soprattutto alla particolare sensibilità impiegata nell’allestimento, il film affronta il tema della solidarietà femminile, manifestato attraverso il reciproco aiuto tra donne che lottano contro un sistema oppressivo.
La colonna sonora gioca un ruolo fondamentale nella narrazione, sottolineando i momenti di tensione e disperazione, ma anche quelli di speranza e resistenza.
Accompagnate da silenzi significativi, le musiche amplificano l’impatto emotivo e fanno sì che lo spettatore si immerga nella complessità psicologica dei personaggi.
Ancora, acclamato per la sua intensità narrativa e per la sua capacità di affrontare temi di assoluta attualità, il progetto rappresenta una toccante riflessione sul desiderio di libertà e sulla capacità di redenzione, mettendo in luce le difficoltà di riscatto ma anche le possibilità di rinascita attraverso il legame umano che Johana stabilisce con Lorenzo.
Il canto di Alina è dunque un’opera che coniuga sensibilità emotiva all’impegno sociale, lasciando nel pubblico emozioni profonde.
“Ogni melodia è un ricordo, ogni nota è un passo verso chi siamo davvero.”
La proiezione di Il canto di Alina non la si può definire solo un evento cinematografico, perché rappresenta un invito a riflettere sulla capacità del cinema di esplorare realtà che fanno parte del mondo odierno. Storie che appartengono ad alcune donne, e che partecipano a realtà purtroppo diffuse, creando un’esperienza che va oltre lo schermo.
Un grande merito va alle registe a alla loro sensibilità, così impegnate nella ricerca di autenticità che le ha portate a collaborare con associazioni idonee al reinserimento di quelle sfuggite al traffico di donne.
Dal punto di vista sociale, Il canto di Alina si inserisce in un contesto di crescente attenzione verso le questioni legate alla tratta di esseri umani e alla violenza di genere, temi che il film affronta senza retorica ma con un approccio diretto e sincero.
La scelta di ambientare la storia in un’area dell’Europa dell’Est, spesso trascurata nel cinema mainstream, aggiunge profondità al racconto, rendendo la sua denuncia universale.

Il canto di Alina non è solo un racconto di sopravvivenza, ma vuole essere anche un invito alla riflessione e all’empatia, dimostrando che il cinema può essere strumento di divulgazione sociale e una finestra aperta sul mondo, capace di connettere le storie alle persone.
La proiezione del film, accompagnata da dibattiti incentrati su temi cruciali quali lo sfruttamento sessuale e la tratta di esseri umani, offre agli spettatori una prospettiva ampia su tali tristi realtà.
“Abbiamo voluto esplorare il viaggio interiore di Johana, una donna costretta a prendere decisioni estreme per riconquistare la sua libertà. La fotografia e la scenografia riflettono il dualismo tra oppressione e speranza.” ‒ Federica Oriente
Written by Carolina Colombi
Info
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