Leggendo Scacco all’errore di Raffaele Catà e Davide Forcellini, il cui sottotitolo è Dialogo tra Filosofia e Scienza, mi viene da porre una domanda a me stesso, ché ora la partita la sto giocando tra me e me, oltre che fra me e gli autori: il filosofico e lo scientifico sono umani coniugati fra loro?
Scacco all’errore Raffaele Catà e Davide Forcellini
In quella mai falsificata coppia, s’insinua talvolta l’amante religiosa, che, come la mantide, l’insetto nostro parente, tende a divorare il compagno, dopo averlo utilizzato per donare un’eredità alla propria trepida esistenza. Chi sarebbe l’innamorato condannato? Entrambi i soggetti?
Il caso di Galileo Galilei conferma che la religione tende a condizionare ogni ragionamento scientifico. Albert Einstein parla di un dio che non giocava a dadi col cosmo. Al che Niels Bohr gli replica che quell’ipotetico nume non necessita della doxa di alcuno. Nel discorso subentrerà poi Alexandre G. Bell, che ipotizzerà un Dio ludopatico e baro. Son dotte metafore (da me ex agerate), anche filosofiche. Siamo sicuri che ’sto Dio sia sempre lì a ciondolare alle porte di ogni mente che ragiona fisicamente e metafisicamente sul senso del cosmo?
Blaise Pascal scommette sull’argomento, convinto d’essere saggio. E lo sarebbe, a parer suo, anche in caso di errore. Errore? Ho sempre distinto fra errare, girare avanti e indietro, un po’ sperduti, e sbagliare, essere abbagliati da quei luminosi indizi. Alla fine del saggio allargherò in misura notevole il mio orizzonte, che rimarrà sempre foriero di luminosi e ambigui vagabondaggi. Una questione che mi preme: siamo sicuri che Filosofia e Storia non siano due facce della medesima medaglia? Nel corso dei secoli si sono tanto spesso incrociate fra di loro e i vari eredi contengono il DNA di entrambe le materie.
Leggo l’esergo de Scacco all’errore, in cui Albert afferma che errare è voler scoprire il nuovo. Traduco necessariamente in piolese il pensiero altrui: cercando di salvarne il senso, pur mutandolo, sennò… che leggo a fare? Leggere è tradire il pensiero dell’autore, cercando di rinvenire il proprio, recondito senso. Diversamente, cesserebbe d’errare. O sbaglio? L’importante è proseguire il comune cammino.
“Era una calda giornata d’estate…” – così inizia il saggio Scacco all’errore. D’inverno si sta chiusi in sé, riparati dagli altri oltre che dal freddo. Ci s’incontra con un amico o due, non tutti i dì. In tal caso, qualsiasi sia il tempo meteorologico, ecco che l’ambiente miracolosamente si riscalda. Si è in pieno agosto anche se è autunno inoltrato. Amicizia, come amore, deriva dal sanscrito kam’a, passione. E la passione congelata cessa di esistere, s’immobilizza nella penosa entropia. Se si raffredda, muore di lì a poco.
Era una tiepida giornata primaverile, a prescindere da quanto indicato dal lunario.
“L’errore in filosofia può essere inteso come una visione miope…” – il non riuscire a vedere lontano; ma anche presbite: il non riuscire a leggere se stessi. S’era tutti là, prima del brodino cosmico, in una singolarità, azzeccati l’un all’altro. Non c’era il vicino e il lontano. Esisteva già la filosofia, o essa è sorta allorché una scimmietta nuda, isolandosi dai consimili, capì di non capire granché? La filosofia, come la scienza, è figlia dell’ignoranza. E della voracità esistenziale. Crisci figli e crisci puorci e quannu su muortu tinni fai nu tianu. I due proverbi cilentani intendono dire che i figli naturalmente mancheranno di rispetto ai genitori. Appena potranno, infileranno nel tianu, nel tegame, le carni degli avi. Non occorre aspettare la loro morte per cannibalizzarli. In caso d’insuccesso, possiamo scappare da casa, dopo averli presi a morsi.
Ogni filosofo s’è nutrito del proprio maestro. Anche ogni scienziato. Isaac Newton ha cannibalizzato Gallileo Galilei; Albert, Isaac; Aristotele, Platone, il quale ha cannibalizzato Socrate, il quale ha cannibalizzato i sofisti. C’è tanto bisogno di sapide proteine per poter proseguire il cammino!
“Per Platone (427-327 a.C.) nel Sofista l’errore consiste nel dire e nel pensare qualcosa di diverso da ciò che è.” – alla doxa corrente, mentre corre, qualche svista può scappare, ché corre più veloce di lei. L’ente più veloce è il fotone: 299.997 km/sec. Il suo tempo, dice Albert, è nullo. Se si scoprisse il tachione, che è troppo rapido!, esso ci mostrerebbe le modalità grazie a cui si regredisce nel tempo. Che sia un errore di prospettiva? O forse è un abbaglio troppo luminoso?
Ignoro cosa capiti a Raffaele e a Davide quando giocano a scacchi. Io desidero la scomparsa del mio avversario, non la sua morte, ma prefiguro il momento in cui egli si alza e dice Basta! Mi ritiro! Dopodiché torneremo amici. O quando, all’improvviso, sancirò la fine a tutti i suoi errori e gli dirò: Matto! Sei un matto! Io sono il savio, te mataré, amigo Silverio. Il quale abita a Pesaro e prima o poi il fermano Raffaele potrebbe incontrare. incontrare. Anche il sanmarinese Davide. Sento d’avere più fantasia di lui, nel giocare a scacchi. Ma lui ha vinto più di me, anche perché giunge all’appuntamento con la solita oretta di ritardo, quando già sto ribollendo. Ed è lento, pachidermico, mentre io sono come una cavalletta, un agile cavaliere, senza macchia e paura, allievo di Enrico Paoli, mio maestro elementare, però combino delle cavolate imperdonabili. Sono impaziente, destinato a una rapida morte. Ma talvolta so vincere, meritatamente.
“… noi viviamo in realtà in una finzione, in una simulazione, finché non usciamo dalle proiezioni della nostra mente attraverso la consapevolezza.” – ah! Raffaele e io coltiviamo l’ammirazione per Jiddu Krishnamurti. Mi domando se la pensiamo in un modo analogo a lui. C’è davvero riuscito, l’amato Jiddu, a raggiungere la consapevolezza? Forse qualche Bodhisattva è tornato a convertirlo? Perché poi l’avrebbe fatto? Siamo dei pezzetti d’anima preziosi per lui? O aveva una mera nostalgia del nostro caduco mondo? Jiddu insiste a dire che dobbiamo essere noi i nostri principali maestri. Che ne pensava, Jiddu di quel che andava dicendo Hilary Putnam? Il quale ipotizzava che si era tutti dei cervelli (dei pedoni?) immersi in una vasca (una scacchiera?). che credevano d’esistere, come nel “Matrix”, film citato nel vostro saggio. Jiddu era convinto? Aveva una sua fede a proposito? O gli restava il salvifico dubbio, che tanto appassiona John Stuart Mill e Norberto Bobbio? Aveva Jiddu ri-letto i propri saggi? Li aveva compresi? Perfettamente? Ho appena concluso la lettura dell’Autobiografia di Norberto, il filosofo del dubbio. Dopodiché ho intravisto profilarsi all’orizzonte Søren Kierkegaard, col suo Enten-Eller. Ma l’esito permane dubbio.
A ogni vostro capitolo con una (R) nel titolo ne subentra un contraltare con una (D). Ogni risposta deve determinare necessariamente la successiva domanda? Ho però incontrato due capitoli dietrofila con una (R).
Ai tre errori che indicate (“Inaccuracy”, “Mistake”, “Blunder”) io non so rinunciare, a prescindere dalla loro gravità, dal loro peso specifico, in quanto sia la partita definita Immortale, che vide la vittoria di Adolf Anderssen, sia quella, meno famosa, definita anch’essa tale, di Berthold Lasker, fratello maggiore di Emanuel, sono l’ancora non falsificata doxa che ogni errore può essere o diventare voluto, allorché si possiede un’idea sublime. Andando oltre, affermo che ogni idea sublime nasce dall’errore. Cristoforo Colombo, errando, scoprì un Nuovo Continente. Se non avesse consumato dell’alcol, Edgar Allan Poe non avrebbe forse scritto i suoi capolavori. Che ne sarebbe stato di Charles Bukowski se gli avessero negato le lattine di birra? E di Stephen King? Un errore è salvifico se conduce alla catarsi. Ogni catarsi necessita di un po’ di tragedia. Gianni Celati afferma che, per scrivere, occorre svaccare. Se non ex-ageri, resterai intrappolato dentro l’argine. E ti buscherai il raffreddore. Silverio fa errori piccoli, perciò perde poco, ma riesco a batterlo pure io, che sono un idiota dostoevskiano, che ama il lambrusco. Il che non vuol essere un incentivo all’alcolismo, ma un invito a eccedere con discrezione. Oppure statevene al sicuro, a casa.
“… ci sono di gran lunga più partite di scacchi possibili che atomi nell’universo.” – anche più sinapsi nel cervello; ma ci sono più particelle sconosciute che atomi, che partite, che sinapsi. Ancora non è stato rintracciato alcun a-tomo indivisibile. Nulla è assoluto. E nulla si sa di quel (che non?) avviene al di sotto dello spazio-tempo di Max Planck. Mistero! Come canta Enrico Ruggeri… Tanto filosofico quanto scientifico.
A cogenti “… domande Shankara risponde che questo è l’essere, la cui ignoranza (avidyā) è l’errore fondamentale…” – ché “l’essere” è quel che abbiamo in comune con qualunque cosa. Il problema residuo è: cos’è quel che è? Shankara lo sa? Non poteva informare la platea ignorante? Lo sapeva l’eleatico Parmenide? La risposta può essere ristretta in un messaggino da inviare col cell? Raggiungono la verità e poi se ne stanno là, soli. Oppure tornano, ma non si spiegano bene: pur sapendo che il loro pubblico è portatore di handicap. É come se io provassi a illuminare il mio affine (in vari sensi) Andy sulle teorie che Frank J. Tipler espose in La fisica dell’immortalità. Sai che mi direbbe? Aggi’accattà chillo lettore!
“Se già sappiamo, infatti, non c’è apprendimento, quindi niente errori…” – che ne è del socratico so di non sapere? Per restare sul certo, si fa per dire, aggiungo l’opzione: Non so manco se so. Ergo mi concedo ogni volta di errare per i fatti miei. Faccio bene? Faccio male? Tex Willer direbbe: Quien sabe? rinunciare all’acte gratuit? Pensiamoci bene, prima di distruggerci in parte.
“Tutto è retto dalla legge di causa/effetto…” – anche al di sotto del suddetto spazio-tempo di Max? Chi lo dice? Nessuno ha mai villeggiato da quelle non-parti. Di ogni evento spazio-fisico possiamo avere una doxa approssimata e incerta. È mai esistito qualcuno che ha avuto la certezza di non essere quantistico? Oppure relativo? Albert e Jiddu un giorno s’incontrarono, che si dissero?
“Per Krishnamurti la meditazione è la comprensione di ogni pensiero e della sua struttura nell’osservazione continua e nella totale consapevolezza.” – quando lo sento parlare in qualche filmato, provo tenerezza per lui e gli dico (e mi dico): ne devi ancora mangiare di crostini di pane! E io manco so cos’è, quel pane! Lo ammiro tanto, ma mi rendo conto dell’insondabilità dell’ignoranza. Anche Jiddu era e forse si riteneva un bimbo inesperto. La sua voce era di fanciullo.
Pagina 32 e 33 deScacco all’erroresono lordate da mille segnacci miei. Sintetizzo o bypassso? Ci provo, ma che pena che mi faccio! Si parla di “un’opera d’arte” – che “non va intesa come un ideale irraggiungibile, ma come un obiettivo perseguibile a forza di aggiustamenti successivi.” – come la radice di 2? Come il rapporto fra la lunghezza della circonferenza e il suo raggio? Tutti i numeri reali sono classificabili? E il numero di universi possibili? Chiediamo a Hugh Everett III e a Lee Smolin?
“Dobbiamo perciò cercare costantemente con gli occhi i nostri errori…” – ci informa Karl Popper. Cioè? Basta coltivare il nostro orticello? Chi troppo vuole nulla stringe. Però, che pena!
Raffaele Catà e Davide Forcellini citazioni errore
“Filosofia, constatando che Scienza stava volgendo la partita a suo favore, pronunciò questa frase…” – che evito di riportare; non essendo falsificabile. Un giorno si cesserà d’ipotizzare la conoscenza? Ci sarà sempre un qualche neurone in grado di trasmettere una pur smilza sinapsi a uno sperduto confratello?
“L’errore dovrebbe pertanto essere lodato, dato che è ciò che ci consente di correggerci, non biasimato e men che mai punito.” – ok! – “L’errore commesso, andrebbe quindi ascoltato e integrato, non soffocato.” – … intercettato, tradotto… – “… l’effetto sorpresa provocato dall’errore facilita e rinforza l’apprendimento.” – no pain no gain, come insegnava Arnold (Schwarzenneger).
“Imparare dai propri sbagli…” – è correggere la propria visione. Questo è la lezione di “Filosofia”.
Hanna Arendt e quel Karl concordano sulla necessità di non adeguarsi (“banalmente”) all’educazione. Ma di evolversi, grazie alla “propria autocritica”. Vilmente e arditamente ho mischiato le idee testé lette.
Mi piace il popperiano “piecemeal engineering” – ingegneria a pezzetti, frammentaria: è la polvere cosmica che crea i ghiacciai. Poi (o prima, essendo concetti atemporali), “Hume aggiunge dunque che ‘ogni conoscenza degenera nella probabilità’…” – quantistico ante litteram!
“L’errore è ostacolo.” – è un paradosso, un andare oltre la doxa, scavalcare la barriera correndo.
“… il mutamento è la comune certezza…” – panta rhei… Urge rinnovare ogni volta i tre puntini…
“… superare sé stesso e i propri limiti, per scoprire l’immensità della propria natura…”.
Infine c’è l’Appendice de Scacco all’errore, che andrebbe studiata all’asilo tanto è formativa. L’etimo è conato di verità. Poche balle. È ricerca dell’origine, che non esiste, della sorgente del fiume dell’Anima, la cui Twilight zone sarà scandagliata per l’oscura eternità. Sono queste le pagine più illuminanti del libro, che consiglio al più intrepido speleologo, palombaro, astronauta, e al mio elettricista: donano una luce scintillante… Quel che urge nella vita, vero, Jiddu nostro, è Cominciare a imparare.
E tanto ho messo nella sacca, leggendovi, Raffaele e Davide. E tanto ho gettato. Che faccio? Torno indietro e raccolgo da terra gli scarti… E li faccio miei! Questo mi ha insegnato quel John col suo saggio La libertà, come pure Umberto Tozzi con la canzone Gli altri siamo noi: di tutti gli umani, del loro differenziarsi da noi, siamo debitori.
Detto arşân: än gh ē trést cavâgn ch än vègna bòun ‘na vôlta l ân: non c’è così triste cavagno (cesta di vimini usata per vendemmia) che non venga buono una volta all’anno.
E anche: lōdet, cavâgn, che al mânegh l ē ròtt: lodati, cavagno, che il manico è rotto: non ti vantare di una cosa imperfetta, ma se è l’unica che hai, cerca di volerle bene. La Filosofia e la Scienza sono gemelle separate alla nascita, sono delle ceste di vimini da difendere, da utilizzare, da (tentar di) perfezionare. Non si potrà mai attestare con certezza chi alla fine avrà vinto e chi avrà perso. Risposta non ci sarà, o starà soffiando nel vento… oppure si potrà dire che, in ogni caso, chi eroicamente sta ancora combattendo è il medesimo eroe, l’uomo. In ogni caso il conflitto tra i vari autori è ogni volta un male necessario.
Ieri sera, assistendo a un incontro in streaming con gli autori del libro Scacco all’errore, ho riscontrato un mio assurdo errore, un penoso fraintendimento. Chi vuol individuarlo, dovrà leggere l’intera opera Scacco all’errore. Errare costa fatica ed è sempre imbarazzante correggere il proprio assurdo autoinganno. Ma farlo diventa un imperativo categorico.