“I figli della mezzanotte” di Salman Rushdie: gemelli separati alla nascita?

I figli della mezzanotte di Salman Rushdie mi conducono a cogitare una banalità, che non finirebbe mai d’essere lodata dal solito magister vitae, tale Salvatore Patriarca.

I figli della mezzanotte di Salman Rushdie
I figli della mezzanotte di Salman Rushdie

La scrittura è un atto infinito che va a quagliare nel primo ente disponibile: un romanzo, un racconto, una poesia, un haiku, un gemito lirico. Tanti microscopici gemiti compongono un libro, che altro non è che un’accozzaglia di conati, alcuni dei quali sono di vomito, altri di stampo enuretico, oppure fatti d’alitosi, talvolta disgustosi, talvolta freschi e aggraziati. Mi domando se Venere, o Afrodite a dir si voglia, si sia mai sentita vilmente aulente, talvolta. Chissà che ne penserebbe Omero, D’Annunzio, autori ipovedenti e più atti a fiutare.

Il vero autore è colui che sa andar a usta, dicono dalle mie parti, a uoşimo dicono ad Amalfi. Chi insegue le tracce della propria anima, prima o poi la identifica, finendo per scoprire che era lì da sempre, solo che non riusciva a patirla. Se anche c’era, lui, dormendo, sognava altro. Quando s’è s’è poi scetato, è iniziato il suo travaglio.

Lettore e scrittore sono ricoverati nella medesima struttura sanitaria, dove, quel lieto dì, partoriranno. E poi partiranno, ognuno per la sua strada, for ever entangled.

Lessi una volta che non c’è nulla di male se uno, nel suo privato, puzzi un po’, anzi: il proprio odore, come si dice, tiene compagnia. Altro discorso è quando si socializza, scrivendo la propria storia, inventando quanto è sorto nel proprio cervello, nottetempo, intorno alla mezzanotte. Il Kósmos non è infinito ma è illimitato, e procede in avanti, e in tondo, si dice.

Ogni tentativo di misurarlo appare folle, ma il mondo è pieno di matti, si sa. Lo scrittore è un folle che è nato, dice la sua, e poi si dilegua. Chissà dove. In Pakistan?

Nessun racconto umano non fa reagire chi lo sta assorbendo. Per certuni si fa fatica a capire quel che ti sta succedendo, per altri è quasi impossibile. Per altri ancora, come per questo, c’è un overflow di informazioni che non sai se e come potrai gestire. Leggendo, continui ad accumularne sempre di nuove.

Ne I figli di mezzanotte ne accadono di tutti i colori, soprattutto alcuni: “… roteando gli occhi in alto sino a farli diventare bianchi come uova”, “tutto è verde e zafferano”, “pelle verde, il bianco degli occhi iniettati di zafferano”, “Minuti zafferano e secondi verdi”, “razzi zafferani, piogge di scintille verdi; gli uomini in camicie zafferano, le donne in sari verdi, su un tappeto verde e zafferano”, “In camicie zafferano e in gonne verdi”, “metà delle lampade brucia zafferano, le altre fiammeggiavano verdi.”, “il giallo e l’azzurro delle divise degli agenti sono state trasformate in zafferano e in verde dalla luce magica delle lampade.”, “corpuscoli verdi e zafferano”, “pesci rossi”, “pistacchio verde”, “verdi fiamme”, “l’abbagliante zafferano del combustibile”… eccetera.

“Una mattina, nel Kashmir, all’inizio della primavera del 1915, mio nonno…” – a quel tempo il nonno dei miei figli non era stato nemmeno concepito, essendo l’ultimo nato della sua famiglia… Ma che c ‘entra? Era per dire! Il tempo passa e i cocci sono suoi…

“Nessuno era in grado di ricordare i tempi in cui Tai era giovane…” – è questa l’illusione che acceca noi bimbi, che i vecchi siano stati sempre tali e che lo saranno per l’eternità: “Tai confessava allegramente di ignorare la propria età. Non ne aveva idea neanche la moglie.” – entrambi erano costituiti da materiale coevo alla nascita del Kósmos.

“… e la gente del lago rideva dei suoi monologhi, ma con un sottofondo di soggezione e persino di paura…” – entrambi essenziali alla sopravvivenza. Tai ne aveva parecchi, di timori, e anche di rispetto per l’altro, ma tendeva a celare ciò di cui si vergognava. È il gioco delle parti, dove il vecchio, che da decenni non gioca più cu lu strummulu, la trottola, inizia a esigere l’obbedienza che un tempo egli solo simulava di professare nei confronti degli avi: “… e da bambino Asdam Aziz gli aveva voluto bene.”

Sapessi, lettore del lettore di Salman Rushdie, quante righe ho sottolineato in questo capitolo! Ho deciso di riportare solo il minimo indispensabile, al fine di presentare il nonno del protagonista, che era ancora infante. Della nonna dico solo che fu appena intravista attraverso un foro di un “lenzuolo” da colui che sarebbe un giorno divenuto l’afflitto con-sorte, nonché compagno di letto.

“Quella notte mio nonno stese il lenzuolo perforato sotto la sua sposa e il mattino dopo esso era adorno di tre gocce di sangue che formavano un piccolo triangolo.”questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Analoga tradizione occorreva, nel medesimo evo, a Pixuntum.

Miro sorridendo e quasi triste le righe che con tanta passione avevo evidenziato e che ora abbandono a se stesse. Ma vi giuro che sono lì. Se tu, mio discendente, le leggerai, forse capirai.

“Devo andare a letto. Padma mi sta aspettando, e io ho bisogno di un po’ di calore.”

Il romanzo I figli di mezzanotte è del 1981. Nel 2004 Salman e Padma si sposarono. È un caso?

“Vi chiedo soltanto di accettare (come l’ho accettato io) che finirò sbriciolato in (circa) seicento trenta milioni di granelli di polvere, anonima e inevitabilmente immemore. Per questo ho deciso di confidarmi sulla carta, prima di dimenticare. (Noi siamo una nazione di smemorati.)” – e perciò mi sto confidando con te, mio consanguineo.

“… io, Salem Sinai, che posseggo l’organo olfattivo più delicato di tutta la storia, ho dedicato i miei ultimi giorni alla preparazione in grande di condimenti…” – e poi c’è lui, Salem Sinai, che: “Avrà figli senza avere figli! Sarà vecchio prima di essere vecchio! E morirà… prima di essere morto!” – e, ancora per sempre, in ossequio all’eterno teorema umano, che mai risolse, né falsificò, limitandosi a proporlo, Arthur Rimbaud, che quel dì disse: Je est un autre!

A tutto si può accennare, di tutto si può dire, ma occorre scegliere. Tutto è essenziale, davvero, credetemi, credetegli… ed è intransigente su questo, quando afferma: “… ma ora non abbiamo tempo…” – chi ce l’ha, non l’aspetti e mai cessi di avanzare nel suo racconto.

“… il colore di Dio…” è senz’altro “Azzurro”: “Dio è amore e il dio dell’amore indù, Krisna, è sempre rappresentato con la pelle azzurra.”

“‘Finalmente,’ dice Padma con soddisfazione, ‘hai imparato a raccontare in fretta.” – era ora! Quando toccherà a me?

“… ma il bambino non dà segno di voler uscire, e suo padre non è presente, sono le otto del mattino, ma, date le circostanze, è ancora possibile stia aspettando la mezzanotte.”la letteratura è la principale fabbrica di equivoci, di richiami che paiono uguali e che, al massimo, si somigliano nel mingere.

“Allo scoccare della mezzanotte, mentre il mondo dorme, l’India si sveglia alla vita e alla libertà…” – per poi sopirsi in un sonno ancor più travagliato, come accade a tutti quanti noi figli dei sogni, che campiamo in diverse età e condizioni, con falsi nomi e fittizie sembianze, insieme a confratelli che non ricordavamo di avere, ma che erano covati nell’anima inconsapevole, e che ore s’affacciano e salutano, come se fossero intimi da sempre.

“Non è tempo di malevolenza. Dobbiamo costruire il nobile palazzo della libera India, dove potranno alloggiare tutti i suoi figli.” – e se lo dice Nehru, se non è vero è almeno probabile: “Si spiega una bandiera: è zafferano, bianca e verde.”

“… i bambini della mezzanotte erano anche figli del tempo; generati, capisci, dalla storia. Può succedere. Specialmente in un paese che è in sé una sorta di sogno.” Può anche darsi, perché no…

Buttiamoci nel Libro secondo de I figli di mezzanotte

Sempre ti preoccupi:È possibile essere gelosi di parole scritte?” – le quali sono le figlie svampite e vanitose di quelle aeree, ché pretendono di non volare, ma di restare fissate sulle piastrelle su cui camminiamo. Io non sono geloso di nessuna di loro. Possono sempre essere scambiate con delle consanguinee, più graziose, interessanti e copulabili, in grado di generare nuovi figli della mezzanotte (o giù di lì).

“Quanta parte del mio futuro era appesa sopra la mia culla, solo aspettando che io la capissi.” – una volta non si scattavano selfie, non si giravano video, né veniva proiettato alcunché nel web. Quello che ci accadeva era perduto insieme ai nostri cari, tumulati nella loro cadaverica memoria. Però tutto si può reinventare. Scrivere è il gioco più ozioso di questo mondo. E c’è chi lo giudica, al contempo, il più essenziale.

Scrivere è salvare una parte di noi. Riscrivere è scegliere quel che di noi si deve gettare.

Come posso fare a meno di Padma? Come rinunciare alla sua ignoranza e alla sua superstizione, contrappesi necessari alla mia onniscienza intrisa di miracoli.” – essa, come la serva di Totò, serve.

Cosa c’è in un naso?”il mistero che vai inventandoti?

“… la congestione nasale mi costringeva a respirare con la bocca, dandomi l’espressione di un boccheggiante pesce rosso…” – che pare volersi proiettare all’esterno, con la fantasia soltanto, mica è un pesce scemo.

“Rileggendo la mia opera, mi sono accorto di un errore cronologico…” – andavi errando, che ci vuoi fare… non saresti qui. Esci da te e ringraziati!

“… un ragazzo novenne di nome Saleem Sinai acquisì una facoltà miracolosa…” – di cui ‘l tacere è bello.

I vari accadimenti, lo capivi, oramai: “… ero io in realtà che in qualche modo li facevo accadere…” – come sono io che scelgo cosa riportare e cosa gettare, per l’eternità, nell’immondizia.

“… quanto più l’ora della nostra nascita era vicina alla mezzanotte, tanto maggiori erano le nostre doti.” – io nacqui dopo che i medici avevano finito di pranzare, così mi disse mia madre. Un’ora vale l’altra? Boh!

“La realtà può avere contenuti metaforici; ma questo non la rende meno reale.” –  sennò mica si chiamerebbe così. Ma se fosse uno scherzo, un ludico e pleonastico gioco? Anche i colori non esistono come tali, essendo giochi di luce e nulla più. Niente nasce color verde o zafferano e tutto si agita per un po’, per poi quietarsi.

“Maya può essere definita come tutto ciò che è illusorio.” – un plot narrato da un Autore Inesistente.

“Per essere sincero: Shiva non mi piaceva.” – era troppo, svergognatamente, Autre. Capita.

“La prima mutilazione di Saleem Sinai…” – di cui dico solo che è grave come la seconda.

“E così avvenne, Padma.”

Quel che narri rimarrà in giro per almeno diecimila anni, poi non so. Ma “Ora deve venir fuori tutto.” – inevitabilmente.

“Perché ora procedo a velocità vertiginosa: gli errori sono dunque possibili e…” – tranquillo, sapessi quanti ne faccio io e quanti ne fa chi mi va leggendo, e che un giorno, quanto prima, leggerà te…

Troppi “se” a pagina 309 de I figli di mezzanotte… togline almeno uno e mezzo.

“… credo che i miei lettori siano in grado di partecipare; di immaginare per conto loro ciò che io non sono capace di reimmaginare, al punto che la mia storia diventa anche la vostra…” – come se non bastasse la nostra.

“… ora come ora non sono abbastanza forte per raccontare questa storia…” – e allora passa alla successiva.

“… Saleem Sinai venne a patti con se stesso…” – con la sua storia, ecco.

Salman Rushdie citazioni
Salman Rushdie citazioni

Rispunta “Tai Bibi…” – e noi allora tiriamo innanzi.

“… perché gli esseri umani, come le nazioni e i personaggi dei romanzi, possono anche esaurire le loro energie; e allora non resta più niente da fare che eliminarli.” – così fece il Non Vedente con Achille ma non ci riuscì con quel furbetto di Ulisse. A volte gli eroi scampano più del loro Nume.

“… ma lasciatemi raccontare con ordine.” – sì sì…

“Anche le fini hanno i loro inizi…” – e non serve girare la clessidra…

Un esempio della tua duplicità: “E Saleem? Cosa fece in questa guerra? Aspettando che mi chiamassero alle armi, mi misi in cerca di bombe amiche, atte a cancellare, capaci di addormentare, apportatrici di paradiso.” – lui, io, lui, io. Punto.

Libro terzo de I figli di mezzanotte.

“…c ’è ancora un’abbondanza di prossimamente e di quanto prima…” – insomma, la solita vita.

E sempre e in ogni caso: “io – lui”, “lui (o io)”, “io (o lui)”: io narro lui, lui narra me.

“Non era questo che avevo programmato; ma forse la storia che finisci non è mai quella che hai iniziato…” – è la sua consanguinea, però…

“Ectomia (dal greco immagino): asportazione – e ne enumeri una frotta, a cui ne aggiungo una: annessiectomia. La tua è la più terribile: “Sperectomia: il prosciugamento della speranza.”

Non male, dai.

“… perché è privilegio e maledizione dei bambini della mezzanotte essere insieme signori e vittime dei propri tempi.”e poi ne dici tante altre, quasi mai allegre.

E qui mi taccio, se non dicendo (!) che non ho più nulla da dire, ora che anche tu ti sei zittito.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Salman Rushdie, I figli della mezzanotte, Garzanti, 1984

 

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