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“L’inquilino dalla modica follia” di Antonietta Fragnito: la prefazione curata da Filomena Gagliardi

“Dall’ingresso, dove sostavamo in attesa di iniziare, sentivamo le parole nette e chiare del nostro psichiatra, il dottor Neri, da tutti chiamato affettuosamente “il professore”. Egli stava esordendo a questa maniera: “Come ben sapete, oggi assisterete ad una terapia familiare. Siamo grati ai signori che hanno accettato di aprirsi in questo spazio di condivisione. Vi preannuncio che la famiglia che ci apprestiamo ad incontrare è composta da cinque persone: padre, madre e tre figli.” – Antonietta Fragnito

L'inquilino dalla modica follia di Antonietta Fragnito
L’inquilino dalla modica follia di Antonietta Fragnito

L’inquilino dalla modica follia (Tomarchio Editore, dicembre 2022) è il primo romanzo di Antonietta Fragnito. L’autrice, residente a San Giorgio La Molara in provincia di Benevento, ha lavorato come docente nella scuola primaria e, da alcuni anni, ha deciso di mostrarsi al pubblico dei lettori.

Conosciuta dapprima come poetessa con due raccolte (“Rossetto Vermiglio sul volto della Luna” edito nel 2017 con Pluriversum Edizioni e “La rosa, la cosa, l’anarchia del verso” edito a gennaio 2022 dalla casa editrice Tomarchio) “L’inquilino dalla modica follia” fa parte di un ciclo di narrazioni che avrà come ambientazione il paese Rocca dei Sassi.

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo in anteprima la prefazione curata da Filomena Gagliardi.

Prefazione di Filomena Gagliardi

Ha l’eco dei primi feuilleton che si imposero nella cultura dell’Ottocento grazie a quella grande operazione culturale data dai giornali; ha l’eco del romanzo di formazione psicologica alla Madame Bovary; talora dei personaggi di Stendhal; ma anche dei personaggi del Novecento, di quelli inetti alla Svevo, o disadattati di Pirandello.

Tutto questo è quel grande, intenso, emozionante microcosmo o macrocosmo (a seconda dei punti di vista) costituito dal nuovo romanzo L’inquilino dalla modica follia di Antonietta Fragnito.

La Fragnito è una poetessa e anche nella sua prosa la poesia si vede e si sente.

Ma la più grande genialità di questo romanzo risiede, a mio parere, nella forte capacità di assumere i punti di vista del protagonista della storia, una figura maschile che tra l’altro narra in prima persona.

L’operazione mimetica è dunque duplice: prima sta nel calarsi nell’io narrante, poi in un io narrante uomo.

Già, in epoca più recente, è stata Donatella Di Pietrantonio ad avere dato magistrale prova di saper rappresentare figure maschili. Nella sua ultima scrittura, Borgo Sud, infatti, la vicenda è narrata in prima persona, dal punto di vista della protagonista: eppure questa voce femminile riesce a far emergere sentimenti e sensazioni: precise caratteristiche del personaggio maschile co-protagonista della narrazione, che però agisce in terza persona.

Antonietta Fragnito, con un’operazione straordinaria, rivoluzionaria, irriverente (nel senso migliore del termine), si cala in Marco, si estrania da se stessa e parla come se fosse Marco: è Marco che parla.

Marco è un ragazzo nato in una famiglia particolare, dove c’è una mancanza di equilibrio nel gestire le emozioni. Questo determina una serie di problematiche comportamentali, emotive, relazionali in Marco che si trova costretto a farsi seguire da uno specialista. E così sono due le voci maschili in cui deve calarsi la narratrice, anche se quella del dottore emerge dal punto di vista del protagonista.

Attraverso quest’ultimo compare un ampio e complesso milieu, composto da un lato dai membri della sua famiglia, stretta e allargata che sia, e dall’altro dalla comunità terapeutica costituita dagli altri pazienti dello psichiatra che, spesso, si riunisce in gruppo.

I due ambienti dialogano sempre attraverso il punto di vista del narratore che riporta le proprie esperienze in famiglia nella stanza dell’analisi, spesso condotta anche singolarmente con lo specialista.

Il narratore è lucidamente consapevole dei limiti della sua famiglia e nel suo racconto usa una buona dose di ironia e talora di comicità, che costituiscono due modi leggeri ma non per questo meno profondi di cogliere le problematiche connesse con le affettività vissute in modo non sano; altra figura magistralmente resa, in una mistura di caricatura e allegoria, è il medico, colto sia nella sua professionalità, ma anche nella sua umanità: sa essere, al momento giusto, qualificato e amico, senza perdere autorevolezza.

Antonietta Fragnito
Antonietta Fragnito

In effetti un bravo medico deve saper curare, ovvero prendersi cura dell’altro con empatia, concetto che accoglie in se stesso tanto la capacità di metterci nei panni degli altri, quanto di distaccarsene.

Nel suo racconto l’io narrante ha modo di fare una carrellata dei tipi che circondano la sua vita, nel piccolo paese, limitato, giudicante, pettegolo, soffocante che lo circonda: come ne La Commedia umana di Balzac, c’è posto per tutti.

Senza voler svelare tutto, ma lasciando la scoperta al lettore che si immerge in questo viaggio, posso solo dire che uno dei messaggi presenti in questa storia è che l’insorgere in ciascuno di noi di patologie mentali, non costituisce necessariamente un elemento che impedisce alla persona di fare le proprie esperienze, portare a termine le proprie relazioni, realizzarsi nel lavoro.

Magari la persona coinvolta non si sentirà mai a proprio agio, ma non per questo necessariamente rinuncerà a vivere: per tutto questo, avere un aiuto, un supporto, una guida, è fondamentale. Costituisce un invito, di fortissima attualità, a cercare aiuto senza vergogna anche e soprattutto se si appartiene ad una famiglia all’antica: del resto nello stesso romanzo si verifica un incontro tra il medico e la famiglia del protagonista. Al di là di come essa vada, l’episodio simboleggia che si deve e si può iniziare a rompere i pregiudizi che la psicanalisi sia per una minoranza, per una élite.

La salute mentale è un diritto per tutti analogamente come quella fisica. Del resto, molto saggiamente, gli antichi sostenevano “mens sana in corpore sano”.

 

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