L’inevitabile ricorso al classico come paradigma e modello dei nostri meccanismi mentali

Italo Calvino nel suo saggio Perché leggere i classici del 1981 illustra il concetto di classico disciplinando la quaestio con delle premesse teoriche e storico-letterarie.

Italo Calvino
Italo Calvino

“I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: sto rileggendo… e mai sto leggendo…”.

Quanti tra coloro che si autodefiniscono di “vaste letture” non annoverano tra le suddette personali letture un libro famoso?

D’altronde la “conditio sine qua non” di un buon classico è che non si legga per dovere ma solo per piacere.

Certo la scuola può impartire l’obbligo di far studiare una mole più o meno sostanziosa di classici di modo da affinare le capacità di scelta. E la scelta più autentica è quella delle letture cosiddette disinteressate, che avvengono nelle condizioni migliori per essere godute e gustate.

Sovente le letture giovanili possono tradursi in un’esperienza poco formativa a causa di una concomitanza di situazioni (inesperienza, frettolosità, distrazione) che fanno sì che la compenetrazione con il libro in questione non avvenga a pieno.

Certo per quanto poco proficue queste letture forniscono comunque dei paradigmi e dei modelli che si ergeranno a costanti dei nostri meccanismi mentali. Esse insomma lasceranno il loro seme che si cela nei meandri della memoria ed emerge nel nostro inconscio.

Pertanto, che sia una “lettura” o una “rilettura”, a noi poco importa perché se i libri sono sempre i medesimi, noi saremo sicuramente differenti ed il nostro rapporto con quel libro assumerà una connotazione del tutto nuova.

Potremmo dire di un “classico”: che è stato letto da tutti.

Ognuno l’ha però letto in modo differente.

Le innumerevoli riletture non possono cucirgli addosso un’etichetta unica come se nessuna definizione fosse abbastanza grande da contenerlo.

Ogni lettore l’ha letto dalla propria angolazione, ogni volta scoprendolo nuovo e buono per ragionare sui temi fondanti della sfera personale e sociale.

E se leggere un classico sembrerebbe stridere con la frenesia dei tempi moderni, scevri di quell’otium umanistico tanto caro agli antichi, noteremo come invece il rapporto che si instaurerà con il classico si ergerà su una perenne ricerca di equilibrio, equilibrio che scaturisce dal simultaneo avvicinamento ed allontanamento tra noi ed il classico.

La classicità gode quindi di una duplice valenza: presuppone il passato ma al tempo stesso il presente.

Leggere i classici
Leggere i classici

“Le tracce del nostro passato (per esempio in Italia) nella cultura, nella lingua, nei monumenti, nelle istituzioni, nel paesaggio, sono così imponenti da incuriosirci e da obbligarci a studiare il passato per capire una parte importante di noi stessi. Ogni epoca per trovare identità e forza, ha inventato un’idea diversa di classico. Così il classico riguarda sempre non solo il passato ma il passato ma il presente e una visione del futuro. Per dar forma al mondo di domani è necessario ripensare le nostre molteplici radici”.

Esemplificativo ai fini del nostro discorso è il contributo di Salvatore Settis in Futuro del classico che avvalendosi di una perenne comparazione tra classico e moderno, risolve la potenziale dicotomia con questo presupposto storico: occorre guardare al classico non come ad una mera eredità, bensì come ad una riconquista perenne a cui ogni civiltà, anche la più moderna, deve anelare.

Ed ora non resta ad ognuno di noi che allestire una biblioteca personale che sia un compendio di ciò che abbiamo letto, di ciò che vogliamo rileggere, di ciò che ci proponiamo di leggere ed infine delle scoperte inattese che ci stupiranno.

 

Written by Manuela Muscetta

 

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