“Le storie che curano” di James Hillman: Sigmund Freud, Carl Gustav Jung ed Alfred Adler

“La filosofia platonica è rimasta vitale dopo 2500 anni, perché Platone e quel meraviglioso bislacco di Socrate sono stati rivisti daccapo da ciascun platonico in ogni periodo.” – James Hillman nell’introduzione del 12 aprile 1982

Le storie che curano di James Hillman
Le storie che curano di James Hillman

L’affermazione di James Hillman è incontestabile. Ed egli stesso, per tutta la vita, ha visitato la tradizione rileggendo, ripensando e riscrivendo il tema di psiche (dal greco ψυχή), del respiro, del soffio vitale o più comunemente dell’anima.

Le storie che curano (titolo inglese “Healing Fiction”) è stato pubblicato in Italia nel 1984 ed ora si trova in commercio con una nuova versione del 2021 edita da Raffaello Cortina Editore e curata da Luigi Zoja. Ad incipit del libro la prefazione del curatore, seguono tre capitoli: “Le storie cliniche come narrativa” (paragrafi: Il Freud narrativo, Teoria e trama, La narrativa empirica, Archetipo e genere letterario, Storia dell’anima e storica clinica, Jung: figlio di Ermes?, Sogno dramma Dioniso, Il bisogno di storicizzare, Il dono della storia clinica), “Il pandemonio delle immagini” (paragrafi: I daimones di Jung, Introspezione, L’attacco di Jaspers alla demonologia, Imagismo e iconoclastia, Dèmoni e demòni, Immaginazione attiva: l’arte che cura, Un’eco), “Cosa l’anima vuole” (paragrafi: Scrivere all’anima, La poetica della terapia adleriana, Il senso della finzione in psicologia archetipica, Il senso comunitario).

L’analisi è una narrazione. Ma il paziente non racconta la sua vita all’analista partendo da un certo momento per arrivare all’oggi, e qui fermarsi sperando di trarre delle conclusioni. Racconta la sua vita perché la vita è il mezzo per arrivare al racconto. Non viceversa: proprio come Itaca, nella citatissima poesia di Konstantinos Kavafis, non era tanto la meta del viaggio, quanto lo strumento che ha permesso di viaggiare.– dalla prefazione di Luigi Zoja

Arrivare al racconto. La mente è fondata sull’attività narrativa, cucire assieme ricordi assemblandoli alla capacità di creare fantasie, inserire in questa narrazione continua le ambizioni di vita ed i sogni, fare un racconto (dal greco: ποίησις, con il significato di “fare”), ascoltare l’immaginazione con l’attenzione poetica necessaria per imbastire una storia.

Ma arrivare al racconto è finzione?

“La psiche consiste essenzialmente in immagini, diceva Jung, e noi dobbiamo sognare il mito insieme a essa. Siamo guidati da finzioni, diceva Adler; anche i nostri scopi sono finzioni, anche lo scopo della guarigione. Analisi interminabili, diceva Freud. La cura durerà finché potrà essere mantenuto il senso romanzesco, perché la morte è l’unica vera guarigione, diceva Socrate.” – James Hillman nell’introduzione del 12 aprile 1982

Ne “Le storie che curano”, James Hillman (12 aprile 1926 – 27 ottobre 2011) porta avanti una revisione della psicologia attraverso la comparazione di tre grandi psicoanalisti che hanno completamente rivoluzionato il modo di intendere (e di provare a curare) quelle che erano (e che sono) chiamate malattie mentali: Sigmund Freud (6 maggio 1856 – 23 settembre 1939), Carl Gustav Jung (26 luglio 1875 – 6 giugno 1961) ed il meno celebre Alfred Adler (7 febbraio 1870 – 28 maggio 1937).

Alfred Adler è uno dei capostipiti della psicologia del profondo, era un medico ebreo con specializzazione in oftalmologia. Circa quattordici anni più giovane di Freud, e cinque anni più vecchio di Jung; condivideva l’origine ebraica con Freud ma successivamente si convertì al protestantesimo (il padre di Jung, Paul Achilles Jung (1842-1896), era un pastore protestante). Adler potrebbe sembrare una sorta di bizzarro anello di congiunzione tra i due grandi patriarchi.

Alfred Adler
Alfred Adler

Nel 1902 fu lo stesso Freud a cercarlo per contribuire alla comunità psicoanalitica degli inizi e pochi anni dopo, nel 1907, pubblica “Studio sull’inferiorità degli organi” che dimostra la tendenza dei bambini di compensare i difetti fisici con linee di difesa attive o passive. Nel 1934, Adler decise di lasciare Vienna a causa della minaccia nazista e si trasferì negli Stati Uniti.

Un uomo il cui successivo isolamento – in contrasto con la stoica nobiltà da patriarca che Freud dimostrò di fronte al dolore, o con la cultura eccezionale e d’imponenza gotica di Jung – fu un tormentato esilio in un appartamento di New York durante la Grande depressione, le serate passate al cinema anziché nella Schreibstube[1].” – James Hillman nel capitolo “Cosa l’anima vuole”

In una lettera a Jung, nel quasi introvabile carteggio che fu edito da Bollati Boringhieri ma che ora è fuori commercio (si approfitta per chiedere ad una qualsiasi volenterosa casa editrice di pubblicare nuovamente il volume), Freud dichiarò che Adler non era “psicologico”, e Jung affermò lo stesso concetto. Hillman interviene sapientemente ricordandoci che: “Quando Freud e Jung usavano il termine ‘psicologico’ lo riferivano, naturalmente, ai loro progetti – comporre cioè una mappa della mente profonda, dei suoi livelli e dei suoi dinamismi invisibili – con cui spiegare tutti i comportamenti evidenti della vita umana, dai sintomi e dalle opinioni alla religione e alla cultura.”

È di forte interesse la posizione dello psichiatra svizzero Henri Frédéric Ellenberger (6 novembre 1905 – 1º maggio 1993) che nel suo “La scoperta dell’inconscio” proponeva una differenziazione sostanziale fra i tre riassunta da Hillman: “Egli ritiene che i principi fondamentali di Freud e Jung siano nati dall’interno delle loro esperienze, durante le loro ‘malattie creative’. Visioni personali di tipo sciamanico divennero sistemi dottrinari che convalidavano se stessi e che ebbero poi bisogno di essere rafforzati con la verifica empirica e l’indottrinamento di seguaci (analisi didattica). Le idee di Adler riflettono invece ‘ricerche cliniche oggettive’.” Ha una sua valenza che i tre si differenziassero anche per la classe sociale dei propri pazienti, infatti, Adler si è dedicato a sarti, insegnanti, operai.

Va da sé in quest’ottica comprendere quanto fosse difficile per Freud continuare ad apprezzare Adler, e successivamente al loro disaccordo, in un primo momento Jung parteggiò per il creatore di miti, per poi invece consigliare la lettura dei suoi scritti a chiunque si interessi di psicoanalisi e dell’intero settore della moderna psicologia medica.

Le storie che curano” oltre al pregio di trattare della comparazione fra Adler, Freud e Jung si estende ben oltre, l’intento di Hillman è mettere a confronto il letteralismo con la deletteralizzazione. Si riporta ora un estratto che non riassume assolutamente la posizione di Hillman ma che potrebbe creare un certo interesse nel lettore giunto qui per caso: “[…] se il passaggio dalla salute alla malattia mentale si distingue per i grandi di letteralismo, ciò significa che la strada terapeutica, per tornare dalla psicosi alla salute mentale, è quella di ripercorrere all’indietro lo stesso passaggio ermeneutico: la deletteralizzazione. Per essere sani mentalmente, dobbiamo riconoscere come finzioni le nostre convinzioni, e guardare in trasparenza come fantasie le nostre ipotesi. La differenza tra pazzia e salute mentale non dipende, infatti, dalla società o dalla politica, dall’educazione o dalla chimica, dipende interamente dal nostro senso di finzione.”

James Hillman
James Hillman

Se arrivare al racconto di noi stessi attraverso i miti è una sorta di balsamo che ammorbidisce i giorni, e se attraverso la deletteralizzazione si fuoriesce dal senso di finzione, è improbabile trovarsi poi nelle lande del nichilismo oppure si ha un reset completo e si continua la vita come se il racconto non fosse mai esistito?

“L’essere prende coscienza di sé come essere autonomo grazie a certi fatti di Opposizione e di Discordia, l’Opposizione emozionale tra Volontà e Maschera, l’Opposizione intellettuale tra Mente Creativa e Corpo del Fato, le Discordie tra Volontà e Mente Creativa, Mente Creativa e Maschera, Maschera e Corpo del Fato, Corpo del Fato e Volontà.” – W.B. Yeats[2]

 

Written by Alessia Mocci

 

Note

[1] Ufficio.

[2] William Butler Yeats, A Vision, Adelphi, 1973, pp. 105.

 

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