“Sparta e Atene. Autoritarismo e democrazia” di Eva Cantarella: quanto sappiamo sulle due città?

«Ὦ ξεῖν᾿, ἀγγέλλειν                                  «O straniero, annuncia

Λακεδαιμονίοις ὅτι τῇδε                          agli Spartani che qui

κείμεθα, τοῖς κείνων                                 noi giacciamo in ossequio

ῥήμασι πειθόμενοι»[1]                              alle loro leggi»

Sparta e Atene. Autoritarismo e democrazia di Eva Cantarella
Sparta e Atene. Autoritarismo e democrazia di Eva Cantarella

Così recita l’epitaffio che Simonide lasciò alle Termopili per commemorare la definitiva obbedienza di un re e dei suoi soldati alle leggi della propria patria.

Inizia con una composizione di Costantino Kavafis (Termopili)[2] il libro di Eva Cantarella intitolato “Sparta e Atene. Autoritarismo e democraziaedito per Einaudi in questo 2021.

Il volume nasce, così afferma l’autrice, per afferrare quali sono gli elementi di base della società di Sparta e quali quelle di Atene. Come ci viene insegnato nelle scuole primarie le due città sono agli antipodi e quasi viene da pensare che una delle due sia quella buona e l’altra quella terribile e crudele. Ma, in realtà, nulla è più complicato che spiegare che la realtà dei fatti è molto più complessa.

È difficoltoso afferrare il vero nocciolo della questione, soprattutto quando si parla di comunità di persone, quando il tempo di cui si parla è talmente lontano; è impensabile poter affrontare una querelle così radicata nell’istruzione di base e sviluppatasi per condotti tutti suoi nella mente dei moderni solo con le armi di miti ammirati solo con un cannocchiale dalle lenti scheggiate e per di più al contrario.

Il mito di Sparta e Atene è stato usato in moltissimi momenti storici da più personaggi per giustificare prima l’una e poi l’altra condotta o modo di pensare.

In un tempo non molto lontano, qualcuno, un tale di nome Hermann Wilhelm Göring, usò la potenza del mito di 300 spartani e dell’epitaffio scritto da Simonide per motivare le truppe a persistere nell’assalto a quella che era l’Unione Sovietica. Viene da pensare che la gente, di cui Göring era uno dei colonnelli, avesse visto bruciare i suoi libri in più di un’occasione appunto per evitare di dover analizzare questo tipo di discorsi senza senso con la sua testa.

Quindi, dove stanno i confini del mito in cui Sparta è il mito del totalitarismo e quelli in cui Atene è un faro di speranza per tutti coloro che ambiscono al modello perfetto di democrazia?

Tanto per anticipare quello che troverete nel volume di Eva Cantarella, parafrasando Dante: lasciate ogni speranza o voi che credete che sia tutto nelle due parole in cui hanno incatenato le due polis, non solo la retta via è smarrita ma quella che si crede tale, in realtà non è mai esistita.

Gli archeologi e gli storici si stanno ancora arrovellando su diverse questioni e i millenni che ci separano dalle due città non sono stati generosi nel restituirci le fonti che servirebbero per avere un quadro completo e forse, a parere di chi scrive, non sarebbe del tutto soddisfacente nemmeno il risultato che si avrebbe avendole. Non solo è diverso il mondo fisico ma il mondo sociale e culturale che si sta studiando è così terribilmente lontano che solo sentire l’eco delle voci degli uomini e donne che l’hanno vissuto non crea una scienza esatta.

Per questo è opportuno che la ricerca proceda e per questo è necessario che ci si ricordi che le fonti scritte sono in parte il risultato di coloro che le hanno scritte non della realtà oggettiva che peraltro è complicata da afferrare anche ai tempi moderni.

Entrambe le città-stato, concetto che è spiegato molto bene in un estratto di Paul Veyne presente tra le pagine della Cantarella, sono nate in un tempo definitivamente affondato in radici storiche spiegate ai cittadini di allora con quello che chiamiamo mito.

Sparta si deve ad Eracle e alla sua stirpe e Atene nasce dal mito di Eretteo. Quello che spesso sfugge è che entrambe le città avevano come divinità patrona la stessa dea: Atena.

Il senso di stato e comunità nel mondo antico era molto diverso da come viene concepito da noi. Non è facile spiegarlo in maniera semplice, anche se in “Sparta e Atene” viene stilizzato in maniera chiara, lo stato entrava nella vita dei suoi cittadini in maniera preponderante e non era possibile scindere quello che noi conosciamo come privato da quello che invece è affare di stato e pubblico.

E questo vale sia per Sparta, dove la comunità e gli organi “statali” sono talmente fusi che tutto quello che riguarda la vita del cittadino è organizzato e scandito da dogmi che vengono considerati un vero e proprio assioma nella vita di ognuno dei suoi partecipanti; che per Atene in cui ogni cosa è affare di stato e necessita di una legiferazione che accontenti tutti i partecipanti.

La questione che, non solo di recente, viene a galla in maniera piuttosto frequente è la condizione delle donne nelle due società. Ebbene, come già anticipato, le fonti (come è poi anche per tutto l’aspetto politico e culturale) non sono state così generose con Sparta come con Atene e alcune di quelle che possediamo sono come specchi nelle mani di autori con un loro parere personale e a volte a distanza di qualche tempo dalla realtà.

Le donne di Sparta erano più libere?

Potevano ereditare se fossero state le sole a poterlo fare mentre ad Atene erano legate ad un cavillo che di fatto le rendeva solo un tramite per il parente maschio più prossimo. Ad Atene, le donne erano non funzionali alla società come la concepivano loro ma i loro compiti, stabiliti dalla legge, erano quelli di essere moglie e abnegata agli obblighi di casa.

Sarah B. Pomeroy - Photo by Society for Classical Studies
Sarah B. Pomeroy – Photo by Society for Classical Studies

A Sparta potrebbe essere vera la teoria di Sarah B. Pomeroy in cui le donne erano padrone della loro esistenza e consce del loro ruolo per mantenere viva la grande potenza militare della città.

Come? Attraverso un sistema di cessione della sposa. Per una donna di Sparta era un onore partorire un maschio e il suo nome sarebbe stato ricordato nelle lapidi funerarie.

Comprendo che non è facile da accettare in una società moderna e lontana dai principi fondanti di quelle società ma anche ad Atene, pur nella vessazione e dell’annullamento dei loro diritti, le donne comprendevano il loro ruolo e lo accettavano.

È mai successo che qualcuna si sia ribellata al sistema? Tralasciando quello che è la regola generale di quello che sappiamo, ci sono anche testimonianze che sfruttare i cavilli delle leggi non è una cosa che si sono inventati i nostri avvocati moderni.

Altro argomento moderno e sempre molto discusso è l’omoerotismo. In entrambe le città era tollerato, riconosciuto e amministrato da leggi nell’educazione di ogni cittadino maschio mentre per le donne era accettato solo a Sparta.

Chi scrive comprende che oggi accettare alcune sfaccettature del mondo antico sia complicato ma non si può usare il nostro metodo di giudizio su quello che fu il modo di altri, in tempi così lontani, di gestire le loro vite.

Senza voler giustificare quello, che con il mio occhio, sembra ovviamente vessazione e una forma di terrore nei confronti delle donne, credo anche che non sia giusto paragonare la nostra società “illuminata” dalla conoscenza di quali siano i diritti di ogni essere umano con quella dell’antichità.

Va anche vagliata la necessità di comprendere la storia per quello che è. Ovvero non la favola che viene impartita a lezione ma come vite di persone che sono già passate e che hanno vissuto quello che ancora può essere cambiato, migliorato, perfezionato o recuperato.

Cosa rimane di “Sparta e Atene” scritto da Eva Cantarella?

Le pagine iniziano con la dichiarazione che nulla di quello che leggerete è frutto di preferenze personali ma, quanto più possibile, l’osservazione obiettiva di quello che c’è da sapere sulle due città del mito politico più antico della storia.

L’autrice non ci è riuscita del tutto. Non si può affermare che il parere di una studiosa illustre nel suo campo non è compatibile con quello che una donna vorrebbe o farebbe. Ad esempio: è impossibile che una donna, a Sparta, conscia del suo ruolo nella società, non fosse convinta e disponibile ad un sistema di “cessione delle mogli”, cambiando di fatto compagno per procreare altri possibili soldati?

Al giorno d’oggi, con la religione monoteista sulle nostre spalle e con la nostra società, per una donna sarebbe forse impensabile. Dico forse perché le regole in questo ambito valgono solo per coloro che scelgono e vogliono seguirle ma nella realtà esistono molte situazioni ibride di rapporti coniugali che al giudizio pubblico sembrano fuori dal mondo ma che una cultura politicamente corretta sta cercando con ogni sforzo di rendere normale.

Quindi? Non solo una donna di Sparta poteva essere consapevole ma anche fiera di fare quello che le veniva chiesto. Ci sono tutta una serie di cose, come già accennato che alle donne spartane non solo era permesso fare ma che era loro ruolo per legge spartana. Ma per parlarne ci vorrebbe una dissertazione molto più lunga di questa.

Quindi, secondo l’autrice e in contrapposizione con la Pomeroy, una donna non può accettare una situazione in cui gli è chiesto di avere più compagni per le necessità dello stato, perché è donna e si sa, le donne sono fatte così, ma si può affermare qualche pagina dopo che Atene è la città del miracolo ma vessa e sottomette le donne e quindi si merita ogni biasimo per questo (non testualmente ma è questo il succo).

Una donna non può essere partecipe di una società ed esserne una parte attiva perché è impossibile che una donna lo accetti se si tratta di sesso e, subito dopo, il fatto che una donna venga relegata a casa e alla famiglia è male perché gli si deve permettere di esprimere le sue potenzialità ed essere parte attiva della sua vita e quella della città in quanto cittadina e persona nel pieno delle sue facoltà e al contempo biasimare tutte coloro che decidono di loro iniziativa di fare le moglie e le madri.

Mi sembra un controsenso e non vorrei essermi espressa male ma non è un atteggiamento costruttivo nei confronti della storia.

Quello che dovete sapere è che questo libro non è l’interezza dell’ecumene culturale che sono state le due città e gli esempi portati a dimostrarne il taglio scelto dall’autrice portano a sviare l’attenzione su di un fatto: sono esistite le eccezioni anche per quello che riguarda il mondo maschile e ci sono, nonostante la mancanza della conoscenza di tutte le fonti o dell’impossibilità di reperirne di prima mano, molte vite che conosciamo e che dimostrano che gli stereotipi moderni, nella storia antica lasciano il tempo che trovano.

Altra cosa da superare è l’idea che esiste il miracolo di Atene.

Eva Cantarella
Eva Cantarella

La polis attica era molte cose. Una società ingombrante che entrava a piedi uniti nella vita dei suoi cittadini non è democratica, non esiste il libero arbitrio e non è possibile disobbedire all’ordine generale.

Atene è democratica solo tra le sue mura e solo con chi fa parte di una classe agiata e ci sarebbe comunque da discuterne perché non è esattamente così.

La forza distruttiva di una polis come Atene che mira all’imperialismo annientando tutto quello che non è democratico a mio parere non è Democrazia.

Atene era una città ipocrita? Sparta era una città solo dedita alla violenza? Sparta è da comparare al modello di governo russo? O Atene a quello americano perché gli Stati Uniti sono i buoni?

Tutto questo è un cliché, non la realtà né quella di millenni fa né quella di ora. Si può discutere di cosa è giusto e di cosa è sbagliato in maniera soggettiva e solo delle nostre situazioni attuali.

Si può prendere ispirazione da un modello passato e al contempo cercare di migliorarlo ma si deve smettere di credere che si possa dire chi è buono e chi è cattivo nelle società che ci hanno preceduto.

Ci deve rimanere l’idea che possiamo parafrasare l’epitaffio di Simonide.

Andiamo a Sparta (o verso il futuro) testimoniando che coloro che sono morti lo hanno fatto combattendo per ciò che ritenevano giusto ottemperando alle leggi che li avevano forgiati e facciamo che si possa ripartire da lì imparando ciò che ci è stato di buono e migliorando, non distruggendo, quello che è ancora possibile cambiare.

 

Written by Altea Gardini

 

Note

[1] “Ō xein’, angellein
Lakedaimoniois hoti tē(i)de
keimetha tois keinōn
rhēmasi peithomenoi.”

[2] “Termopili” di Costantino Kavafis

Onore a quanti nella propria vita
si proposero la difesa di Termopili.
Mai allontanandosi dal dovere;
giusti e retti in tutte le azioni,
con dolore perfino e compassione;
generosi se ricchi e, se poveri,
anche nel poco generosi,
pronti all’aiuto per quanto possono;
sempre con parole di verità
ma senza odio per chi mente.

E ancora maggiore onore è loro dovuto
se prevedono (e molti lo prevedono)
che alla fine apparirà un Efialte
e i Medi infine passeranno.

 

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