Le métier de la critique: Caterina Percoto, espressione letteraria del mondo rurale friulano

“Qualunque sia il rango e la fortuna che ci è dato possedere a questo mondo: qualunque siano i favori di cui ha voluto colmarci il destino, la più grande di tutte le ricchezze è quella di potere in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni età bastare a se stessi” – da “Bastare a se stessi”, novella di Caterina Percoto

Caterina Percoto - Illustrazione di Ernesto Mancastroppa
Caterina Percoto – Illustrazione di Ernesto Mancastroppa

Poetessa e autrice di racconti e novelle, Caterina Percoto nasce in provincia di Udine da una famiglia di antica nobiltà friulana nel 1812.

Illustre rappresentante di un filone letterario di ambientazione campestre, è unica figlia femmina vicino a sei fratelli maschi: è probabile che dal confronto con essi si sia plasmata una donna dalla tempra forte e sicura.

È il 1821 quando suo padre, il conte Antonio, muore, lasciando la moglie, una gentildonna, a occuparsi della numerosa prole. Che, per questioni finanziarie, decide di trasferire la famiglia dal comune di Manziano a Udine. Scelta che determina la sorte di Caterina, la quale viene ospitata presso un collegio femminile, con l’intenzione, da parte della madre, di darle un’educazione conveniente al suo ceto. Condizione di vita di cui la giovane, che all’epoca di anni ne ha soltanto 9, soffre, percependosi come estranea al proprio nucleo familiare. Che, insieme al suo luogo d’origine a cui è visceralmente legata, per lei rappresenta tutto.

A causa della lontananza da casa, la sofferenza di Caterina è motivo di profondo sconforto, e il periodo vissuto in collegio durissimo.

In collegio la giovane conduce una vita che non corrisponde alle sue aspettative, quelle di una ragazza votata allo studio più che alla preghiera. L’avversione per la vita collegiale l’accompagnerà a lungo, senza riuscire ad emanciparsi dal ricordo di un periodo ostile. Decisiva, in questo suo sentire, è anche la sua tendenza alla mestizia, che la porta ad amplificare la lontananza dagli affetti familiari.

“La povera fanciulla giaceva in una cameruccia a pianterreno, nel meschino letticciuolo le vesti della malata facevano uffizio di coperta…” – da “Racconti” di Caterina Percoto

Solitudine ed isolamento, vissuti sulla propria pelle, sono motivi ricorrenti della produzione letteraria della Percoto; rimandi verso cui esprime un acceso dissenso, condannando in maniera ferma la pratica di allontanare le fanciulle dalle mura domestiche per destinarle alla vita collegiale.  Questione di cui saranno rintracciabili nei suoi scritti numerosi ed espliciti riferimenti.

Nel merito, è un suo racconto, Reginetta, a essere emblematico e rappresentativo della sua sofferta esperienza.

Caterina resta in collegio fino al 1829, anno in cui viene reinserita nel suo nucleo familiare per motivi, anche in questo caso, economici: impossibilitata a sostenere le pretese economiche della vita conventuale, la madre la prende con sé.

È il 1836 quando la famiglia Percoto fa ritorno definitivamente presso la tenuta di campagna di San Lorenzo di Soleschiano, che per Caterina è il luogo idilliaco per eccellenza; qui, può esprimere liberamente i suoi moti emotivi dividendosi fra studio e impegni domestici. Ed è in assoluta tranquillità che ha l’opportunità di proseguire da autodidatta il suo percorso di studi; soffermandosi anche sull’apprendimento di due lingue straniere: francese e tedesco.

Di indole rigorosa, e votata a un forte senso del dovere, Caterina si impegna oltremodo per dare ai fratelli minori un’educazione che risponda alla loro condizione sociale di proprietari terrieri. Ed è proprio la sua esperienza, a stretto contatto con la terra, origine e fonte per un approccio intimo e gratificante con la scrittura.

La Percoto, infatti, come già ricordato, trae ispirazione dal mondo rurale della realtà friulana dell’epoca; rievoca vecchie tradizioni, come pure usi e costumi, raccogliendo le narrazioni orali della sua gente, che diventano patrimonio letterario della sua produzione.

Donna di carattere, Caterina non si sottrae a gestire in prima persona i terreni di famiglia, tanto da essere definita ‘contessa contadina’. Espressione che pare corrisponderle del tutto e di cui va fiera.

Sarà proprio la sua figura di ‘contessa contadina’ a ispirarle il personaggio di Ardemia, la protagonista di due fra i suoi più celebri racconti. Figura da interpretarsi come un suo alter ego.

Donna di nobili origini, Ardemia aborrisce la vita mondana e vive un’esistenza a stretto contatto con la natura: a lei non appartiene la vanità, peculiarità propria, secondo la Percoto, delle abitudini cittadine.

Si può considerare la figura di Ardemia come specchio della concezione di vita di Caterina: anch’essa, come la protagonista del racconto, detesta il caos metropolitano ed è completamente immersa in quel mondo campestre che risponde alle sue più intime esigenze, soprattutto a quelle interiori. Che la spinge ad abbracciare in toto la realtà agricola che le appartiene per nascita: unico contesto ambientale conosciuto e dimensione di vita per lei significativa.

Principi e suggestioni che vanno a consolidare quella decisione che da tempo Caterina ha fatto propria: dimorare per sempre nella ‘sua’ campagna.

La sua visione esistenziale si offre anche ad un’altra lettura: da interpretarsi quale forma di sublimazione e compensazione per l’assenza di una vita coniugale, da dividere con un compagno e dei figli. Pare comunque, da quanto riportato dai biografi, che l’amore per il mondo agricolo e l’affetto manifestato e ricevuto dai suoi lavoranti la ripagasse di questa mancanza.

“Volgeva il giorno al tramonto e Giacomo, seduto sul dinanzi del grigio carrettone giungeva appena sotto le sbiancate nubi di Amaro; egli avrebbe voluto divorare la via, guardava al sole che già si nascondeva dietro Cavasso, guardava ai cavalli stanchi, alla strada che si faceva sempre più ripida…” – da “Racconti”, di Caterina Percoto

I grandi racconti - Caterina Percoto
I grandi racconti – Caterina Percoto

È grazie a Don Comelli, sua guida spirituale, che intorno al 1839 ha inizio il percorso narrativo di Caterina. È il religioso, che le è accanto anche nell’educazione dei suoi fratelli, a inviare il suo primo lavoro alla Favilla di Trieste.

Una pubblicazione che darà il via a un suo rapporto con l’editore Dall’Ongaro, il quale si incaricherà di farle da mentore e di metterla in contatto con l’allora mondo letterario.

Nel frattempo, Caterina, orgogliosa delle sue colture dei bachi da seta, continua con passione a prendersi cura dei suoi terreni, e a descrivere la realtà che la circonda, anche da una prospettiva politica, sottoposta in quel periodo al dominio austriaco.

A spingerla in questa direzione è la prima guerra d’indipendenza, 1848, che fa della giovane Percoto una scrittrice espressione del suo tempo: la sua produzione è contraddistinta da elementi storici e documentaristici, riportando i fatti di cui è spettatrice e protagonista al contempo.

Sono i fatti di Jalmicco, luogo dove si consumano episodi di assoluta gravità, a suscitare in Caterina riprovazione e sdegno, tanto da decidere di renderli pubblici e perciò meritevoli di attenzione.

Fatti, durante i quali Udine e i villaggi limitrofi, in seguito a un’accesa ribellione contro la dominazione austriaca, vengono soffocati nel sangue dall’esercito austriaco. Che interviene incendiando interi paesi. Fra cui il paese di Jalmicco.

A questo periodo si possono collocare racconti quali La donna di Osoppo e La cultrice nuziale, scritti che riscuotono un immediato successo, soprattutto negli ambienti patriottici.

Attenta alla tradizione del suo territorio, la Percoto, seppur considerata dalla critica una scrittrice non popolare si cimenta anche in scritti in lingua friulana, dedicandosi alla narrativa dialettale, e pubblicando nel 1863 una raccolta di favole friulane.

I suoi ultimi anni di vita sono sofferti a causa delle sue variabili condizioni di salute. Anche se per lei è un periodo colmo di avvenimenti e di incontri letterari importanti.

Uno di questi è con Giuseppe Garibaldi a Udine nel 1867. Mentre a Firenze ha occasione di frequentare il salotto dell’editore Dall’Ongaro, confrontandosi con politici e letterati del suo tempo.

Una gratificazione importante le arriva dallo Stato nel 1871: viene nominata ispettrice degli educandati veneti.

Infine, il 15 agosto del 1887 la Percoto, regalando ai posteri un’eredità letteraria importante, lascia per sempre da questo mondo.

“Fu accesa la prima girella e balzò pei gruppi della montagna consacrata al parroco del paese; dopo questa fu lanciata la seconda nel nome della più bella ragazza del villaggio, e poi una terza, una quarta, e spari di fucile e grida festose le salutavano al ballo, e l’eco fragoroso le ripeteva fin oltre Peluzza…” da “Racconti” di Caterina Percoto

Sono decine i racconti di Caterina Percoto il cui tema ad ambientazione rurale torna con insistenza, mentre quello patriottico è presente solo in alcune sue novelle. Nella narrativa della Percoto è dunque ricorrente l’ambiente agreste, affiancato dal mondo aristocratico e dai rapporti della nobiltà con la classe contadina.

Speculazioni, che comportano un percorso letterario che subisce scarse evoluzioni; testimonianze arrivate fino ad oggi grazie al notevole impegno narrativo della scrittrice friulana, che manifesta la sua visione del mondo senza allontanarsi dalla sua primitiva concezione.

Sono due i nuclei tematici più preponderanti rispetto ad altri, e presenti fin dai suoi primi racconti: da una parte si concentra sulle figure femminili con chiari riferimenti all’educazione imposta dalla vita conventuale; un altro aspetto, invece, identificativo della scrittura della Percoto, è il confronto tra il mondo autentico dei contadini e quello artefatto dei salotti cittadini. Elementi che fanno del suo registro narrativo motivo di attenzione oltre che di riflessione. In quanto, dietro a una narrazione dai risvolti anche cronachistici, si nasconde un intento pedagogico importante, che si amalgama con un messaggio morale con l’intento di raggiungere i suoi lettori. Con una netta presa di posizione a favore del mondo rurale a discapito di quello cittadino e elegante.

Come già sottolineato, la maggior parte delle novelle percotiane sono ambientate nella società agricola affollata da contadini, con le loro problematiche e usanze vissute all’ombra della tradizione. Un filone letterario, il suo, che pone al centro la vita del mondo rurale per dare spazio ad un racconto fedele dei fatti, la cui validità testimoniale e documentaristica è innegabile. Il tutto da accreditarsi principalmente al tipo di vita condotta dalla scrittrice.

La sua quotidianità è ripetitiva e lo scambio con altri letterati è limitato, a causa, sempre, della sua condotta di vita consumata in isolamento.

In merito allo stile in uso alla Percoto, suffragato dalla chiarezza e dalla semplicità della tecnica espressiva, occorre fare un accenno alla sua formazione culturale. Che non è di altissimo livello, pur essendo titolare di un modello narrativo assolutamente di merito e pregevole. E ciò, a causa della sua permanenza in un educandato, che non lascia ipotizzare un’ottima preparazione letteraria. Seppur, come già ricordato, abbandonato il collegio, la Percoto ha continuato a studiare da autodidatta, dedicando la sua attenzione anche a classici del tenore di Dante Alighieri e Alessandro Manzoni. Studi, però, non approfonditi in maniera continuativa, anche perché impegnata a gestire le proprietà ereditate dal padre le quali assorbono gran parte del suo tempo.

Da ricordare, inoltre, che l’istruzione impartita alle giovani di buona famiglia dell’epoca, è alquanto sommaria e piuttosto superficiale. Una volta libere dal vincolo conventuale, le donne, sono sì signore dai modi garbati e rispondenti all’etichetta, ma non culturalmente preparate a sostenere opinioni proprie. È dunque la forma, in pratica, a essere prevalente sui contenuti.

Caterina Percoto
Caterina Percoto

Inoltre, sempre in merito allo stile della Percoto, è opportuno fare una precisazione a proposito dell’isolamento entro cui era confinata, sia da un punto di vista geografico che culturale. Immersa nella solitaria campagna friulana, Caterina parla abitualmente il dialetto, e per scrivere in italiano deve affidarsi alle sue letture. Il suo è perciò un confronto linguistico difficile da sostenere, anche perché il luogo dove risiede non offre un ambiente culturalmente stimolante.

Nonostante la Percoto fosse apprezzata da esponenti della letteratura del calibro di Carducci, Tommaseo, Nievo e Tenca.

Da ricordare, che il ceto intellettuale del suo tempo non era d’accordo sull’impiego di un’unica lingua letteraria. A tale proposito erano più di uno gli accesi dibattiti, anche perché in quegli anni la letteratura si apriva a nuove esperienze tematiche, fra cui lo sviluppo del filone rusticale.

Era dunque l’urgenza di una lingua letteraria comune a essere prevalente, al fine di comunicare con un pubblico che si faceva più eterogeneo, e non più soltanto d’élite.

Da più parti si sosteneva la necessità, per non tradire il principio di adesione alla realtà, di non abbandonare il dialetto; altri credevano, invece, in una lingua nazionale che fosse comune a tutti. Dunque, Caterina si trova ad operare in un contesto nazionale non semplice: l’italiano non è la sua lingua madre, e lei è consapevole dei suoi limiti con l’italiano. Inoltre, la sua, è una realtà periferica.

Un suo racconto, dove si evince con chiarezza il suo stile è I gamberi, declinato in una purezza espressiva che si innalza soprattutto nella descrizione di un ambiente notturno, restituita con un’elegante scelta stilistica dove racconta alcuni giovani del villaggio pescare i crostacei. In tale occasione, il suo tono e le sue ambizioni stilistiche si sviluppano con una prosa focalizzata sul parlato, come si può notare soprattutto dai dialoghi.

“Faceva un bel chiaro di luna, ed erano magnifiche quelle montagne vedute così di notte. Tacevano entrambi. Giacomo stanco di quella troppo combattuta giornata, quei momenti solenni che s’imprimono nell’anima per poi colorare gran parte della nostra futura esistenza, pensava alla Rosa…” – dai “Racconti” di Caterina Percoto

 

Written by Carolina Colombi

 

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