“La mossa giusta” di Jonathan Rowson: il senso degli scacchi per la vita

L’autore intende gli scacchi come se fossero degli idoli che “non contano davvero e al tempo stesso contano enormemente” e “ben più di un semplice gioco: sono una porta aperta sull’enigma della vita.”

La mossa giusta di Jonathan Rowson
La mossa giusta di Jonathan Rowson

Vivere èvivere bene questo enigma.” Qui urge che ripeta il mio mantra preferito (d’origine materna): tótt i cuiòun ag ân la só pasiòun!

Jonathan Rowson èfelicemente perso nelle sessantaquattro case, ma al contempo in cerca di me stesso nel mondo circostante. Il ponte principale che collega questi mondi è la metafora e il significato metaforico degli scacchi è stata la storia della mia vita.” Anch’io amo questa figura retorica che in genere dice una cosa intendendone un’altra, ma spesso è così ricca d’antifrasi e d’ironia che non si capisce bene se l’invenzione che essa racchiude sia fatta più di cogente verità o di essenziale finzione.

La scrittura di Rowson è così simpatica che ho deciso di darti del tu, caro nativo di Aberdeen, Scotland. Devo dire che, nonostante l’origine, non hai badato a spese nella redazione di questo bello e ampio volume. Ogni riga mi farebbe commentare, ma ho deciso che non è né giusto né economico, soprattutto per me.

Alle metaforeci affidiamo per dare senso al mondo.” A prescindere da quello che credono i Geoviani, l’idea che Eva sia nata da una costola di Adamo, dà un senso all’interpretazione del mondo maschilista che fu e che in qualche modo ancora è. Non è la realtà, ma dà l’idea di una realtà fondandola su una finzione.

Rowson, tu parli di concentrazione, il volgere l’attenzione a un centro, per indirizzare a un punto soltanto tutta la nostra energia. Ricordo un episodio narrato da Krishnamurti. È su un’auto, insieme a dei sapienti filosofi che stanno come dei cani (accanitamente) discutendo su un argomento improbabile. L’autista ha una brusca fermata che impedisce per un pelo un incidente stradale. I filosofi, altrove concentrati, non se ne accorgono. Krishnamurti, che è attento al mondo, sì. Sarebbe un buon giocatore di scacchi? Oppure non avrebbe la necessaria capacità di concentrazione?

Ricordi certe tue partite di quando avevi cinque anni. “Per quanto ne so, sono ancora lì.”  Hai smesso di giocare in modo agonistico, eppure “penso a molte delle mie esperienze scacchistiche: mi appaiono vivide e ne sono in qualche modo intenerito; come se quelle versioni più giovani di me fossero ancora là fuori, in angoli insospettabili del tessuto della realtà, a giocare.” Ti capisco, pure a me capita, anche se quei ricordi si riferiscono ad altri istanti della mia vita che furono e che sono ancora vivi dentro di me.

La concentrazione consiste nel costruire un’alleanza tra le nostre diverse parti per raggiungere un qualsiasi scopo che ci siamo prefissi.” Sembra e forse è un’operazione di tipo bellico.

Parli deitipici problemi di noi fortunati abitanti del Primo mondo, e sono grato di averli. Ma in certi momenti, senza il rifugio della concentrazione offerto dagli scacchi, mi sembra che la vita mi si stia consumando, invece di essere io quello che la consuma.” Capita lo stesso a me.

Narri di alcuni compagni di prigionia che trovano negli scacchi un modo per evadere: “Quando giochi a scacchi, sei libero.”. Quando fai quello che desideri lo sei.

Frase di Umberto che Echeggerà nei secoli:Solo in vostra prigionia [il mio cuore, n.d.t.] gode la più sublime delle libertà.” Traduco: si è liberi quando si sceglie il proprio luogo di reclusione.

Libertà positiva:riguarda in ultima analisi la trasformazione della coscienza nel corso del tempo e per occuparci delle qualità coinvolte nella concentrazione.” Significapreferire gli scacchi alla TV, anche se è più probabile che la TV ci faccia ridere o ci informi, mentre gli scacchi comportano ore di faticosa concentrazione…”. Oggi è possibile, a qualsiasi ora, collegarsi a canali televisivi di tipo culturale che trasmettono programmi interessanti, non più e non meno del tuo libro che sto leggendo. Anche qui vale il mantra materno.

Ricevo vari libri al mese da leggere ed eventualmente commentare. Le chiamo reazioni, non recensioni e credo sia inutile che ti spieghi il motivo, l’avrai di certo compreso da te. Davanti a me ho una fila di una decina di libri che io chiamo: immediati, cioè i statepronticheadessotoccaavoi. Più in alto ci sono i cogenti (circa centocinquanta). In corridoio ci sono gli urgenti. In cantina (a padîr, che in reggiano non saprei tradurre: a farsi?) ci sono, mischiati, gli utili e gli indispensabili, prima o poi ovviamente). Poi ci sono i notevoli, gli interessanti, gli occasionali eccetera, ma questi dimorano in solaio. Il bello dei libri che, pur pieni di parole, se ne stano zitti finché non glielo diciamo noi. Talvolta capita che un cogente su faccia precedere da un occasionale, come non è a volte destino che un giovane sopravviva a un anziano. Ho deciso di anteporre a tutti questi quelli che ho ricevuto dalle case editrici, non solo in senso di rispetto, ma perché credo sia giusto così. Ma anche qui faccio delle anarchiche eccezioni. Fra i statepronticheadessotoccaavoi dimora da un mesetto Casa desolata di Dickens. Ti rendi conto? Ho preferito un fin allora a me sconosciuto Jonathan al sommo Charles! Sic transit gloria mundi! A volte sento che la mia scelta non sia priva di incertezze, e potrebbe essere errata. Ma attualmente è questa. Come diceva un certo Luigi, così è se vi pare!

Aut aut! – ringhiava Søren e non aveva tutti i torti. Prima o poi, poiché tótt à fîn, la sorte di quei mostriciattoli di cellulosa muterà, e io insieme a loro. Uscire con amici può diventare talora un problema, quando hai un sogno da realizzare, un compito da ultimare, qualcosa d’impellente nel senso esistenziale. Anche in questo caso, Aut Aut!. Il tuo libro già da ieri sera mi sta prendendo molto. Stamattina ti ho tradito con un (altro) amico caro di nome Roy. Oggi pomeriggio mi vedo in centro con un tale S.S.

“La vita ha fatto la sua mossa e mi ha portato va gli scacchi, ma il mio passato scacchistico permea tutto ciò che penso, non ultima la mia concezione dell’esperienza vissuta del tempo.” Mai dire mai, chissà chi l’ha inventata ‘sta frasina. L’ultimo è stato un certo Willie Peyote.

Lo ammetti: “… sono un ritardatario patologico. So che arrivare in ritardo è una specie di furto, perché significa rubare e rovinare il tempo degli altri, e una parte di me detesta farlo, ma psicologicamente spesso mi sembrata una questione di sopravvivenza.” Mi fai venire in mente proprio S.S.

“… si tratta solo di pochi minuti, ma sono sufficienti per darmi una sensazione di sicurezza.” – che il Signore ti protegga, ma a tempo ritardato…

Il tempo scandito dall’orologio”, come odio quella sveglia che porta sempre con sé il caro S.S.!, “creano la forma temporale che stabilisce il ritmo della sfida.” Tic tic tic tic!

Stiamo vivendo e morendo a causa del tempo, ma non sappiamo cosa sia il tempo.” Serve per scandire qualcosa, ma cosa? Julian Barbour, in The end of time, ha tentato di dimostrare che il tempo non esiste se non nel nostro cervello. Se ti capita di vederlo, salutamelo, e digli che un bel dì forse capirò meglio la sua teoria.

University of Oxford
University of Oxford

“… il tempo alla fine ti uccide, semplicemente perché il tuo tempo ha una fine; ma se scherzi con il tempo arrivando in ritardo, il tempo potrebbe ammirare il tuo spirito giocoso e farti vedere per sempre, perché sa che tu hai compreso la sua infinità.” Come si vede che hai studiato (“filosofia, politica ed economia all’università di Oxford”, hai scritto poco su).

S.S. è un accanito scacchista e non vedo l’ora di presentartelo, anche solo per scoprire chi arriverebbe più in ritardo. Mi ha coinvolto in sfide al vostro gioco preferito (un po’ anche il mio; dimenticavo: il mio maestro elementare è stato Enrico Paoli, che ha vinto tanti campionati nazionali quanto te, Gran Maestro Internazionale). Gli incontri avvengono (anzi, avvenivano, poi mi sono stancato di aspettare) la sera. Non più tardi delle 20:00, gli dico. Certo, Steve! Non so perché da anni ha anglicizzato il mio nome. Si presenta puntualmente alle 21:18, ovviamente scordandosi di giustificarsi, né io, conoscendolo, lo sprono a farlo. A volte sto in balcone ad aspettarlo, come se fosse un personaggio importante (e lo è, essendo un amico). Eccolo! È arrivato! Impiega solo sei minuti e dodici secondi a parcheggiare, non molto, dai. È, come di consueto, armato del suo odioso marcatempo. Cominciamo la tenzone. In mezzo minuto piazzo i miei pezzi. Lui ci mette un po’ di più, mai avuto fretta in vita sua, il ragazzo. Anche quando ci fu un terremoto, fu visto camminare lemme lemme a raccogliere una stampina inviata telematicamente alla fotocopiatrice. Dopo una mezz’oretta sono leggermente in vantaggio.

Il mio stile di gioco è simile alla mia lettura e scrittura: immediato. Pochi secondi ogni mossa. Il suo no, mica è scemo! Ci mette in media 12 minuti. Dopo un’ora e un quarto inizio a sbadigliare.

S.S. se ne accorge e allunga i tempi di reazione. Reggo l’attenzione krishnamurtiana fino alle 23:05, quando compio la mia prima sciocchezza. Facciamola breve: alla fine vince spesso lui, dopo che ho dominato fino a un quarto d’ora dalla fine. L’ultima volta che capitò, lentissimamente, S.S. ripose i pezzi sulla scacchiera, mentre a me scivolava un gomito per la stanchezza. Infilando nella borsa il marcatempo, l’infame sorrise. Anzi, sogghignò, peggio di quel Franti di deamicisiana memoria! Ovvio che di pomeriggio ho sempre avuto vita facile con lui. La sera no, è troppo lunga per me.

Io non dico nulla né a te, né a lui, ma sappiate che prima o poi mi vendicherò, mancandovi di rispetto. Non so ancora come, ma ci sto pensando da un po’. Conosco e stimo da anni S.S., e se non bastasse gli voglio bene. Gli ho accennato al tuo libro (sicuro che lui sarebbe corso a prenotarlo, come ha fatto regolarmente, coi suoi tempi) e al tuo assurdo elogio del ritardo e, da vero galantuomo, l’ho preavvertito che avrei parlato di lui. La cosa pare fargli piacere, pur conoscendo la mia beffardia, a patto che io dica tutta la verità e nient’altro che st’ineffabile illusione filosofica. Orbene, io sono un tipo verace, fin troppo. A scrivere di S.S. mi sono ispirato a due maestri un po’ difformi tra loro: uno è il Borges di Finzioni, l’altro è il Villaggio del Secondo tragico libro di Fantozzi. Ho forse esagerato nella mia descrizione dell’indole del mio amatissimo solidale? No. Sono stato letterariamente preciso e di più non so o non voglio dire.

Sir Walter Scott, George Bernard Shaw e Raymond Chandler hanno pronunciato sentenze di disprezzo nei confronti degli scacchi. Anche per loro vale il mantra con cui ho inaugurato questa mia reazione al tuo libro. Anche per te. Anche per S.S. Anche per me.

Non mi pento di un solo secondo passato a giocare a scacchi. Semmai mi pento di non aver giocato di più quando ero abbastanza bravo da poter migliorare ancora.” Non mi pento di un solo secondo passato a leggere. Non mi pento di un solo secondo passato a scrivere. Perché dovrei? Noi italiani ci pentiamo soltanto se abbiamo in previsione un’assoluzione e una promessa di vita eterna. Se incontrassi per strada il buon vecchio Giorgio Bernardo, quello che dei tre desta maggiormente la mia simpatia, gli direi: dear friend, non credi che anche la scrittura sia “uno sciocco espediente grazie al quale le persone pigre credono di fare qualcosa di molto intelligente”? Scacchi, dama, tressette, le lettere e le arti rientrano nei cosiddetti otii, che i latini contrapponevano ai negotii. Gli ozi diventano quasi sempre passioni irrefrenabili, che fanno sobbalzare i cuori, anche se poi cerchiamo di non esibirle al prossimo. Si tratta di giochi che l’uomo si crea al fine di sentirsi vivo e un po’ magico. Nulla di più.

Coltivare le patate, e venderle, a volte richiede un po’ di passione, ma quel che conta è mangiarle ed eventualmente venderle. Marx affermava che il sistema umano si basava sulla struttura economica. Verissimo. Una volta mangiato, si apre un ampio scenario di sacre inutilità.

Da alcuni anni, quando leggo un libro, cerco d’instaurare un conflitto bellico con lo stesso, a volte simulando, ma non troppo, di duellare all’ultimo sangue col suo autore. Il mio fine è capire, to dig, diceva Allen Ginsberg, di scavare intorno per vedere cosa c’è sotto. Di digerire l’oggetto che si è ingurgitato, come se fossi un cannibale. A che pro? Non lo so. Ma sento che è il mio scopo, almeno in questo intervallo temporale. Poi si vedrà. Per questo, amico Jonathan, non rimpiangere le tue scelte. Era Destino, che è un Quasi Fato in cui ci è permesso intrufolarci e variare le condizioni della nostra esistenza. Al fato neanche gli dèi potevano opporsi (essendo stato decretato chissà dove). Però ci si può non credere ciecamente, ma con un occhio serrato e l’altro spalancato. Il destino, da de + stinare, lascia a noi scimmioni nudi un certo margine di manovra. Un po’ come quei carcerati che trovarono negli scacchi fabbricati da loro stessi la possibilità di evadere in un qualche modo e di essere almeno un po’ felici. Tu intendi il gioco degli scacchi come una palestra, né più né meno come quella che è inserita in un’opera cartacea, come la tua, come le altre migliaia che stanno sonnecchiando nella mia casa, solaio e garage compresi.

E che ogni tanto si svegliano, quando io accendo il loro interruttore, sfogliandoli: “… alla scoperta e allo sviluppo della propria personalità, in cui ci si affina non tanto per la prossima partita, ma per la vita che sta al di là degli scacchi…” Tótt à fîn, però. Nel frattempo giochiamo pure.

“Questi problemi tanto gravosi, e altri ancora, sono tutti collegati; si manifestano come pattern nella posizione concepita nel suo insieme, ma la modalità in cui possiamo intervenire su di essi dipende dal modo in cui conosciamo, percepiamo e pensiamo.”

Jiddu Krishnamurti
Jiddu Krishnamurti

A pagina 18 anche tu citavi Jiddu Krishnamurti: “Guarda la battaglia in cui sei coinvolto; tu ne sei catturato, tu sei la tua battaglia.” Ho letto i suoi incredibili saggi esistenziali, in cui predicava di evadere dal conosciuto e di vedere la realtà così com’era, senza modelli. Senza pattern, ho capito. O no?

“Per riuscire a concentrarci dobbiamo essere nello stato d’animo giusto…”, esistenzialmente giusto. E citi Heidegger e i suoi Stimmungen, che “sono il mezzo attraverso il quale si manifesta il nostro esser-ci, il nostro trovarci nel mondo…” A me questa frase non va giù. Non la capisco, probabilmente, ma la differenza fra essere ed esser-vi mi pare un’amena assurdità. Il piccolo io di Heidegger, il tuo, quello di S.S, e il mio, e tutto il resto, appartengono a quella singolarità che era/esisteva, prima della grande fuga, espressione che preferisco rispetto a big bang. Nulla di quel che è, è venuto dopo. Tutto è mutato allora. E sta cambiando attimo per attimo, particella per particella, stato per stato, noumeno per noumeno, fenomeno per fenomeno. Ignoro se noumeno sia uguale a fenomeno, quindi non so se le ultime due espressioni siano equivalenti. Nonostante che d’estate sia in villeggiatura per un paio di mesi a Pisciotta, ridente località a una decina di miglia da Elea, non so se Parmenide tenesse ragione. Ah, per Julian il tempo è un quasi infinito file da cui pendono innumerevoli stati quantici del cosmo, e questo è il motivo che il tempo non esiste, ma che ogni attimo coesiste con tutti gli altri. Al di là di questo, non credo che il cosmo sia più di quel che sono io. Io sono il mondo o null’altro. Mi va bene anche la seconda ipotesi.

Se io non fossi il mondo, preferirei sparire. Considerato che io sono qua, io sono il mondo.

E poi arriva, buon ultimo, Hilary Putnam che, in Ragione, verità e storia, si chiede che certezza abbiamo di non essere altro che dei cervelli in una vasca che credono di esistere. Più che altro, m’hai fatto venire voglia di leggere il secondo libro di Martin (che per un punto perse la cappa, detto inspiegabile per uno scozzese), dopo Che cosa significa pensare, che ormai giace in fondo al pozzo dei miei ricordi. Prima o poi lo divorerò.

“Gli scacchi ci tengono per ore”, ci trattengono, “in uno stato in cui viviamo intensamente l’esperienza di un flusso di pensieri seducenti che scorre in noi.” Sono una specie di droga, anche se tu lo chiami “orgasmo diffuso, prolungato e assolutamente silenzioso.” Sto pensando all’etimologia di orgasmo: dal sanscrito ûrg’âs, gonfio, pronto a traboccare. Bisogna poi vedere in quale lato della tastiera andrà a spillare.

“La forza degli scacchisti davvero forti sta esattamente nella loro capacità di indurre gli altri giocatori forti a giocare al di sotto della loro forza effettiva.” Il pensiero corre sempre all’interminabile parcheggio di S.S.

Questo Magnus (nomen omen) Carlsen è l’attuale quasi invincibile numero uno, a quanto mi narri.

Egli agisce anche psicologicamente, “come fa un pugile quando domina l’avversario attraverso il semplice contatto visivo, prima ancora di sferrare un colpo”. Non lo vorrei avere come condomino.

“Nella maggior parte dei casi il successo significa sacrificio.” Lo diceva anche il mio maestro di judo: per far perdere l’equilibrio all’avversario, devi rinunciare un po’ al tuo.

“… le ferite che ci portiamo addosso potrebbero essere la parte migliore di noi…” – quella che più conosciamo, dove il nostro corpo ha già reagito vittoriosamente.

Parli dell’unicità di ciascuno di noi. Sento che è il discorso più difficile, che più dolorosamente può penetrare nell’anima di chiunque.

“A volte accettare che non possiamo essere i migliori tra i migliori è esattamente ciò che ci permette di essere il meglio che possiamo essere.” Ognuno di noi ha il suo percorso, il suo sentiero, il suo racconto, il suo labirinto. Che non sempre è il più sontuoso, ma è il tuo.

Enumeri le sei qualità di Magnus. Le sintetizzo: 1) errare pochissimo 2) essere a suo agio in guerra 3) essere certi di sé 4) agire a 360 gradi con la solita perizia 5) avere il senso del tempo 6) valorizzare la sua energica giovinezza. Mi sembrano le qualità di un Alexander Magnus, che non invidio perché era epilettico, con gli occhi bicolori e soprattutto perché è morto che era poco più che guaglione, quand’era al culmine della sua storia e non lo sapeva.

Voler combattere per vincere “fa nascere in te il sentimento dell’onore, un valore forse antiquato, ma che non dovrebbe essere dimenticato.” Quello di Achille e di Ettore, entrambi morti giovani.

Robert M. Pirsig
Robert M. Pirsig

Ripenso a Pirsig e alla sua metafisica della qualità, dove l’idea ha il compito di distruggere, per poi ricostruire, in un conflitto tra forze statiche e dinamiche. Uscire, colpire, rientrare, pazientare, ri-uscire, ri-colpire, ri-piegare, e via di questo passo. Io preferisco Ulisse, il più piccolo dei greci: zicu e male incavatu, dicono a Pixuntum.

“Il calcolo è un requisito fondamentale per sviluppare un’abilità tattica avanzata…”, per cui il grande stratega non solo vede, ma soprattutto prevede.

“Il senso di vergogna che si prova per la propria inferiorità può essere superato grazie ad altre qualità del carattere…” e volgendo le proprie mire ad altri indirizzi di vita (occorre sempre ripetere il mio mantra materno).

“… non è cercare di risolvere il problema, ma lasciare che sia il problema a ‘risolvere te’.” Discuto (forma di cortesia in luogo di obietto): lasciare che il problema e te entrino in comunicazione fra di loro.

“… non è affatto chiaro dove finiamo noi e dove inizia il resto del mondo…” – anche il resto del mondo lo ignora.

“… c’è lo sviluppo del rapporto con qualcosa che è assolutamente ‘altro’ da noi, qualcosa grazie al quale e per mezzo del quale cessiamo di essere un ego che cerca di vincere e di affermarsi e diveniamo un’anima che cerca casa.” Che tenta di individuare “l’anello che non tiene, il filo da sbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità”, come cantava Montale in I limoni. Quel benefico segno che ci permette di individuare il nostro destino nel mezzo del fatale caos.

Quando parli di quella combustione spontanea che può annichilire (qualsiasi ente, compreso noi), intuisco che sopravvivere, per un uomo, è rimanere allo stato solido. Come se gli altri stati fossero innaturali. Questa follia la chiamiamo in tanti modi, Cultura ad esempio, oppure Storia, sempre con quell’ottimistica Maiuscola che pare indicare l’Eternità.

Blunder, cioè svarione. Il maggior responsabile delle sconfitte (ripenso sempre al nottambulo S.S.).

Magnus è lo scacchista che meglio sa attendere il blunder altrui.

La frase di Brian Wall: “Gli scacchi non fondamentalmente una lotta tra il dolore di perdere e il dolore di pensare” – tra Śiva e Visnù. È anche la solita alternanza di massa ed energia. La prima costa fatica, la seconda promette una catarsi fatta di libertà. Pensare significa pesare, perdere (gravità) significa volare Altrove. Vincere significa scegliere la sofferenza che pare più eterna. Perdere è imboccare la prima via di fuga.

“Spesso giochiamo al massimo delle nostre possibilità quando ci sentiamo liberi di goderci quel che accade.” – forse che Magnus goda non più intensamente, ma soltanto più a lungo?

Il quieto vivere è importante, ma non si armonizza con la sublime bellezza del gioco, una bellezza che nasce dall’incontro esistenziale con il rischio e la morte.” S.S. questo lo sa, ma forse ignora cosa sta rischiando.

La tua prosa è eccitante e mentre ti leggo non vedo l’ora di finire il capitolo, per scrivere queste amenità. Quando sto per chiudere questa seconda sezione delle otto previste (ognuna divisa in otto paragrafi, a mo’ di scacchiera con 64 caselle), sento improvviso il disgusto di doverlo fare.

Ma se non lo faccio io, chi lo farà? S.S.!? Ma quando? Io amo scrivere, ma mi rode farlo. Il lavoro nobilita, ma la fatica abbruttisce. Come capisco i conterranei di mia moglie (amalfitana) che dicono vado a fatica’! I reggiani invece mettono il lavoro dappertutto, mo che brótt lavòur!, mo che bél lavòur ân fâtt! – quel che conta è l’eticità del lavoro e non il suo giudizio estetico. Quando Montesquieu passò per Reggio Emilia non fu meravigliato da chiese e palazzi, ma dalle vie ampie e dal lavoro di tanti solerti artigiani. Per me scrivere è partorire, e la cosa non mi fa impazzire, anche perché è inevitabilmente fastidiosa. Per S.S., scrittore indefesso, è come fare una doccia (sic!), e dice: A me non sempre va di farla, ma quando sono sotto il getto d’acqua allora mi sento rinascere! Io no. Mi sento e’ mori’! Però lo devo fare e lo faccio, proprio in nome di quel sacrificio di cui si parlava poc’anzi. Una donna che ha le doglie non vede l’ora di conoscere la creatura che rappresenta la fine del travaglio e del parto che, per quanto doloroso, rappresenta l’inizio della fine dell’atto creativo. Poi, come sai a tue spese, cominciano i nuovi stress. Figli piccoli problemi piccoli, figli grandi…

Ho deciso che gli scacchi non fanno troppo per me, il tuo libro sì. L’abbrivio della terza sezione si può sintetizzare con la domanda: siamo noi sistemici o lo è il cosmo? Che differenza c’è fra i due sistemi? Dici che giocare a scacchi èestremamente difficile e assolutamente esasperante. Farai sicuramente un sacco di errori madornali ed è probabile che ti sentirai un idiota, ma ne andrai pazzo…” Ci credo, ma esiste per me un sistema ancora più affascinante, altrettanto assurdo e improbabile, ed è quello verbale, che permette di costruire strategie non meno inutili e pedanti. Che, come tutte le droghe, dà assuefazione.

Jonathan Rowson
Jonathan Rowson

Affermi che tutto è relazione,interdipendente”. Poi aggiungi che “non siamo al centro dell’universo”. La cosa strana è che pare che, essendo tutto collegato in una maniera equamente interdipendente, non esiste un centro del cosmo, ergo: tutto è al centro e nulla lo è.

E la cosa più importante è che il modo in cui reagiamo all’interazione di tutti questi elementi è intrinsecamente imprevedibile.” –  quel che ci aiuta a intuire dove va a finire la particella quantistica, è il calcolo delle probabilità.

“Fondamentalmente, l’insegnamento non consiste tanto nel trasmettere la conoscenza, quanto nel modellare un modo di essere, una sensibilità; un sentimento e una disposizione di natura viscerale e allo stesso tempo cognitiva.” Paoli, uno dei più noti scacchisti italiani, autore di numerosi libri sull’argomento, pur laureato in economia e commercio, scelse di insegnare alle elementari, fu il mio primo Grande Maestro. Di lui ricordo tanto, ma ti voglio solo dire che mi insegnò ad amare la ricerca e mi trasmise l’amore per la conoscenza. Di lui rammento questa frase, poco prima che suonasse la campanella: Anche oggi abbiamo lavorato come negri! Quel giorno rincasai soddisfatto.

Un altro mio Grande Maestro fu del tutto eterogeneo rispetto a Paoli: Henry Miller, che non fu il più geniale scrittore che abbia letto, ma con I libri della mia vita mi convinse che la lettura e la scrittura erano parte integrante e fondamentale della mia vita.

Sintetizzo il paragrafo 21: errare significa capire le ragioni dei propri errori, altrimenti sbagliando non s’impara. Non smettere mai di voler imparare significa aver la consapevolezza della propria ignoranza, l’unica (quasi) certezza che ho. Quel (quasi) è un’àncora a cui non rinuncerò mai, perché senza di esso rientrerei in un’assolutezza a cui non tengo, e mi perderei nel Nulla.

Tornando a un discorso precedente: quel quasi è il velo che m’impedisce di scorgere il Tutto, e al momento mi va bene così.

Il paragrafo 22 è intitolato Noia. Alle tue citazioni di definizioni altrui aggiungo la sensazione che ho tratto leggendo Baudelaire: l’Ennui è la sua paura di non essere più stupito da Nulla. Non è quel Nulla che lo annoia, ma è la sua paura che lo tedia. Per Leopardi la noia è l’assenza di passioni, che l’uomo di ingegno sa scoprire e dal cui vuoto intende uscire. È un segnale dell’esperienza, che ti permette d’individuare il tuo cammino futuro, per dirla in senso scacchistico, la tua mossa successiva. At dà ‘na môsa, si dice in arşân, il dialetto delle mie parti.

Mé a sûn mia un brót mas-cétt, a sûn brót ma s-cètt. La soluzione è, come al solito, all’ultima pagina.

Il quarto capitolo non mi ha consentito alcuna sottolineatura. Dici tutto tu. Ti sintetizzo e giudico. Rassegnati: il gioco degli scacchi non rientrerà per qualche tempo in quelli olimpici, non per le questioni che hai detto e criticato, e su cui hai ironizzato, ma perché non è ancora occorsa la necessità politica ed economica. Le gare di Judo hanno esordito non credo a caso alle Olimpiadi di Tokio del 1964. Il Taekvondo esordì, come sport dimostrativo, a quelle di Seul del 1988. Le questioni che poni valgono anche per il gioco delle bocce, il bowling, il bridge e lo spicinfrin (scopa con l’asso e altri ammennicoli). Nonché per il gioco della piastra, a cui ti sfido ufficialmente quando ti porterò sul greto del torrente Dolo a Civago.

Sono gli scacchi uno sport da élite? Sì, finché non saranno giocate nelle strade di Scampia. Non a caso è tanto in auge in Russia, dove le gelide giornate inducono al raccoglimento casalingo, accanto al focolare e a una scacchiera.

Se costi di più un pallone o una scacchiera, rientra nelle variabili esistenziali. A Murano ne vidi una di cristallo che costava come un mio stipendio. Con una palla, anche scalcagnata, possono giocare in venti tutti insieme, con una scacchiera solo in due. La prima conduce a una socialità a volte rissosa, la seconda a un nudo e crudo individualismo. Vero è quello che dici: è un gioco (o uno sport: per me i termini sono sinonimi) che permette a tutti di imporre il suo valore, a prescindere dalle qualità fisiche, senza questioni diverse dall’intelligenza e dallo studio. L’importante è non avere la febbre e qualche disagio similare. È la donna pari all’uomo, in riferimento al tuo sport preferito? Si potrà dire solo quando in Georgia la percentuale di giocatori e giocatici sarà intorno al 50%. Ora il numero delle agoniste femminili risulta essere attestato intono al 30%. Occorre che l’uguaglianza sia rispettata anche fuori dall’ambito scacchistico. È una questione di tradizione, che spiega anche la frase non brillante di Margaret Mead: “Le donne potrebbero essere brave a scacchi quanto gli uomini, ma perché dovrebbero volerlo?Il che significa che il condizionale è d’obbligo, e che forse mai diventerà un indicativo, se non cambia la mentalità in entrambe i cosiddetti gender. Nel frattempo, inserisci quell’antropologa yankee nell’Indice dei Nomi, prima che qualche femminista non consenziente se ne accorga!

Intanto rifletto su un’affermazione che ho sentito una volta e che attribuisce alla donna la responsabilità di voler tramandare, con l’educazione, le differenze operative tra i due sessi. Ai miei tempi, durante le ore di applicazioni tecniche, noi maschietti dovevamo occuparci di attività manuali che venivano talora definite aggiustaggi, con utilizzo di attrezzi artigianali. Alle femmine veniva insegnato l’uncinetto. Ora la materia è chiamata tecnologia ed è paritetica. Per colmare le differenze, ora serve che entrambi i genitori insegnino le loro abilità ai figli senza distinzioni di sesso. Poi si vedrà.

Mi stupisce il fatto che, a quanto tu dici,il lavoro fu per il 95 per cento al computer…”, e si sta parlando della preparazione di un tuo amico a un torneo di scacchi “al vertice”. Quando i tuoi colleghi ti dicono “Oh, Jon ha un solo core”, alludendo al tuo vetusto computer, tu ti senti “come se fossi arrivato alla frontiera di un paese sconosciuto solo per scoprire che il mio passaporto non era valido.” Faccio fatica non a capire, ma a interiorizzare un fatto ormai certo: “… la supremazia del computer fu tale che…”, ormai non c’è trippa per gatti umani, ma solo per quelli cibernetici. I paragrafi successivi mi fanno temere che presto ci saranno tornei fra computer, tenuti sulle ginocchia di umani orgogliosi della loro creatura. Sarà un po’ come quello che accade nei manga dei Pokemon: Charmander vs Bulbasaur.

Da parte mia vorrei affrontare il mio alter ego Psyduck, che ho sempre avuto un gran desiderio di conoscere. Sento che una partita con lui, sarebbe più equa che con S.S.

Gli algoritmi sono stati creati dagli esseri umani, ma imparano e si aggiornano sempre di più e in modo sempre più automatico.

Ne Il software del linguaggio il linguista Raffaele Simone, spiega come l’uomo sappia inventare algoritmi molto complessi, rispetto alle bestie. Danilo Mainardi, in L’animale culturale, scrisse, svariati decenni or sono, che l’uomo è l’unico animale in grado di costruire attrezzi in grado costruire altri attrezzi. Quindi anche algoritmi che costruiscono altri algoritmi. Questo è, a mio parere, la linguistica e ogni sorta di scienza umana sviluppata in quel tragicomico cervello da scimmia nuda. Anche quella degli scacchi. Col computer l’uomo sa costruire algoritmi che ne producono sempre di nuovi. O tempora o mores! Nulla è meno umano e più umano degli algoritmi!

Le avventure di Pinocchio
Le avventure di Pinocchio

Tu citi tantissime frasi di variegati autori: non è utilizzo abnorme di algoritmi, il tuo? Parli di Pinocchio di Collodi, come di un individuo che prende coscienza del suo compito esistenziale, che va al di là del suo egoismo. Anche in questo caso, dico: nulla di più umano e di meno umano di Pinocchio. Lo citi come esempio di eticità in grado di fronteggiare umanisticamente l’avanzare dell’automatismo telematico.

“Gli esseri umani sono più simili agli animali che agli algoritmi…”: per i motivi suddetti, sono contraddittori come Pinocchio.

Ti rammarichi ogni trentadue pagine di aver abbandonato la carriera di scacchista. Io ero un accanito giocatore quando ero un ragazzo, poi ho scelto altro. Ho scelto, ho detto. Come hai fatto tu. Non me ne sono pentito. Ammiro in te, tra le altre cose, lo humour:Per una serie di ragioni che è meglio restino tra me e le mie cinque psicoanaliste donne, sono sempre stato fin troppo rilassato sul sacrificio di donna e…” – anch’io, ma non dirlo a quell’arpia di mia moglie.

Il sesto capitolo è quello più connesso a… non so a che cosa. A te? Al tuo legame con gli scacchi? Al tuo distacco da essi che è occorso a un certo punto della tua vita?

Una cosa ammiro di te ed è la tua sincerità, anche quando parli dei gravi problemi di salute di tuo padre, a cui sei molto legato e al contempo, mi è parso d’intuire, irrimediabilmente disgiunto. Io ho un affine di primo grado che ha problemi simili e posso dire che, fra lui e me, non saprei dirti chi sia il più dissociato. Sono arrivato alla conclusione che lo siamo ciascuno a modo suo, ed è per questo che siamo tanto legati. Il giorno della Festa della Mamma di qualche decennio fa, egli chiamò la mia per farle gli auguri, dicendo che ormai solo lei teneva come genitrice. Una frase commovente che solo un bipolare poteva pensare di dire. O sono questi soggetti diversamente sani, oppure siamo noi a essere diversamente malati di mente. O un misto panna delle due cose.

Di tante cose parli, a ogni paragrafo, e prima o poi, magari nell’ultima frase, prende forma la sinapsi che si collega agli scacchi. Non importa. A me interessa quel che stai cianciando, perché riguarda anche me, anche S.S., nonché qualsiasi lettore che abbia avuto almeno un problema nella sua vita (dovrebbero essere circa otto miliardi di bestie gementi).

Gira che ti rigira, torni sempre a quella che è la questione principale. Eri un promettente scacchista, che girava il mondo a inseguire trofei, e intanto ti godevi, insieme alla tua giovinezza, le bellezze di luoghi affascinanti, e ora sei qui, fermo nella tua nuova condizione di intellettuale professionista e sembri domandarti se sei o no felice di essere quel che sei? Che pare e forse è una domanda assurda. Se uno se lo chiede, non lo è. Chi è felice mica se lo va chiedendo.

“Siamo una cosiddetta ‘coppia mista’ da così tanto tempo che ormai tendiamo a dimenticarcene, ma il mondo trova sempre il modo di ricordarcelo.” Quando conobbi mia moglie campana, alcuni fra i miei amici e parenti rimasero perplessi. Ricordo con gioia le saggissime parole di mia mamma che, per sdrammatizzare, disse: l’importante è che si tiri fuori di casa! Avevo già trentatré anni ed era effettivamente ora che mettessi su famiglia. Sarà successo anche a te, immagino. Da allora è lei che ha sempre gli scacchi bianchi o color panna a dir si voglia. Del resto c’è bisogno di una che sappia comandare. Il problema vero sono io che non sono troppo capace di obbedire. Lo faccio soltanto quando credo nell’ordine che ricevo. Tutto il resto sono chiacchiere (e bisticci).

Alla fine del capitolo, torni ancora alla questione: “… è senz’altro più facile sminuire l’importanza degli obiettivi che ci si era prefissi o immaginarli di poterli ancora raggiungere, invece di accettare quella che nella maggior parte dei casi è la pura e semplice verità: sì, gli obiettivi che avevi sono importanti. E sì, sei riuscito a raggiungerli solo in parte. Il che significa: sì, in parte hai anche fallito.” Il che significa che parte del solito gatto del solito Schrödinger è rimasto in casa con un brutto mal di pancia, mentre l’altra parte è corsa felice in giardino, a rincorrere un suo sogno, riuscendo a realizzarlo. Sento di averti compreso: sei diventato parte di me e chissà se un giorno ricambierai l’esperienza.

“Scrivere questo libro mi ha aiutato a capire che il lieve dolore del rimpianto non andrà via, ma ora sono in grado di accoglierlo come qualcosa che è unicamente mio.”

Il titolo del sesto capitolo è Verità e Bellezza, col sottotitolo C’è un altro mondo, ed è in questo mondo. È il punto culminante della professione di una religione che ho sentito adombrare in ogni tua parola che ho letto. Non c’è nulla di male, in questo. Speriamo che ci sia qualcosa di bene. Questa è la differenza fra noi due. Tu sai e io no. Socrate sapeva di non sapere. Io non so nemmeno se so, in qualche piega del mio essere, in quella cosa che alcuni chiamano, oppure psiche.

Niccolò Tommaseo quasi due secoli fa scrisse Fede e Bellezza, la tragica storia di due amanti molto idealisti, che fanno una pessima fine, probabilmente non del tutto meritata, essenziale ai fini della storia. Per me non c’è alcuna differenza ontologica fra Fede e Verità. Per accedere alla seconda occorre la prima. Sono due attimi del medesimo atto, due punti unidimensionali della medesima retta. Chi non ha Fede, non raggiunge la Verità. Questo dice il nostro credo cristiano: occorre credere, convertirsi, con-fidare in Dio. Il tuo Dio è racchiuso in quella scatola con 64 caselle di due diverse tinte, Yan e Yang, Śiva e Visnù, 0 e 1, acceso e spento, massa ed energia, bianco e nero.

Levitt e Friedgood, gli ennesimi autori che citi, riassumono i quattro elementi principali delle teorie delle estetiche degli scacchi:

1) il paradosso: la sorpresa che debilita l’avversario;

2) la profondità: la capacità di vedere lungo;

3) la geometria: la visione dei rapporti fra gli elementi, i luoghi;

4) il flusso: il saper cogliere lo scorrere del tempo.

“La bellezza, negli scacchi, non deriva dalla stimolazione sensoriale, ma è qualcosa che svela la logica nascosta e l’armonia del mondo, suggerendoci ciò che potrebbe significare la nostra vita.” Il Tao, la via da percorrere, quel che si può percorrere anche senza la Fede, ma che è essenziale saper cogliere se si aspira a cogliere la ragione che è dentro di noi e all’esterno della nostra anima. Come se si fosse in grado di percepire il fuori e il dentro di quel che è ineffabile. Io non credo, ma spero, contando di sfidare ogni tanto S.S. (e forse anche te) e di scaraventarlo a terra (proiettarlo direbbe un judoka).

Discuto la frase di Valéry che premetti al tuo ottavo e ultimo capitolo: “Bisogna essere leggeri come un uccello, non come una piuma.” Innanzitutto non bisogna essere, ma si è naturalmente.  Le piume sono leggere come piume, perché così è. Noi siamo come noi siamo. Ora citi Valéry che suggerisce, intuisco, che occorre essere sia leggeri che pesanti, a seconda della situazione. Essere veloci come struzzi (in moto o in bici), oppure accorti a quel che spunta sul terreno, come pollastri, frenetici come colibrì, oppure volatili e concentrati come aquile. Sono similitudini, non realtà. L’importante è saper gestire se stessi, a seconda dell’evento.

Più azzeccata, anche perché più spiegata, la posizione di Kundera: il fardello esistenziale ci tiene più collegati alla terra, ma la sua assenza “fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria”, per cui il grande scrittore si chiede se conviene la pesantezza o la leggerezza. La gravitazione o la forza elettromagnetica, la luce? Ambedue le interazioni costringono la materia a seguire degli ordini la cui logica sfugge. Il buco nero attira tutto, anche la luce, ma quest’aspetto mi pare soltanto un’illusione, non avendo il fotone massa, oppure un mistero. Solo quel bosone sciocco e scintillante è in grado di gestire lo spostamento degli elettroni da un livello all’altro, per cui sono indispensabili a far vivere e a differenziare la materia. Fiat lux!

Mr. Nobody
Mr. Nobody

Ci sono due teorie della fine dell’universo. Il big crunch permetterebbe di riformare le condizioni che hanno dato il via al big bang, facendo tornare tutto indietro. Tu citi anche titoli di film. Prova a vedere Mr. Nobody. Il secondo principio della termodinamica indicherebbe invece un’altra logica: tutto deve disperdersi nello spazio (quasi) infinito, in cui ogni particella è ridotta a se stessa e nulla più, immota, priva di energia e senza alcuna relazione con l’Altro, gelida come più non si può.

Sto pensando alle piume e allo struzzo di Valéry: colà si equivarranno. Ci mancano non solo i dati, ma la ragione che li ha prodotti. Subito dopo il big bang, lo spazio si è espanso a una velocità incredibilmente alta, maggiore della luce, superando la quale la materia torna indietro nel tempo.  Ma non in quel caso, perché era lo spazio che correva, non la materia. Così dicono, ma tu capisci cosa significa? Io no. Nessuno è in grado di farlo. È già parecchio che si riesca a visualizzare in modo goffo e approssimato quello che è successo. Tutte le altre questioni, anche quelle che ti poni, vengono dopo, e sono illusorie, prive della nostra logica.

“Se la coscienza è un’illusione, che cosa non lo è?” – solita risposta saggia: boh?!

“Il significato del sacrificio” è la tua 62esima casella. Ne mancano due al congedo. Lo stesso senso che si ha nel judo, come scrissi all’inizio di questa mia reazione. Io do una cosa a te per prendere tutto te.

Ora mi devi aiutare. In un programma di qualche anno fa, Chessmaster 2000 mi pare si chiamasse, erano riprodotte alcune partite celebri, fra cui la cosiddetta Immortale, appellativo che poi (anche nel tuo libro) ho visto riferire a un’altra, probabilmente ancora più tale. No! Nessun bisogno d’aiuto, l’ho trovata su quell’illusorio prodigio che è Google: Lasker’s Immortal, England 1911, Dutch Defense. Edward not Emanuel, says the che speaker. Emanuel era quello bravo, Edward quello scarso. Non ho una cultura scacchistica degna di questo nome, ma il sacrificio della Regina che porta il Re avversario a sbandare da tutte le parti fino a farsi trafiggere dalla torre, mi pare un miracolo eccelso dell’ingegno umano. Come i quadri di Escher!

Mircea Eliade definiva lo spazio sacro come il luogo dove accade l’incontro del Divino con l’umano. Io però non so se il Divino è, oppure se ad essere è la Fandonia. Io conosco un’equazione che sancisce qualcosa di simile al sacrificio: E = mc2. Tutto si trasforma mentre scorre. Nessun cambiamento (nemmeno quelli previsti da I Ching) è definitivo. Il fatto più sorprendente è che più la particella è massiva, meno è duratura, per una sorta di giustizia cosmica. Chissà perché.

“Il sacrificio, al contrario, riguarda più lo svuotare che il riempire, più il donarsi che il restare saldamente attaccati a ciò che siamo e a ciò che abbiamo.” Questo spiega il martirio dei santi e la disponibilità di un genitore a impiegare il suo tempo, non a gettarlo!, per fare felice la sua prole.

“Il tempo che si investe nel gioco è un sacrificio per raggiungere quei momenti profondamente appaganti in cui ci si dimentica di sé e ci si realizza.” Quando ci si dimentica del tempo, perché noi siamo il tempo (o sentiamo l’illusione di esserlo).

Tua frase inaccettabile:Ogni partita termina con la morte di uno dei due re, con il quale ciascun giocatore si identifica per proiezione, e ogni partita è come l’inizio di una nuova vita e di una nuova storia.” Per tutto (stavo per dire il tuo romanzo), per tutto il tuo libro fatto di memoria e di filosofia, non fai che ripetere che spesso conviene la patta a entrambi i giocatori (come capitò a Spasskij e a Karpov, ricordi?) e ora mi dici questo? E se fosse la necessità della patta il segreto primo e ultimo della vita?

E ora tocca al tuo senso di colpa: “Muovere questi pezzi su e giù per la scacchiera? È questo quello che dovrei fare?” Non so come sia la tua frase originale. La traduzione indica un’assurdità: è questo quello? Si tratta di una separazione fra questo che mi capita e quello che mi dovrebbe succedere. La risposta alla tua domanda potrebbe essere: anche, se vuoi. L’importante è esserne consapevoli.

Dopo la sessantaquattresima casella, segue (questo è… ovvio, direbbe Totò) la sessantacinquesima, Andare avanti.

“Nelle rare occasioni in cui lancio le monete e disegno le linee non cerco di conoscere il futuro, perché non credo che il futuro possa essere predetto in questo modo.” Pare che ci siano due metodi affidabili, ma non certi: il buon senso, perché da un pòm a n pól mia našêr un pîr e chi nasce tondo non muore quadrato; e poi c’è la matematica, che assomiglia a quel principio divino a cui alludeva Einstein, che permette di predire le probabilità di un evento, dalla particella all’oggetto macroscopico, che (altro mistero) è composto da particelle, ma che sembra seguire un itinerario più certo, anche se relativistico.

La matematica però è la scienza più esoterica! Esistono i numeri reali, 4, 5, 6. Poi quelli immaginari, che sono i reali moltiplicati per l’unità immaginaria (un esempio è dato dalla radice quadrata di un numero negativo). Poi ci sono i complessi, dati dall’unione delle due specie. Ebbene, la teoria quantistica acquisisce un suo senso solo utilizzando questi ultimi. L’immaginazione al potere, dunque, purché sia assurda!

Occorre infine tenere sempre a mente il vecchio adagio: errare humanum est et perseverare autem magis humanum (diabolicum).

I tuoi Ringraziamenti durano soltanto quattro pagine. Da te mi aspettavo qualcosa di più. Come scrittore dai assuefazione, come il buon lambrusco. Ora ho intenzione di andare a farmi disintossicare. Come effetto collaterale da non trascurare è la mia decisione di rispondere finalmente alle pressanti richieste di S.S. di continuare la nostra eterna disfida, ma alle mie condizioni. Ora mediterò con calma (si fa per dire) quali potrebbero essere, e saranno sicuramente inaccettabili. Per finire la traduzione: Non sono un brutto maschietto, sono…

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Jonathan Rowson, La mossa giusta, Garzanti, 2021

 

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