“La meraviglia del poco” di Franco Pagnotta: il dono infinito di narrare col cuore in mano

Franco Pagnotta, Filandari (VV) 1951, dal 1977 docente di Lettere prima nel Bresciano e poi di nuovo nella sua Calabria. Giornalista pubblicista, dal 1997 collabora col Quotidiano del sud. Fondatore e direttore del “Gruppo teatro ruspante”, per il quale ha scritto commedie in vernacolo.

La meraviglia del poco di Franco Pagnotta
La meraviglia del poco di Franco Pagnotta

Ha pubblicato le raccolte di poesie Lapilli (Apeiron Brescia), U Natali d’u zi’ Jennaru (Frama Sud), i racconti C’è un posto in ogni paese e Indecenza della docenza (Periferia, Cosenza), edizione rivista e ripubblicata nel 2018 col titolo Il docens praecarius e le sue sottospecie (Thoth Edizioni di Mario Vallone). Nel 2015 ha pubblicato Gli anni dei sogni brevi (Thoth Edizioni).

Dopo la lettura e la recensione de Gli anni dei sogni brevi, ho sempre serbato insieme all’apprezzamento per l’uomo e lo scrittore, anche la speranza che quel suo narrare mi potesse ancora regalare altre viscerali emozioni. Ebbene, l’attesa di qualche anno non è stata delusa.

La meraviglia del poco (Mario Vallone editore, 2020) è davvero “il libro della meraviglia” di quello sguardo stupefatto e innamorato della vita, della propria terra, delle radici, del mondo, di quel tutto che per un bambino degli anni Cinquanta del secolo scorso, nel Sud profondo di bellezze e miserie, era davvero poco o, meglio, un tutto fatto di poche cose e semplici.

La presentazione del prof. Pasquale Mazzeo ci accompagna dentro i venti racconti di Pagnotta che sono un tutt’uno, un unico sentire, un’unica storia di popolo, di genti del Sud a sud e poi al Nord e poi in America. Storia singolarmente e intimamente, personalmente vissuta e narrata, ma storia nella quale molti di noi sapranno riconoscere abitudini, modi di vivere, vicissitudini che hanno toccato in qualche modo le nostre famiglie, i genitori, i nonni, qualche parente o conoscente.

È infinitamente preziosa questa narrazione che è storia d’Italia e degli Italiani, del Meridione in primis. È lettura lucidissima, limpida e pura come acqua di sorgente, di fenomeni sociali e culturali, oltre che economici. E ci fa più vicini a sé l’Autore in un racconto di cose personali, intime, d’affetto, come le vicissitudini familiari, narrate quasi sempre con un “noi” più che in prima persona singolare, perché il vivere in quei tempi difficili era primariamente condivisione, del poco e del niente.

Non avevamo niente, ma le tasche dei nostri pantaloni e delle giacche erano sempre piene (…) piccole cose, ma per noi erano il nostro tesoro.”

E quel noi erano quasi sempre “piccoli ragazzi di paese sporchi di terra e di povertà”. La guerra, le braccia giovani e forti del padre e degli altri giovani italiani strappate alla terra, alle famiglie, alle promesse d’amore… il ricordo della dignità paterna, del senso di abnegazione al lavoro, duro, durissimo, prima nei campi a fine conflitto, poi nella prima migrazione a Milano, per assicurare un futuro migliore ai figli.

Il tempo scandito dalle stagioni, dai giorni ordinari e da quelli festivi e i pochi rarissimi lussi concessi in occasione di un matrimonio, un fidanzamento, una Prima Comunione. I sacrifici per farsi l’abito buono, quello delle grandi occasioni, ma anche le fasi della crescita di ragazzi e ragazze, i primi palpiti del cuore e gli amori rubati dalla povertà che allontanava verso il nord o all’estero intere famiglie, prime promesse d’amore infrante, nuove vite, sulla scia delle canzoni che intanto il juke box iniziava a mandare, scolpite nei ricordi di una, due, tre e chissà quante altre estati.

“Era un mondo di uomini, animali e santi, insomma, quello che circondava le nostre giornate fatte di terra, scuola e bottega, dove tutti camminavamo assieme, verso qualcosa di indefinito, ma che riempiva i nostri sogni di gioia e di speranza.”

Pagnotta e i suoi coetanei erano ifigli della pace, ma figli, pure, di giovani uomini che avevano ancora nelle orecchie e nella testa i rombi cupi di aerei e le esplosioni luccicanti di bombe, e nel cuore la paura di un non ritorno. (…) E adesso erano tornati (…) non pretendevano la luna, loro, non invidiavano i ricchi”.

Era un tempo in cui tutto si aggiustava e riacquistava vita e “l’operazione aggiustamento” con le toppe di diverso colore su maglioni e pantaloni rendevano tutti, o quasi, un po’ più uguali. I bambini erano felici e non se ne vergognavano: “si usava così, il mondo andava in quel modo”.

Era all’abito nuovo del giorno di festa che invece non si era abituati. I ragazzi imparavano dai padri ad aggiustare ogni cosa: “anche il pallone da calcio si aggiustava”.

Ma come si può ben capire,crescendo, abbiamo imparato che c’era qualcosa che nessuno poteva aggiustare, qualcosa che apparteneva al cuore. Lo capimmo quando si rompeva un sentimento che ci aveva preso la vita, un amore che credevamo eterno, e anche lei lo credeva, lei che ad un certo punto sparì dal paese e dai nostri occhi senza un avviso, un cenno, senza una lettera di rabbia e di addio. (…) Finivano così gli amori al tempo del poco.”

Franco Pagnotta
Franco Pagnotta

Anni fatti di precarietà e di “un destino senza volto”, affrontato con la sola libertà concessa che era la “libertà di non possedere altro se non la vita e scandito da riti collettivi, corali della condivisione e della gioia del lavoro.(…) E questo era tutto”.

Franco Pagnotta recupera per noi e ce lo dona quel senso di attesa, di vivere in attesa, con l’attesa e per l’attesa “in quegli anni di ignoto, di speranze e di innocente incoscienza”. Ci parla di un’attesa che non era impazienza, ma un qualcosa che addirittura “aiutava a vivere meglio il presente”.

Sono pagine di una passione smisurata eppure di estrema misura nella pacatezza della forma e del discorso narrativo, disseminate di passi di un lirismo a tratti struggente e disarmante, fatto e detto con la semplicità della vita vissuta.

La maturità di vita, esperienziale e narrativa insieme, si trova fusa inscindibilmente ed equilibratamente nella pagina. In essa trova spazio l’occhio e il cuore del bambino, tenuto per mano dall’uomo che è oggi, e insieme sanno mantenere la giusta distanza dal buono e dal cattivo, dal brutto e dal bello, dal grato e dall’ingrato, per restituire – purificata dalla dimensione del ricordo – una vicenda vivida e capace di farci sempre emozionare, fino all’ultima pagina.

 

Written by Katia Debora Melis

 

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