“Paris Calligrammes”, documentario di Ulrike Ottinger: Parigi negli anni Sessanta

“Nella mia euforia volevo trasformare tutte le mie esperienze in arte” – Ulrike Ottinger

Paris Calligrammes di Ulrike Ottinger
Paris Calligrammes di Ulrike Ottinger

Presente al Trieste Film Festival 2021 nella sezione documentari, Paris Calligrammes è un viaggio nella Parigi degli anni Sessanta realizzato dalla regista e artista tedesca Ulrike Ottinger.

Ulrike Ottinger è un’artista d’avanguardia, oltre a essere una regista affermata. Nata nel 1942 in Germania, a Costanza, città in cui aprì un piccolo laboratorio per sperimentare la propria creatività, per poi trasferirsi in Francia intorno al 1960. Dove ebbe modo di veder affermato il proprio talento.

Da ricordare, che i suoi film hanno partecipato ai Festival internazionali più importanti, e le sue opere sono state esposte in diverse retrospettive. Mentre, in veste di fotografa ha presentato i suoi lavori alla Biennale di Venezia e alla Biennale di Berlino.

Nel 2020 ha ricevuto il riconoscimento alla carriera ‘Berlinale Kamera’, con la sua partecipazione alla Berlinale 2020.

“Le foglie della Biblioteca Nazionale: quando sfogli le pagine qui sotto, senti il loro fruscio là sopra” Walter Benjamin

Quello compiuto dalla Ottinger, grazie a una notevole e variegata raccolta di immagini d’archivio e suoni combinati in un mix davvero interessante, è un percorso rievocativo. Quasi un diario privato, durante il quale celebra la Parigi di quegli anni. Città dall’aura leggendaria, animata da un grande fermento culturale grazie alla presenza di artisti, letterati e filosofi.

Il Quartiere latino, Saint Germain de Près, i jazz club e i caffè letterari, che con altri luoghi parigini erano punti d’incontro in cui gli intellettuali potevano esprimersi in piena libertà.

Spazi questi, frequentati anche dalla Ottinger e dai suoi amici, i quali nel documentario vengono mostrati come artefici di realtà foriere di un’inedita vitalità. Oltre che a sentirsi incaricati a volgere uno sguardo verso il futuro, orientati a un mondo nuovo la cui valenza culturale ha segnato la società francese di allora.

Erano in molti, all’epoca, coloro che raggiungevano la capitale francese, così come la Ottinger, in cerca di un ambiente dove dar libero sfogo alla propria creatività. Esuli, ebrei, filosofi parigini, fra cui Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir, i quali si distinguono nelle immagini di repertorio portate in scena dalla regista.

Il documentario, inoltre, dedica ampio spazio a un luogo simbolo per la regista, eletto a luogo del cuore dove gli artisti di allora amavano ritrovarsi.

È la Libreria Calligrammes, dal nome di una raccolta poetica di Guillaume Apollinare, e che le ha suggerito il titolo del documentario.

Gestita da un esule ebreo, che in un ambiente piuttosto angusto ha raccolto una gran quantità di libri usati, alcuni addirittura vecchi, in lingua tedesca. In parte salvati dal rogo del regime nazista.

Paris Calligrammes di Ulrike Ottinger
Paris Calligrammes di Ulrike Ottinger

La Calligrammes era un punto di riferimento importante, nel quale si sviluppava un intenso fermento intellettuale. Una ‘cattedrale dei libri’, come la Ottinger definisce la libreria. Che ha influenzato notevolmente la sua attività artistica, in quanto frequentata anche da esponenti delle correnti dadaista e surrealista; e dai cui incontri sono nate alcune opere della sua produzione francese. Tele che ritraggono i suoi amici in mutevoli situazioni, e realizzate grazie a un singolare montaggio con uno stile narrativo che ricorda quello dei fumetti.

Per la Ottinger, Fritz Picard, il gestore della libreria, è stato un eroe, perché custode di un ambiente scelto dalla stessa come suo angolo di lettura prediletto, e anche per aver dato aiuto e sostegno a ebrei ed emigrati politici.

Nel documentario viene affrontata anche la questione coloniale, motivo di confronto anche nei dibattiti che si svolgevano all’interno della libreria.

A ricordare il passato colonialista della Francia sono molte le tracce rimaste nelle strade parigine, e ben visibili ancora oggi.

Le zone di residenza degli immigrati algerini, invece, erano le periferie, meglio definite bidonville.

“Il dramma di ogni antiquario è che deve dare via il suo tesoro”. – Fritz Picard

Diviso in capitoli con titoli chiari e informativi, e scandito dal commento della regista con la sua

voce fuori campo, il documentario, di notevole importanza testimoniale, dà la cifra di ciò che ha rappresentato la Parigi degli anni Sessanta per molti giovani intellettuali. Città, che con la sua storia, anche contemporanea, è sempre stata motivo di richiamo, in particolar modo per gli artisti.

E lei, in qualità di pittrice, ne è l’esempio più estemporaneo.

La Ottinger racconta ancora, che passeggiando per le strade parigine la giovane che era allora osservava tutto ciò con sguardo curioso, trasformando ogni sua esperienza visiva in espressione artistica.

Poi, ritrovando il tempo andato, è con una punta di nostalgia che mostra allo spettatore la sua produzione artistica realizzata nel corso degli anni.

Motivo per cui viene menzionato l’Atelier di Friedlander, luogo di ispirazione per la Ottinger. Friedlander, artigiano e maestro, aveva allestito il suo laboratorio in una ex fabbrica, con lunghi tavoli da lavoro a cui prendevano posto giapponesi, cubani, e artisti provenienti da tutto il mondo. Qui, per la prima volta la Ottinger è stata intervistata alla radio.

“Camminare e guardare era il mio passatempo preferito” – Ulrike Ottinger

Ulrike Ottinger
Ulrike Ottinger

Documentario realizzato con interessanti filmati d’epoca, in una combinazione di immagini e suoni che riporta lo spettatore indietro nel tempo appartenente alla Ottinger. Che, da valida artista quale è, ha realizzato un documentario amalgamando elementi della sua vita privata con quelli del suo percorso professionale, in un accostamento davvero indovinato.

Un viaggio nel passato, in un mix di immagini, musica e suoni che attraversano le strade di Parigi, che si snoda in un lavoro sorprendente per la qualità dei contenuti.

“Il film unisce le mie memorie degli anni ’60 a un ritratto della città, una cartografia sociale di quel periodo. Come nella raccolta di poesie di Guillaume Apollinaire (Calligrammes: Poèmes de la paix de la guerre) ho voluto usare la forma di un ‘calligramma’ filmico, in cui parole e immagini, unite al linguaggio, al suono e alla musica, formano un mosaico che restituisce la vivacità di quegli anni, e la fragilità delle conquiste culturali e politiche”. – Ulrike Ottinger

 

Written by Carolina Colombi

 

 

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