“Casse-Pipe” di Louis-Ferdinand Céline: un idioma sgorgato dalle macerie

La flotte è il fluttuo, l’acqua, la pioggia e viene tradotta da Ernesto Ferrero in una lingua quasi sconosciuta: la slenza, che pare derivi da un fióm arşân, l’Enza, ma non v’è certezza…

Casse-Pipe di Louis-Ferdinand Céline
Casse-Pipe di Louis-Ferdinand Céline

La slenza che batteva sui caschi”… La Lambrosa invece deriva dal fiume Lambro… La burbaglia, il burba, il baietto, la tuba, il fagiolo è la recluta appena arrivata al corpo in cui presterà servizio… che diventa asparagio quando è di guardia…

La bisa è la brezza, ma qui forsevento di ghiaccio”… La basculla è la ghigliottina… Le Meheu “anfanava”, vaneggiava… La badola, “che se ne fotte”, è lo sciocco imperdonabile… Chi è sgalfo è fasullo… I “fagnani fottuti” cercano d’ingannare il prossimo…

Una cosa che è bignola, è forse morbidosa e dolciastra, come un bignè… “Le vostre buriccate, mi ci pulisco!” – forse da burro, asino in spagnolo, o dal longobardo gaburo, chissà… Sappiate invece che “se il mecco vi sorprende a rimorchio”, potrebbe trattarsi di uno stupratore… La buiosa, la carbona, sono i nomi della prigione… Uno che banfa, sta solo fiatando, parlando… Chi passa “attraverso la pauta”, si sta immerdando di fango… La bagassa è la bagascia, ovviamente… Anche la buraccassa…

E vlagada! vlagda!” – e vada pure (ipotizzo)… “Un turullo che avanza” è forse un cornuto… “O che siete drolli!”, siete proprio buffi… “Il grai del maniscalco” è un equino (più avanti si dice “Orco di mille diavoli di grai di troia”), anche se in rumeno vuol dire discorso… “Botte da far venire giù la cuba!” – immagino che a qualcuno gli caschi il culo…

Non è così, perché poi nel glossario si scopre che si tratta di una stanza…Una sfilosa che pende” è della carne penzolante… “Dannati morlacchi cisposi!”, chissà se anche gustosi come gli omonimi formaggi?… La flamba non è solo una fiamma, è anche un bordello… “L’è mica Pedrito el drito”, traduce Ferrero, chissà chi ha citato Céline?… La ghirba, lo sanno tutti, è l’otre…

L’Archille è alluzzato, mezzo invogliato, anzi, del tutto… Al rusco è il pattume, al rósch, lo chiamiamo così anch a Réş… Il montarozzo, montagnola, da noi, se è bella dura, distante un tiro di schioppo dalla casa colonica ed è di origine vaccina, si chiama trusêra…La ribongia è la refurtiva… La maroca è la robaccia da poco… Il trigo è il grano a Madrid… Ma il trigomiro è chi si accinge a qualche mariolata… La farda (massa informe a Lisbona) è lo sterco… “Aspetta un attimo che il comanda si rabasti…” – che si trascini come un verme…

Il buraccio è il burattino, ma da noi il burâs è lo strofinaccio per asciugare le stoviglie… “E io ti intorcolo! E giù che scazza! E tutto contento!” – intorcolare è ridurre come un cercine (quello che a Pisciotta chiamiamo spara, chiaro?)… Il “marasca Rancotte” è probabilmente rosso vivo, dolce, ma aspro al contempo, come un frutto che ha il grado di maresciallo… che “vi sluma… vi becca tutti…”, che prima vi sbircia e poi vi fa vedere lui… La basterna è un carro trainato da buoi, che può diventare una lettiga… Le barette sono gli anni che passano, ahimè… Dannato balengo! – balordo!

Ti rifilo una saccagnata nella strozza!” – una bottazza che la senti!… “Ci ha mica più parole d’ordine che burro nel gnaffo…” Gnaffo era un pesarese col naso schiacciato… “Aveva smorfito da mezzanotte”, il mangione!… “Il caro garga” è un poco di buono… A me mi piace la sgnapa, la grappa!… Se qualcuno ti “si avvicina, derapa”, vuol dire che vira come un aereo… Se uno mena la flamberga, stagli lontano, è un pazzo che ha una spada lunga e acuminata… Se culbutta, vedi tu, ti vuol catturare… “Si sbigonciano dal guazzo tiepido” – la bigoncia è un recipiente di legno a doghe… “Ah! Il balúba, è completo!” – l’ignorante… “Inzigava la cadenza” – l’aizzava… “’Sta fantastica negrigura”, ‘sta cafonaggine… “Sroffavano come cani” – si scuotevano e s’arruffavano? “Dannati gargagnani!” – papponi merdaioli!… “Continuava a mugugnare, strafugnando nei calzoni!”, quasi coccolandosi nelle mutande… Chi non ha mai sentito un gattino gnaulare, sgnanglêr?… I tognini sono i militi asburgici… La gradaglia sono i graduati… Le brenne folli, sono gli equini sfiancati…

Quando è finito il rigodone, che siamo tutti sparsi nell’impasto, casino sottosopra, vincenzi, ronzini incastrati, a mescimesci, mica guàrdabile, lancia un urlo”: i vincenzi sono gli stupidi, che si accatastano… “Rialza i pedali, incroncia sull’incollatura”, incrocia era troppo banale… Il cerfoglio è un’erba… I cataplasmi sono gli impiastri, come dei mobili ingombranti… La burbaglia è la legna minuta… “Polleggiava due paglioni più lontano”, dormicchiava due pagliericci più in là… Un’informazione necessaria: “La cosa più delicata di una briglia è il barbazzale tirato a specchio…” – la catena che unisce i morsi… Il tripoli è una roccia sedimentaria e farinosa… Occhio “che ci arriva in piena pera, al volo…”, sul muso… Se un grai “sniffiava di brutto”, io gli starei lontano… Mascelle “mastocche come delle vanghe”, capaci non poco di scavare… “accanito dietro ai suoi corami”, al curâm a Réş è il cuoio… “Ci teneva mica a istruirmi… Voleva no essere responsabile…” – per dare una pur vaga idea del celiniano… “le beghe peggio abominevoli, i peggio imbranamenti, i guadambi loffi, era per la sua facciazza” – i guadagni flosci… “la copiglia, gioco di prestigio, pizzicare un gingillo, con la raffa, il capogiro, lo sgraffiano a smorza, da tutti i nascondigli, tutti i buchi dove le canaglie inguattano la mercanzia”: la nascondono, non serve dirlo, la copiglia è un organo che blocca il dado o un perno… e l’ardiglione è un fermaglio…

Meno male che c’è alla fine il glossario, che funziona al 45%…

Nella postfazione, Ferrero scrive: “Ma la vera originalità di Céline consiste com’è noto nella violenta deformazione, disgregazione, ricomposizione dei materiali verbali, consiste nel ritmo inauditi in cui vengono distribuiti.Nulla si crea a questo mondo, tutto si ricrea partendo da una sostanza e dall’energia in essa contenuta.

Sempre più ammirevole, Ferrero aggiunge che Céline: “abolisce il ricatto del flusso temporale, e mira all’emozione di un eterno presente, così come, sollevandosi sulle punte, la ballerina abolisce la forza di gravità, e si libra sulla cresta dell’attimo.” – che sta a significare credere fortemente nell’attimo che non fugge mai, tanto che forse è questa l’illusione, che esso svanisca, non che non sia. Lo dico? Sì. A thing of beauty is a joy for ever… legge fisica che vale per tutto, anche per la laideur

Louis-Ferdinand Céline
Louis-Ferdinand Céline

I puntini di Céline servono a separare o a collegare tali momenti? La domanda è assurda. La risposa è necessaria. Gli attimi sono soffi (ātman) indivisibili (átomos) e non si possono collegare fra loro, perché se lo fossero, lo sarebbero da sempre (e da mai). Il tempo e lo spazio non appartiene a loro, né a noi, anche se è prudente ignorarlo. È per questo che esistono congiuntivi e condizionali, perché non si sa mai.

Siamo a uno stile molto vicino al jazz…”: e a qualsiasi forma di musica che esce da un cuore vergine. E Ferrero è il suo interprete italiano, colui che ci trasmette il coacervo celiniano, nota dopo nota. Céline però necessita di un traduttore per ogni lingua, compreso il suo argot. È il destino di ogni artista. Noi sentiamo il bisogno di assimilarlo musicalmente, di armonizzarlo con la nostra mente e la nostra anima. Solo in tal modo il suo canto inizierà a ri-suonare dentro di noi.

In The wife di Meg Wolitzer l’io narrante dice: Nessuno diceva mai ‘due jota’, era sempre uno. Il linguaggio poteva solo credersi infinito; di fatto, quando parlavano o scrivevano, tutti nuotavano lungo canali sorprendentemente ristretti.

Illustri autori come Joyce e Sanguineti dimostrano il contrario. È vero però che l’arte dello scrivere è quella che mantiene più fortemente i capisaldi della tradizione: pochissimi e non troppo degni di nota sono gli equivalenti letterari dell’opera di Piero Manzoni, di Pollock, di Warhol, solo per i citare i più noti artisti figurativi che hanno sconvolto la tradizione artistica e culturale. Non si capisce quello che dice è una frequente accusa che viene rivolta allo scrittore che non permette al lettore di compenetrare la sua opera letteraria. Il medesimo fruitore d’arte (termine bruttissimo, ma usato da Argan e purtroppo azzeccato) non rimane così sbigottito di fronte a esempi di arte concettuale. Ricordo una puntata di Passepartout del mai troppo compianto Philippe Daverio, in cui si assisteva al getto di un masso effettuato per conto di un immenso artista tedesco di cui non rimembro il nome, che frantumava la tettoia di una Fiat. Non era lui a buttarlo, troppa fatica, ma degli energumeni prezzolati. Al che l’ironico conduttore disse che, a parer suo, quella macchina avrebbe potuto camminare ancora per diverse centinaia di chilometri. Io invece mi domandai perché non fosse stata distrutta una Mercedes.

Ricordo ancora di un irreale concerto eseguito da un indimenticabile pianista concettuale statunitense, di cui non rammento il nome, che ribatteva per un’ora o due il medesimo tasto.

Tutto questo non sembra accadere in letteratura. Forse ci sono dei libri del tutto bianchi, o rosso, o neri. Ma non li ho mai non letti. A me non gustano i concetti vuoti di parole, ma le parole da cui tracimano, continuamente, a ogni lettura, nuovi concetti, come dal cratere del Vesuvio…

Il motivo potrebbe essere il più banale possibile: a quelle esibizioni ci si reca in compagnia e le si può alla fine commentare con diversa acutezza e profondità. Un libro invece, dopo averlo acquistato, bisogna leggerlo da soli, la fatica è tanta e non si può svolgere che nell’isolamento di sé dal mondo, altra impresa che non reca sempre piacere.

Ci può essere una terza ragione: l’uomo ha bisogno di ordini e di ordine, per sapere dove recarsi in questo bieco esperimento che è l’esistenza. Céline tutto narra, tranne che questo: egli aumenta il disordine, l’entropia dei nostri cervelli. È un attentatore dinamitardo della nostra coscienza. Non è stato il primo, né sarà l’ultimo. Chi è stato il primo, allora? Punto su Arthur Rimbaud. E chi è stato l’ultimo? Non esisterà mai, qualcuno, prima o poi, sederà al suo posto. Penso a Gregory Corso.

Arthur sarebbe stato fiero di lui. O no? Il mio Arthur non è mai stato fiero nemmeno di sé. Rammento un suo ti gonfio di orologi impazziti! Ricordo il commento al verso di quell’altro matto di Allen Ginsberg:Cosa vuol dire con questo verso Gregory? Nessuno lo sa. L’unica cosa importante è che lo abbia detto!” Amen.

In tali casi, più che Altrove, esiste il problema della traduzione. Il verso originale di Corso era I pump him full of lost watches, per cui quei buffi arnesi che si usavano una volta sono smarriti nel cosmo, non affetti da bipolarismo. Ma il traduttore ha fatto la sua scelta necessaria, il perché lo ignora il mondo e forse anche lui.

In analoghi cul de sac si è sicuramente imbattuto il traduttore e curatore Ernesto Ferrero, a cui va tutta la mia riconoscenza, nonché devozione. Compito deliziosamente atroce il suo. Ecco: l’ossimoro si addice a Céline, come il lutto ad Elettra.

Un esempio è flotte, che in italiano significa fluttuo, acqua, ma che in celiniano vuol dire pioggia.

Ernesto Ferrero - Photo by Corriere
Ernesto Ferrero – Photo by Corriere

Per l’interprete dell’oracolo è slenza, da Enza, fiume arşân. Ma è anche lambrosa da Lambro, corso d’acqua lumbàrd, il perché non chiedetelo allo spettro di Céline, ma al tuttora vegeto Ferrero. Le sue sono state scelte artistiche non del tutto dissimili da quelle dell’autore primario, Louis-Ferdinand, cambiando solo il fine: rendere comprensibile il magma che è fuoriuscito da quel genio della parola. Qual era dunque l’intento di quest’ultimo? Forse rendere esplicito quello che non lo era affatto, ma che era cogente dentro di lui e smanioso di uscire. Queste vesti inusitate non erano necessarie, ma essenziali. Dovunque andasse, Céline si rinveniva solo. E doveva dissimulare le sue fattezze, come quell’Achille che non voleva recarsi alla guerra.

E non s’intende, in questo caso, una guerra reale, a cui l’io narrante si offre volontario, gesto assurdo e chissà quanto deprecato dal medesimo, ma all’unione sociale con l’Altro, così sostanzialmente diverso da tutti i suoi io, che s’affannavano a emergere a quella superficie da cui subito tentavano di rifuggire, ripiombando nelle profondità più recondite.

Ringrazio Ferrero per l’incompleto, commovente glossario finale, che non potrà mai rendere in un’altra lingua i rigurgiti primevi traboccati dalla gola celiniana, perché Louis-Ferdinand è l’inventore di un idioma creato nelle macerie devastate di quel Nulla, in cui sarà immediatamente costretto a rifugiarsi, inseguito dai demoni della Storia.

Il suo è un casse-pipe, uno spietato tirassegno, un massacro della parola, che non pare non voler mai cessare, neppure con il suo involarsi Altrove, almeno finché ci sarò io, l’ultimo dei Lettori.

Quanti di voi, egregi spettatori umani, se la sentono di farci un salto ancora ‘n coppa? Col rischio di non emergere più da quella flotte? O di rispuntare Altrove, con una deformata e irreversibile identità, avvolti da una coltre di guai discontinui, non per questo meno atroci. State accorti, qui occorre un vaccino che non è mai esistito!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Louis-Ferdinand Céline, Casse-Pipe, Einaudi, 1979

 

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