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“Il mestiere dello scrittore” di Haruki Murakami: creare lo spazio per la sua storia

Dopo aver letto On writing, le confessioni letterarie di Stephen King, mi sono reso conto che sarebbe interessante che ogni scrittore cercasse di spiegare innanzi tutto a sé, e poi al suo avatar, il lettore (preso individualmente, in un rapporto a tu per tu), cosa significhi secondo lui scrivere. Il perché è semplice: queste opere insegnano a leggere.

Il mestiere dello scrittore
Il mestiere dello scrittore

Il primo capitolo parla del romanziere, che è quasi l’equivalente di un serial killer, nel senso che lui, le storie, non ne fa fuori una o due, ma tantissime, e per tutta la vita. Chiunque può scrivere un romanzo, purché abbia un minimo (o un massimo) di disposizione alla scrittura, anche due, se fa lo sforzo. Al terzo tentativo, o ha scoperto tutt’a un tratto di essere (da sempre, senza saperlo) un romanziere, oppure decide di passare ad altro. Magari a un saggio sulla scrittura o sull’entanglement quantistico.

Il secondo capitolo mi sorprende quando Haruki spiega che, per scrivere in giapponese, ha cominciato a picchiettare in inglese su un’Olivetti, per poi tradurre nella lingua materna, e che questo gli ha permesso, inizialmente, di evitare ridondanze inutili. A me è capitato una cosa simile, quando scrissi un racconto in italiano, che poi tradussi in arşan, riducendo in tal modo, fatalmente, in maniera notevole il numero dei caratteri e delle stesse parole. Quando lo ritradussi in italiano, la riduzione del testo rimase inspiegabilmente invariata. Probabilmente una conoscenza eccessiva di una lingua produce un’involontaria ipertrofia testuale. C’è anche da dire che sia il mio vernacolo che la lingua albionica ha termini e locuzioni più brevi dell’italiano, e forse anche del nipponico.

Il terzo capitolo, abbastanza noioso, riguarda i premi letterari, fra cui il Gunzō, vinto al suo esordio, nonché l’Akutagawa, mai vinto, anche se due volte Haruki è giunto in finale. Questo fatto, che secondo me un po’ potrebbe averlo scocciato, viene ripetuto ad nauseam, come anche quello che sono circa trentasette anni che egli sta scrivendo romanzi. Lo scrittore afferma poi che non gliene frega nulla di vincere qualsivoglia premio, foss’anche il Nobel. Pure a me scoccerebbe indossare il frac e andare in Svezia a pronunciare pubblicamente un discorso, per cui in tale deplorevole caso manderei mia moglie, la quale senz’altro svelerebbe la nuda verità: è soltanto grazie a lei, che mi ha autorizzato a passare la mia vita sul divano, seguendo l’esempio di Andy Capp, il mio personal trainer, con un eterno libro in mano; mentre lei si occupa della casa e della famiglia; e che soltanto per questi accadimenti, sono riuscito a farmi una certa cultura, in seguito sfociata nella scrittura; per cui è giusto che il premio in denaro alla fine lo gestisca lei.

Sto analizzandolo il libro capitolo per capitolo, perché Haruki, con precisione tutta orientale, ha saputo differenziare bene gli argomenti, in misura assai maggiore rispetto a Stephen King, che era leggermente più confusionario (essendo nativo del Maine).

Per cui segnalo che il quarto capitolo riguarda l’originalità. Ne faccio una stringata sinossi: 1) cercare il proprio stile 2) migliorarlo 3) far sì che entri nell’anima del lettore (che lo faccia proprio): in tal modo lo scrittore diventerà un classico da imitare, per chi non preferisca cominciare la sua carriera di scribacchino direttamente da 1).

La differenza fra i due autori è data anche dal diverso tipo d’educazione, forse eccessiva in Haruki, che almeno una decina di volte si scusa per una cattiveria che gli è scappata, perché se ne lascia scappare più di una, chiedendo però venia ogni volta.

Il quinto capitolo tratta di quali argomenti siano degni di essere oggetto della scrittura. Il primo consiglio, come già in King, è leggere, leggere, leggere: di tutto, dall’autore eccelso a quello alle prime armi, facendo proprie le tante storie altrui, per poi metabolizzarle. E per poi partorire sé.

Il sesto capitolo serve a Haruki per considerare il tempo come il miglior amico del romanziere: saperlo gestire e non aver paura che esso trascorri più o meno indifferente sono i segreti del romanziere di lungo corso. Nei suoi molto citati trentacinque anni di militanza letteraria, egli ha prodotto testi di svariata lunghezza: “Paragonando la mia produzione letteraria a una flotta da guerra, ci sono tutti i diversi tipi di navigazione, dalla corazzata all’incrociatore, dal cacciatorpediniere al sottomarino (ma nei miei romanzi non c’è ovviamente alcuna intenzione battagliera).” Poco dopo, gli scappa di dire: “il romanzo lungo è il mio principale campo di battaglia” perché “ho la costituzione fisica del corridore su lunga distanza…”.

Diversamente si possono scrivere anche cose brevi, tanto “il racconto non prende molto tempo”. Ma la vera mission di Haruki è certamente il romanzo, per lo più esteso e variegato. Prima egli cerca, dentro di sé, uno spazio sufficiente a ospitare una storia e i numerosi personaggi che la popolano, dopo di cui egli comincia a scrivere, piano piano, dieci pagine al giorno, facendo una vita salutare.

In questo periodo, Haruki rifiuta altri lavori, tipo saggi e traduzioni. La mission è la mission. Del resto, un romanziere è un artigiano che lavora metodicamente, piuttosto che un artista sconclusionato. Anzi, a suo dire, il romanziere non è affatto un artista, semmai uno zelante lavoratore che timbra quotidianamente il cartellino.

Ogni tanto ci vuole pure qualche pausa di riflessione, specie prima e dopo ogni revisione del testo. Durante i necessari rimaneggiamenti, bisogna saper dove allentare i bulloni e dove stringerli. Bisogna creare delle zone relax, altrimenti “il lettore soffoca.” Mi domando se Celine, quando scrisse Viaggio al termine della notte, covasse analoghe preoccupazioni.

Dopo l‘ennesima pausa di riposo, oltre che di riflessione, giunge finalmente l’ora di seguire l’esempio di King, che fa leggere l’opera alla propria consorte. Dopo di cui, in seguito a qualche (blanda) diatriba familiare, il romanzo può dirsi concluso. No, niente affatto! C’è ancora da affrontare l’editor, e qui Haruki, tira fuori le unghie e anche forse i denti: combatte e in genere vince.

Haruki Murakami
Haruki Murakami

Haruki e il sottoscritto abbiamo un mito in comune, Raymond Carver, che dice che la stesura del romanzo è conclusa allorché decidi di rimettere una virgola che poco prima avevi tolto. Sono d’accordo. Ma non accetto la considerazione seguente (di Haruki, non di Carver) che la fretta rischi di mettere necessariamente in pericolo la buona riuscita di un romanzo. È allora che viene fuori, a mio parere, il fuoriclasse, tipo Dostoevskij e Salgari, che sempre dovettero correre e rincorrere gli editori, che erano assimilabili a impietosi usurai, per soddisfare le loro sempre più urgenti esigenze. Nel mio piccolo, sento che scrivere mi viene meglio quando ho poco tempo e sono inseguito da altri impegni.

Su un altro aspetto dello scrivere non concordo con il nipponico: che non si possa riscrivere un proprio testo a distanza di tempo. Manzoni (con il suo Fermo e Lucia, Gli sposi promessi e I promessi sposi) ne è un esempio: ognûn l ē fât un po’ a so mōt.

Il settimo capitolo ribadisce l’importanza di un fisico sano (mens sana in corpore scriptoris) che crei nel romanziere la forza interiore ed esteriore necessaria per scrivere opere di lungo respiro. Per cui Haruki si sobbarca quotidianamente vari chilometri di corsa e ogni tanto una maratona. Anche su questo dissento, per la mia congenita indolenza.

L’ottavo capitolo parla della scuola e del fatto che alcuni individui come Haruki (e il sottoscritto) non abbiano trovato nell’istituzione scolastica un luogo dove sviluppare i loro talenti.

Il nono capitolo parla dei personaggi, ed enuncia verità assodate: essi governano la storia, che “si sviluppa spontaneamente e naturalmente”, al di là della volontà dello scrittore. Come tutte le verità assodate, anche questa va presa con le molle. All’autore conviene diventare amico dei suoi personaggi. Ed è insieme a loro, parlandoci continuamente, che si decide insieme dove andare e cosa fare.

Una prova delle qualità morali di Haruki è che i suoi personaggi non sono quasi mai soggetti negativi. La cosa gli è stata fatta notare e lui pare che stia tentando a incattivirsi un po’. Dubito però che ci riesca.

Il decimo capitolo riguarda le persone a cui è diretta la scrittura. Cito qui le splendide parole di Haruki: “Perché ogni creazione letteraria contiene in qualche misura lo scopo di migliorare sé. Di risolvere o sublimare, relativizzando sé e adattando il proprio spirito a una forma diversa dalla propria, le contraddizioni, le discrepanze e le distorsioni che si generano nel processo di vivere. E se la cosa funzione, la si condivide con i lettori.” in una “specie di autopurificazione”.

L’undicesimo capitolo riguarda l’espatrio letterario, argomento che poco m’interessa (al momento).

M’intriga invece un’ulteriore affermazione di Haruki: “l’unica cosa che vorrei che fosse chiara è che io ‘sono una persona del tutto ordinaria’”, e che “io stesso, nella vita quotidiana, non mi ricordo quasi di essere uno scrittore.”

Egli poi aggiunge, come per caso,sono più di trentacinque anni che scrivo romanzi per professione.”

Qualche anno fa lessi uno dei romanzi più famosi di Murakami Haruki, Kafka sulla spiaggia. Ne trascrivo di seguito la smilza reazione:

Che dire di “Kafka sulla spiaggia” di Murakami Haruki, immenso e variegato chö di un immenso e variegato quartiere di Tokio? Soltanto che appare ciò che è: un immenso e variegato chö di un immenso e variegato quartiere di Tokio. L’opera pecca di sintesi. Eccede in analisi. L’autore dice tanto, ma ciò non è affatto tutto e non è affatto definito. Evoca. Non definisce, ma si limita a stabilire contorni, in cui ogni cosa è contenuta. Descrive ogni cosa nei suoi più estremi particolari. Non ne tace alcuno. Non può farlo. Significherebbe scegliere. Dividere ciò che vale da ciò che non vale. Non è il libro più bello che ho mai letto. Né è il più brutto. Poco ha a che fare con la necessità di giudicare i libri e tutte le attività umane, in belli e brutti, in buoni e cattivi. Il libro non ha etica, né estetica. È una costruzione di un edificio abitato da esseri, che non si pongono al di qua del bene e del male, del bello e del brutto. Ma nemmeno al di là. Questi concetti appaiono appena, ma sfumano immediatamente nell’ineffabile. Il tutto è ridotto a un immenso e variegato chö di un immenso e variegato quartiere di Tokio. Il personaggio più significativo del libro, il vero eroe, è un essere vuoto, a suo stesso dire, che ignora il concetto stesso del ricordo, che non esprime opinioni, giudizi, perché non ne ha o sembra non averli. Questo compito spetta, ma solo se è interessato a farlo, al lettore. Io mi astengo, però. Cui prodest?

A questo punto mi piacerebbe rileggerlo, quello strambo romanzo. Oppure ingurgitare 1Q84, che devo aver messo da qualche parte, chissà dove l’ho messo?

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Haruki Murakami, Il mestiere dello scrittore, Einaudi, 2017

 

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