Intervista di Katia Debora Melis alla scrittrice Maria Concetta Preta: un approfondimento sul romanzo-inchiesta “L’abbraccio della notte”

Con Titti Preta, autrice vibonese, laureata il Lettere Classiche, docente di Discipline umanistiche, delegata FAI, esperta Epigrafista, solo per citare alcuni tratti salienti della sua versatilissima attività culturale, ho avuto modo di fare per Oubliette una bella conversazione già nel 2015.

Maria Concetta Preta
Maria Concetta Preta

Ho continuato a seguire la sua prolifica vena scrittoria, dalle pubblicazioni scientifiche di argomento archeologico ed epigrafico, ai romanzi mistery (Il segreto della Ninfa Scrimbia), al noir con La signora del Pavone blu, ai racconti storici al femminile (Angela la Malandrina. Storia di brigantaggio e di libertà) al giallo storico L’ombra di Diana fino ai più recenti libri, Ragazza del sud (romanzo) e Cercando Iolanda dedicato a Dalida, nell’anniversario della scomparsa della celebre cantante di origine calabrese.

L’autrice si è poi dedicata a una serie di racconti didattici, per poi tornare alla saggistica con Scrimbia e Nove come le Muse, opera dedicata alla cultura grecanica. Poi nel 2019 ha pubblicato un nuovo mistery, Il sigillo della dea Pandina e come ultimo nato L’abbraccio della notte.

Una produzione così vasta e variegata, nonché pluripremiata in concorsi di forte rilievo culturale nel panorama dei premi letterari italiani, non poteva che spingermi a chiederle un’altra intervista per arrivare a parlare in maniera aperta e diffusa del suo ultimo libro dedicato a una vicenda di cronaca nera che ha sconvolto per decenni il nostro Paese.

 

K.D.M.: A distanza di cinque anni dalla nostra intervista, confermi la tua grande versatilità nello scrivere e pubblicare opere di genere molto differente. Mi ha molto incuriosita il tuo progetto dedicato al mondo della scuola con una serie di racconti didattici e adattamenti a uso didattico di tue pubblicazioni. Ce ne vorresti parlare?

Maria Concetta Preta: Certamente. Si tratta di tre racconti: “Gli occhi neri di Aisha”, edizioni You Can Print, che tratta il tema dell’immigrazione dei minori non accompagnati in seguito alla “primavera araba” e ai Fatti di Tripoli che hanno determinato la morte di Saddam Hussein, attraverso la storia di due bambini libici giunti proprio in Calabria, a Badolato; quindi “La Malandrina”, ed. La Medusa, adattamento per ragazzini del ben noto Angela la Malandrina, storia di brigantaggio e libertà”, in cui do ampio respiro narrativo a quel monologo per un pubblico adulto, creando una piccola brigantessa curiosa e vivace che vive dopo il 1860 quindi si tratta di un modo di narrare la storia postunitaria, l’impresa dei Mille e le lotte tra i Savoia e i Borbone in cui emergono i briganti, anche calabresi. Segnalo poi due pubblicazioni entrambe con You Can Print: “Dai che ce la fai” in cui affronto il tema del bullismo scolastico e dell’anoressia ed infine “L’enigma della fontana scomparsa”, una sorta di “caccia al tesoro” narrato, un mystery per bambini che sorregge i miei tutorial storici direttamente sul campo, ossia la mia città antica, di cui narro la leggenda di una fontana dimenticata. Tutti questi libri sono muniti di strumenti per la riflessione linguistica.

 

K.D.M.: Il coinvolgimento dei giovani in parte passa anche attraverso l’uso dei social media che ti vedono molto attiva, anche con un interessantissimo blog e una pagina Instagram sulla storia del costume degli anni ’80: vinta-ge80. Perché hai deciso di usare questi strumenti e a chi si rivolgono principalmente i contenuti che vi pubblichi? E perché hai scelto di ripercorrere proprio gli anni ’80?

Maria Concetta Preta: In primis perché questi anni li ho vissuti e non intendo dimenticarli; quindi, ritenendo di essere una testimone diretta, ho scelto da circa un annetto di divenirne una “testimonial”, ossia una ricercatrice storica delle mode, dei costumi, del modus cogitandi… operando uno scavo sociologico e sempre cercando di far capire che il grande Bauman, quando parlò di “società liquida”, non si sbagliò di certo. Infine, sono una cultrice del postmoderno e negli anni 80 colgo la rottura di un equilibrio che conduce direttamente a noi. I giovani devono conoscere, anche perché è più immediato leggere un post o un twitter o una pagina Instagram che un libro di storia. In più, c’è il potere dell’immagine che rimane fissa nel ricordo e uno stile di impatto e veloce, proprio come lo furono quegli anni indimenticabili, pur tra luci e ombre.

 

K.D.M.:  Tra le tue tante pubblicazioni ve ne sono alcune pubblicate con case editrici ‘tradizionali’ e altre mediante autoproduzione. Quali differenti percorsi hanno affrontato i tuoi libri nei differenti canali di pubblicazione e perché scegliere l’una o l’altra modalità?

Maria Concetta Preta: Devo dire che, nel primo caso, sono rimasta speso delusa dal trattamento che le prime offrono, mentre con il self publishing mi trovo più a mio agio e mi muovo liberamente sia per organizzare presentazioni che per promuovermi. Io mi ritengo autonoma in tutto ciò che faccio, sorretta dai miei principi morali senza i quali non ha senso, per me, scrivere. Purtroppo in Italia per pubblicare ad alti livelli devi entrare negli establishment delle lobby editoriali ed io non ne ho nessuna intenzione. Pagare un’agenzia letteraria poi, non ha senso per me che riesco a fare un editing da sola e non ho bisogno di chi mi consigli cosa scrivere. La scrittura è per me in una parola: libertà.

 

K.D.M.:   Ti sei pentita di qualcuna delle scelte finora fatte per la pubblicazione dei tuoi scritti?

Maria Concetta Preta: Assolutamente no. Solo qualche ripensamento su alcuni editori, ma basta scindere il contratto. Cambiare giova. Quanto alle tematiche trattate nei miei lavori, sarebbe assurdo se mi fossi pentita, vorrebbe dire che avrei tradita me stessa prima dei possibili fruitori. Io sono oculata nelle scelte e scrivo per pura passione. Un libro deve convincere me. Lo pubblico solo se lo ritengo “perfectus”, ossia compiuto e degno di essere letto.

 

K.D.M.:   Tra le tue ultime fatiche mi hanno colpito “Ragazza del Sud” e “L’abbraccio della notte”. Tematiche molto forti e impegnative, come spesso nei tuoi libri. Ci parlano spesso di donne, della condizione femminile, del TUO Sud, di una Calabria prima mitica, poi storica, a volte antica, poi contemporanea. Altre volte ti apri ad altri luoghi. Ma sempre con un impegno personale, intellettuale e di ricerca storica molto profondi. In che rapporto stanno creazione artistica, finzione letteraria e documentazione da fonti storiche nei tuoi romanzi?

Ragazza del Sud
Ragazza del Sud

Maria Concetta Preta: Il rapporto che intercorre tra la ricerca storica e l’indagine serrata e oggettiva e la trasformazione in narrato è molto stretta. Quasi tutte le mie opere nascono da studio, impegno, disciplina e passione. Ci metto, come sono solita dire, il cuore per intrigarmi ma anche la testa per riflettere. Credo che lo studio dei Classici a questo mi sia servito: a darmi rigore e metodo senza i quali non sarei in grado di scrivere e di organizzarmi per promuovermi.

Ragazza del Sud è un romanzo-inchiesta sulla mafia, è il suo evolversi in Calabria dagli anni 80 ad oggi, attraverso la storia d’amore di Lory e Pietro: lei una maestra, lui uno ‘ndranghetista emergente. Ho usato la cifra del parossismo tragico degli antichi Greci per delineare questa storia di un amore impossibile che si basa sul dilemma di una donna che vive in un Sud immobile, chiuso, atavico nei suoi riti, miti, superstizione, omertà, morte. 

Con L’abbraccio della notte ci troviamo in un’altra dimensione, siamo nella Toscana degli anni 80, scossa dai fatti criminali del Mostro di Firenze: qui abbiamo una coralità di protagonisti, ho dato voce anche alle vittime del più grande “femminicida ante litteram” che l’Italia abbia avuto, e mi pare sia una delle prime volte che ciò accada in letteratura. C’è voluto molto tempo per scriverlo, cinque anni di ricerche storiche, leggendo, visionando i processi, facendo sopralluoghi diretti… un’esaltante fatica.

 

K.D.M.: La tua ragazza del Sud, Lory, è un’adolescente calabrese che negli anni ’80 conosce l’amore e con esso la triste e cruda realtà della ‘ndrangheta. Con lei, coi suoi occhi e le sue parole, ci racconti di una Calabria soffocata nel suo sviluppo economico, culturale, sociale, stretta nella morsa della violenza mafiosa che ha fatto della tua terra “una manciata di bellezza sprecata”. Lory resta e si ribella. Pietro, il suo uomo non ci riesce. Additi e auspichi una possibile via di riscatto al femminile per la Calabria di oggi?

Maria Concetta Preta: Credo che il riscatto passi da chi, ogni giorno fa il suo dovere e lo addita agli altri come modello di vita da seguire. Un esempio? Il grande giudice Gratteri che nel mio romanzo viene adombrato in un personaggio (vi invito così a scoprire chi sia…) Ma, soprattutto, ci sono gli “eroi del quotidiano” che non si piegano alla coercizione, alla tresca, all’inganno, alla truffa, alla raccomandazione. Gente che si impegna nel sociale, nella scuola e, soprattutto, nella famiglia. Da qui parte tutto.

Il discorso del riscatto femminile non ha senso se non all’interno del più ampio riscatto sociale che per la Calabria è ancora più impellente perché qui da noi chi fa il suo dovere viene visto come una persona eccezionale! Non hanno educato il mio popolo a tutto ciò che altrove è normale, non esiste una coscienza politica e non si capisce che qui i nostri diritti elementari vengono calpestati dalla mafia che mai farà del bene e, ben che mai, alle donne.

Quindi in Calabria la questione femminile è da inserire in una Questione meridionale mai del tutto risolta. Discorso complesso davvero. Io invito a riflettere con la mia scrittura su questa problematica, non potrei farlo se non come narratrice. E, aggiungo, come docente. Ma tutti devono fare la loro parte.

 

K.D.M.: Con “L’abbraccio della notte”, romanzo-inchiesta ispirato alla storia criminale del Mostro di Firenze, hai cambiato genere, ma anche ambientazione geografica. Gli anni ’80 ritornano prepotentemente alla ribalta. Le figure femminili anche: tra le vittime e tra i magistrati che si occupano delle indagini. Fantasia, nomi diversi, ma non la storia di delitti seriali, che definisci il “più grande e irrisolto romanzo criminale italiano”. Raccontaci com’è nato questo thriller noir di 276 pagine e come sei riuscita a fondere i dati delle tue ricerche su centinaia di documenti vagliati e l’apporto immaginifico della tua fantasia.

L'abbraccio della notte
L’abbraccio della notte

Maria Concetta Preta: Mi spiace in questa risposta di essere prolissa ma, trattandosi del libro appena uscita, è necessario farlo conoscere bene.

Nessuno ancora oggi sa esattamente dove inizi né dove finisca la storia del Mostro di Firenze, il più grande e irrisolto romanzo criminale italiano che funge da linea di demarcazione tra un “prima” e un “dopo” nella vita quotidiana degli anni ’80, perché se prima si asseriva che certi crimini non sarebbero mai accaduti in Italia, dopo si capì che non solo accadevano, ma anche si ripetevano e, soprattutto, non avevano nulla da invidiare a quelli degli USA.

In questa vicenda incredibile c’è un dato ulteriore che la rende tale: il luogo in cui è accaduta. Nessuno avrebbe potuto mai credere che la campagna più bella e amata al mondo, quella di Firenze, potesse essere teatro di un’efferatezza mai vista prima. Per quanto non si usi più il termine “mostro” per fatti di cronaca, in questa terribile vicenda è stato lecito usarlo. L’uso del nome, coniato dal reporter de La Nazione Mario Spezi, risale al 1981, quando si capì che nei dintorni di Firenze agiva un serial killer che, a colpi di pistola, uccideva le giovani coppie appartate in macchina di notte e operava sul corpo delle donne impensabili carneficine.

Il primo delitto risalirebbe, ma non vi è unanimità di giudizio, all’agosto del 1968, l’ultimo al settembre 1985, quando furono ritrovati i cadaveri di due turisti francesi, accampati con la tenda in una piazzola adiacente a via degli Scopeti, nel territorio di San Casciano in Val di Pesa.

La ragazza era chiusa dentro la tenda dove l’assassino le aveva sparato, il ragazzo giaceva in un fosso a qualche metro di distanza. All’epoca non si riuscì mai a stabilire con certezza se fossero stati uccisi sabato o domenica sera. I medici legali, che effettuarono l’autopsia, collocarono la sera del delitto nella notte della domenica, mentre i periti criminologici di Modena, imperniandosi su riscontri tanatologici, collocarono l’uccisione dei due francesi nella notte di sabato 7 settembre. Solo nel 2002, l’esperto Francesco Introna, in una trasmissione televisiva (Chi l’ha visto? Rai Tre), stabilì che il delitto non poté che essere avvenuto sabato sera. Comunque, la Procura di Firenze mantenne la domenica 8 settembre come data. 

Questo, per far capire quanto complicate, e soprattutto controverse, furono le indagini, e tuttora sono. Il caso, infatti, non è del tutto chiuso, al di là delle sentenze emesse.   

Sempre riguardo all’ultimo delitto, nel settembre 1985, il giorno dopo il ritrovamento dei cadaveri (che avvenne il 9 settembre) arrivò alla Procura di Firenze una misteriosa lettera, indirizzata all’unico procuratore donna che si fosse occupata del caso: il mio romanzo-inchiesta parte proprio da qui.

Da allora il Mostro di Firenze non ha più colpito, la pistola che lega la catena dei delitti non è stata ritrovata e ancora si attende di conoscere tutta la verità sulla catena di sangue che ha stretto in una morsa di terrore la Toscana per 17 anni e ha privato della vita chi aveva commesso la “colpa” di amarsi incautamente all’aperto, in una notte senza luna. Fiori recisi in nome di un tragico “contrappasso”: come se la gioia più grande scadesse nel dolore più macabro e alla luce della vita si sovrapponesse il nero della morte. 

Il romanzo ha come chiave di lettura la misoginia e la “violenza di genere”: i delitti sarebbero sofisticati femminicidi ante litteram, avvenuti in presenza del rivale, cioè l’uomo. 

La ricostruzione ovviamente privilegia alcuni passaggi, enfatizzandoli o riducendoli, e ne scarta altri. Essa è stata effettuata sulla base di documenti selezionati tra centinaia: uno sforzo che andava fatto, per restituire memoria a chi non c’è più.

Narrare questa vicenda ad anni di distanza sancisce una storicizzazione migliore dell’accaduto sostenuta da una filosofia del lontano che permetta un cauto distacco dagli eventi. Trattandosi di fatti che hanno segnato i miei anni fiorentini, li ho rivissuti con un approccio meno “interessato” e con la freddezza della maturità, rivivendo qualcosa che ha concorso alla mia formazione. È nata in me dopo anni l’esigenza di scrivere del Mostro di Firenze: a suscitarla è il desiderio di riappropriarsi del vissuto, di far rivivere a chi sa una storia indimenticabile e di farla conoscere a chi non era nato.

Un pezzo d’Italia degli anni ’80, un racconto verosimigliante che si apre con l’arrivo di una macabra lettera indirizzata al magistrato donna che indagò sul maniaco e che nel racconto diventa Elena, protagonista insieme a un reporter, Donatello, di un’indagine in cui si mescolano coraggio e paure, amore e morte. E, sullo sfondo, la città di Firenze, scossa da una serie di omicidi seriali ai danni di coppiette in auto nelle notti senza luna. Dal 1985 si va a ritroso attraverso flash back insistiti che rendono intrecciata la storia, in cui c’è posto per qualche anticipazione. Un instant-writing che “fotografa” la situazione del momento vissuta da Firenze e dall’Italia. Infatti, l’85 segnò l’apice della sinistra fama del Mostro: in un torrido settembre accadde di tutto e, appena un mese dopo, la strana morte nel Lago Trasimeno di un gastroenterologo perugino sigilla l’epopea sanguinaria per la quale, al di là della verità processuale, non si è trovato il vero colpevole, o colpevoli.

Il cambiamento dei nomi, a cominciare da quello del Mostro, mutato in Maniaco, si è reso necessario per non turbare la sensibilità, i ricordi, i sentimenti, la suscettibilità di alcuno e rivestire di toni romanzati la retrospettiva dei delitti, salvaguardando comunque i luoghi e le date, per offrirne la cronistoria. Infatti la denominazione degli omicidi è convenzionalmente legata ai luoghi dove furono commessi e dove persero la vita le otto coppie di amanti/fidanzati qui riportati:    

21 agosto 1968: delitto di Castelletti di Signa, Barbara Locci (32 anni) e Antonio Lo Bianco (29 anni) (molti escludono che questo delitto sia opera del Mostro);

14 settembre 1974: d. di Borgo San Lorenzo o delle Fontanine di Rabatta o di Sagginale, Stefania Pettini (18 anni) e Pasquale Gentilcore (19 anni);

6 giugno 1981 giugno: d. di Mosciano o di Roveta o di Scandicci, Carmela De Nuccio (21 anni) e Giovanni Foggi (30 anni)     

22 ottobre 1981: d. di Travalle di Calenzano o delle Bartoline, Susanna Cambi (24 anni) e Stefano Baldi (26 anni);

19 giugno 1982: d. di Baccaiano di Montespertoli, Antonella Migliorini (19 anni) e Paolo Mainardi (22 anni);

9 settembre 1983: d. di Giogoli, Horst Wilhelm Meyer (24 anni) e Jens-Uwe Rusch (24 anni) 

29 luglio 1984: della Boschetta di Vicchio, Gilda Pia Rontini (18 anni) e Claudio Stefanacci (21 anni); 

7 o 8 settembre 1984: degli Scopeti, Nadine Mauriot (36 anni) e Jean Michel Kraveichvili (25 anni). (la data precisa del delitto non è sicura). 

Mai dimenticare gli innocenti ardenti di vita e d’amore, a cui è stato precluso il futuro. E non me ne vogliano gli amici toscani per aver ricreato la loro regione con tocchi dark e vene, talvolta, luciferine. Tutto ciò è stato funzionale alle finalità del thriller-noir, genere a cui si ascrive il romanzo.

 

K.D.M.: So che stai preparando l’uscita di altre opere, tra le quali La strega di Valle Cupa e Bella di notte. Puoi anticipare qualcosa ai nostri lettori?

Maria Concetta Preta
Maria Concetta Preta

Maria Concetta Preta: Sarò laconica, giusto per mantenere la giusta dose di suspense: “La strega di valle Cupa” (adattamento romanzato di un breve racconto del 2015) è un soprannome espressivo e dall’effetto “straniante” che etichetta la persona e la trasforma in “personaggio”. Infatti la protagonista viene riconosciuta attraverso un suo epiteto che, alla maniera degli eroi omerici, la rende unica e stereotipata. Si tratta, però, di un’anti-eroina, di una reietta che vive ai margini di uno sperduto paese degli anni ’50 in una Calabria povera e primitiva, che ricorderà ai miei lettori la purezza filmica del mondo di Corrado Alvaro, un autore spesso dimenticato. “Bella di notte” (faccio notare sempre l’uso del soprannome) ci trasporta invece in via Margutta a Roma, il quartiere degli artisti, dove un fotoreporter di origine calabrese deve scoprire chi ha ucciso una bellissima maliarda che reca il nome di un fiore notturno che ammalia e fa perdere la testa.

Soddisfatta?

Grazie e alla prossima.

 

K.D.M.: E come potrei non esserlo? Tanti libri, tanta passione e così tante pietre lanciate nello stagno che fai venire la voglia di leggerli tutti questi tuoi libri. Cominciando da “L’abbraccio della notte”.

 

Written by Katia Debora Melis

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: