“Gli anni al contrario” di Nadia Terranova: l’utopia della rivoluzione

Una terra, la Sicilia. Un periodo storico, dalla seconda metà degli anni settanta ai primi anni novanta del secolo scorso. Due protagonisti, Aurora e Giovanni, due contesti familiari simili ma differenti nello stesso tempo. Una passione, la politica. Uno spettro, la droga.

Gli anni al contrario di Nadia Terranova
Gli anni al contrario di Nadia Terranova

Sono questi gli elementi di cui si nutre la trama del romanzo Gli anni al contrario” di Nadia Terranova, edizioni Einaudi.

Siamo a Messina nel 1977. Aurora e Giovanni si incontrano all’università, facoltà di filosofia. Sono giovani, innamorati e appassionati di politica. L’entusiasmo delle loro idee è comune a molti giovani di quell’epoca, coloro che volevano cambiare il mondo, fare la rivoluzione, distruggere quello stato borghese da cui si sentivano sopraffatti e del quale detestavano tutte le ingiustizie.

È così anche per i due ragazzi. Aurora appartiene a una famiglia borghese con un padre “fascistissimo”, come viene definito in tutto il romanzo, un uomo senza nome ma dalla forte connotazione politica, con atteggiamenti patriarcali, che pur assicurando alle figlie femmine gli stessi percorsi formativi dei figli maschi, in cuor suo anela ad una sistemazione tradizionale: le donne possono studiare, ma poi devono sposarsi, fare figli, stare a casa.

La libreria nel salotto dei Silini spaziava dalla saggistica alla letteratura, ogni titolo era stato filtrato dal fascistissimo. C’erano saggi di storia coloniale italiana e poesie di D’Annunzio, c’erano Croce, Gentile, Prezzolini”.

Il padre di Giovanni invece è sempre stato comunista, e da ragazzino lo stesso Giovanni frequenta la sezione del partito dove il padre è “tesserato con tutti gli onori”. Ben presto però il giovane abbandona la sezione nella quale si ripercorrono spartizioni elettorali non dissimili da quelle tipiche di tutti gli altri partiti dell’arco parlamentare.

I due si innamorano e dopo pochi mesi Aurora scopre di essere incinta. Responsabilmente e inconsciamente, i due ragazzi si sposano.

Ma mentre per Aurora il matrimonio e soprattutto la maternità diventano momento di profonda consapevolezza e senso di responsabilità, per Giovanni l’essere diventato padre non incide sulla sua perenne inquietudine, sulla sua smania di fare qualcosa di veramente importante per la causa politica. Si avvicina, per mezzo di un suo amico, alla lotta armata.

Aldo Moro era stato sequestrato, il paese parlava solo delle Brigate Rosse. Giovanni si preparò all’incontro con Gipo provocando suo padre sull’argomento. – Lo ucciderete, – rispose l’avvocato, accomunando in un’unica generazione tutto ciò che stava a sinistra del partito. Voi chi?, continuò a pensare Giovanni: era da tempo che non si sentiva parte di un «noi». Quell’accusa generica, buttata lì, gli diede una scarica di adrenalina: in quel voi c’era posto per chi stava facendo tremare l’Italia e forse c’era posto anche per lui”.

Ma quel posto in realtà non c’è. Il suo amico Gipo non lo coinvolge nelle azioni importanti e Giovanni finisce divorato dai sensi di colpa e soprattutto dalla frustrazione.

Un tunnel che, allontanandolo ripetutamente da Aurora e dalla piccola Mara, lo porta ad abbandonarsi al paradiso artificiale e allucinogeno della droga.

Accadde in una giornata qualsiasi, senza un dettaglio o un motivo evidente, senza neanche un particolare buono per un retroscena. Poco prima di bucarsi per la prima volta Giovanni ripensò all’estate del settantasette, agli sguardi bramosi delle turiste, all’energia riposta nel riprendere l’università insieme ad Aurora. (…) Aspettò invano l’euforia. L’eroina fu invece un sogno, una consolazione materna. Niente divenne migliore, tutto si fece sopportabile”.

La loro vita non è più la stessa, la droga si erge come un muro fra di loro, incomunicabilità, sfiducia, il solito copione che interpreta chi finisce nel tunnel e chi gli sta accanto, cercando una via d’uscita.

Nadia Terranova - Photo by Daniela Zedda
Nadia Terranova – Photo by Daniela Zedda

Disintossicazioni, ricadute, promesse non mantenute, ritorni, fughe. Fino a quando per Aurora diventa chiaro che l’unica via d’uscita è lasciarlo. Ma c’è Mara, che reclama il suo papà, quel papà che Aurora non ha il diritto di toglierle. Una bambina che crescerà fra favole e bugie, protetta dalla madre ma anche dal padre, che la lascerà ignara fino alla fine.

La penna della Terranova racconta con tratti asciutti, che a volte rasentano quasi la cronaca, le vicende di due anime inquiete, simili a molte altre che in quegli anni volevano fare la rivoluzione, cambiare il mondo, crearne uno migliore.

Anime che si sono scontrate con la lotta armata, con il baratro della droga, che alla fine hanno dovuto accettare lo status quo, adattarsi ad una vita “normale”. Chi non lo ha accettato ha perseverato sulla strada della disperazione, fatta di buchi, spaccio, tentativi di disintossicazione, fino alla malattia, quella innominabile che all’inizio degli anni novanta ha mietuto la maggior parte delle sue vittime proprio fra i tossicodipendenti.

Quelli che descrive l’autrice sono due personaggi emblematici di quegli anni: Aurora, che impersona la forza delle donne, quelle donne che si avviavano verso un cammino di rivendicazioni e di lotte per l’emancipazione, ma che fanno i conti anche con i sentimenti, con l’eterno mito della maternità e ad essa sacrificano anche i loro sogni più grandi.

Giovanni, simbolo della fragilità di un uomo che fin da bambino ha avvertito la sua inadeguatezza, il suo non essere stato desiderato, capitato per caso. Smanioso di dimostrare a tutti il suo valore, la sua capacità, ha poi, come molti, incanalato le sue energie su percorsi di distruzione e di morte.

Un romanzo che ci riporta ad anni brillanti e nello stesso tempo bui della nostra storia recente, anni al contrario, nei quali molto di ciò a cui si anelava è andato perso lungo un accidentato percorso.

 

Written by Beatrice Tauro

 

 

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