“Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank” di Stephen King: racconto tratto da Stagioni Diverse

Molti ricorderanno il film che ne è stato tratto, “Le ali della libertà” (1994), scritto e diretto da Frank Darabont, con Tim Morris e Morgan Freeman.

Stagioni diverse di Stephen King
Stagioni diverse di Stephen King

Il fatto più incredibile lo snocciolo subito, per togliermi il pensiero.

Dalle prime battute del lungo racconto ambientato in un carcere, meglio dire del pur corto romanzo… perché non narra d’un fatto, ma d’una lunga serie che dura svariati decenni, e i prisoners ogni sera vanno a letto e si svegliano normalmente il dì dopo in gattabuia, e il tutto è diviso in refettori, latrine, celle d’isolamento, campi di lavoro, e in varie sezioni narrative, non codificate, da capitoli etc, appare chiaro, stavo per dire, anzi lampante, l’impressione che si tratti di un libro che appartiene totalmente all’io narrante e per niente all’autore.

Che sia un fatto intimo dell’io, sarà evidente quando, ad un certo punto della storia, la narrazione si ficcherà… Ehi!… Piano in curva!… Quel momento è ancora lontano!

Come può avvenire tutto questo?

Si è davvero annullato l’autore al cospetto di tanto io?

Come può essere?

Già!

Come si può spiegare che un coniglio esca dal cappello del prestidigitatore?

Mistero!

Non sto scrivendo in itinere, come in genere mi capita, mentre leggo, ma a conti fatti, quando il fantastico tour (che si può definire senz’altro d’evasione) è giunto al termine. Motivo? Perché stentavo a capire quel che stava succedendo alla narrazione, non solo degli eventi, dell’io e degli altri fottuti personaggi che animano la storia.

La narrazione cos’è, se non un gioco di prestigio che il mago-scrittore ha ideato per turlupinare, a fin di bene, diciamo per gioco, il lettore?

Fai conto che Noschese, l’Eterno Imitatore, si travesta da uomo politico, tipo Andreotti: be’, lo riconosci subito. Ma fa’ conto che egli si camuffi nei panni di un Paul Newman. Se non sei yankee, fai fatica a individuarlo. E se poi su questo trucco ci sovrappone un Robert Redford, allora finirai per non capirci nulla.

A questo mirava forse Stephen, quando dà voce al narratore Red, che racconta a sua volta di Andy, che è l’unico personaggio che rivela il nome dell’io narrante.

La cosa incredibile che stavo per dire, poi ho tergiversato come mia costumanza, è che solo un’altra opera mi diede una simile impressione: “Lo Straniero” di Camus.

Chi era Meursault, quest’ignobile eroe che per anni ho avversato e al contempo magnificato, come il non uomo più umano, o l’uomo più inumano che sia mai stato descritto da alcuno? Non poteva che essere un assurdo horcrux dell’autore, che però è abilissimo ad ammucciarsi, in spregio alla legge Bassanini che invoca la trasparenza.

Per fortuna c’è qualcosa al mondo che saprà (quasi) sempre sbeffeggiare la legge senza incorrere in reati: l’arte.

Lo spirito di Red, mentre narra le epiche gesta di Andy, è improntato a una simpatica umanità, quasi bukovskiana. Andy è un caro amico che ti sta raccontando una parte significativa della sua esistenza a Red, che trasmette a sua volta tali confidenze al lettore.

Stephen/Red scrive, narrando una fase del processo che fece condannare il povero e forse innocente Andy:

A questo, stando ai giornali, Andy mostrò una delle poche lievi reazioni emotive che si concesse durante tutte le sei settimane del processo. Un leggero sorriso amaro gli attraversò il viso.”

Faccio fatica a immaginare che un ergastolano, che passa quasi quarant’anni in galera, abbia avuto la possibilità di rintracciare la fonte di una notizia del genere, che sarà apparsa un giorno X in qualche quotidiano Y (locale, immagino) e nulla più; e che un perfettino molto consapevole come Andy abbia ammesso di aver compiuto un pur infinitesimo errore.

Tiremm’innanz!

Forse avrete notato che tanto di quello che vi ho detto era già per me un sentito dire – qualcuno ha visto qualcosa e me lo ha riferito e io l’ho riferito a voi. Be’, in qualche caso dire così è semplificare ancora di più la realtà: in verità a volte ho riportato (o riporterò) informazioni di quarta o di quinta mano. È così che funziona qui. Il telegrafo senza fili è una realtà, e devi usarlo se vuoi andare avanti. Devi anche sapere, è chiaro, come separare i grani della verità dalla pula delle bugie, dei si dice e delle interpretazioni silenziose.”

Questo passaggio tra il voi e il tu potrebbe essere frutto di una traduzione frettolosa. Commento: è una scrittura di gruppo, un romanzo corale, dove Stephen-Red funge da direttore d’orchestra.

“‘Colleghi, disse Mert, e scoppiò in una risata roca. Si batté il ginocchio con la mano. Gran brava persona il vecchio Mert, spero che sia morto di cancro intestinale in un punto del mondo dove la morfina non è stata ancora scoperta.”

Frase non politicamente correttissima, ma icastica.

Quella birra era calda come piscio, ma fu lo stesso la più buona che abbia mai bevuto in vita mia.”

Stephen King
Stephen King

Parola di Stephen/Red!

Insomma – se mi chiedete di rispondere chiaro e netto se sto cercando di raccontarvi di un uomo o di una leggenda che si è costruita attorno all’uomo, come una perla attorno a un granello di polvere – devo dire che la risposta è a mezza strada. Quello che so per certo è che Andy Dufresne non era come me e come nessun altro io abbia mai conosciuto da quando sono entrato qui.”

Un uomo singolare, capitato all’inferno per scambio, che sempre giurerà sulla sua innocenza.

Era come una specie di luce interiore quella che si portava in giro. Quella luce so che l’ha persa solo una volta, e anche questo fa parte della storia.”

Ed ora la frase più geniale del romanzo (più da scrittore professionista che da ergastolano):

Il tempo continuò a passare – il trucco più vecchio del mondo, ma l’unico forse magico. Ma Andy Dufresne era cambiato, era diventato più duro.”

Il tempo scorre velocemente in riferimento al lettore, meno rispetto a chi ha scritto (dall’estate del ’75 al 14 gennaio dell’anno seguente), e meno ancora in relazione a chi vive: Einstein sarebbe d’accordo, anche se il suo paradosso degli orologi continua a confondere le menti di tutti noi.

Diciannove anni! A dirle così all’improvviso, queste poche sillabe suonano come il tonfo del catenaccio e della porta di una tomba.”

A parte che non so come sia fatta una porta di una tomba, a meno che non si riferisca a quella di Dante, si tratta di una gran bella frase!

Stephen-Andy più di una volta si rivolge al lettore:

Pensateci un attimo prima di far sì con la testa e andare avanti a leggere. Quattrocento tentativi di evasione! Corrisponde a 12,9 tentativi di evasione per ogni anno che…”

Tale contabilità, destinata a fini statistici, riporta dati improbabili (più di un tentativo al mese per circa 31 anni?), e reca a un altro punto del problema: cui prosit una tale massa di dettagli?

Per quanto riguarda la storia dell’evasione di Andy, “l’ho saputa un po’ qua e un po’ là e un po’ in mezzo. Ma a voi la dirò dal punto A al punto Z.

Si parla ora di un tipo smilzo che, secondo Red, “non era una palla di fuoco nel reparto cervello”.

Questo è il tono umoristico e lo stile dissacrante tipici di Stephen/Red. Ora invece qualcosa che appartiene più a Stephen che a Red; quando dice che, se non fosse stato per un certo inconveniente:

Sono sicuro che Andy sarebbe stato libero prima che Nixon si dimettesse.”

Parlare in quel modo di quell’ex presidente repubblicano mi pare più da romanziere nato nel 1947, ancora ragazzino quando Nixon tentava per la prima volta l’entrata alla White House, ma già studente universitario all’epoca descritta, piuttosto che a un tipo che nel ’38 viene sbattuto in galera, da cui esce sulla parola dopo circa quarant’anni.

Ma perché Andy aveva aspettato tanto?

Insomma, secondo me al tempo in cui Nixon giurava per il suo secondo mandato, il buco…” (del muro di cemento, attraverso cui scappò Andy), era già pronto per l’uso, ipotizza l’io narrante.

È a questo punto che le mie ipotesi razionali finiscono, gente da qui in poi diventano progressivamente più casuali…”

Caro Stephen-Red, tu intuisci che il lavoro di Andy era finito da un po’, quando decise di mettere in atto il 401esimo tentativo di evasione della storia del penitenziario di Shawshank. E questo per un semplice motivo, che magari sfugge a noi uomini liberi, ma forse non a chi sta lavorando per quarant’anni presso il medesimo datore di lavoro: la “sindrome da istituzione”.

Ecco che, col solito colpo di bacchetta magica, riesci a coinvolgere in un attimo chiunque viva in qualche modo irreggimentato (sottoscritto compreso).

Applausi!

Fai dire a Andy che tu ti sottovaluti e chesei un autodidatta, un uomo fatto da sé. Un uomo piuttosto notevole, secondo me”.

Tu allora gli spari: Cavoli, non ho neppure un diploma di scuola superiore.”

E prova a tranquillizzarti l’amico:

Ma non è un pezzo di carta che fa l’uomo. E non è neppure la prigione che lo distrugge.

Tu però hai tanta paura di uscire, di non farcela più a esistere da uomo libero.

Beh non stavi scrivendo mica di te stesso, sento dire qualcuno laggiù in galleria. Stavi scrivendo di Andy Dufresne. Tu sei soltanto un personaggio secondario nella tua storia. Ma, sapete, non è proprio così. È tutto su di me, ogni dannata parola. Andy era la parte di me che non sono mai riusciti a rinchiudere, la parte di me che si rallegrerà quando finalmente i cancelli si apriranno per me e io uscirò col mio vestito da due soldi, con i miei venti dollari nella tasca.”

Sono d’accordo: è anche parte di me, ormai.

Poco prima affermasti:Quello che posso dire è che sia stato uno degli uomini più freddi che siano mai vissuti.”

Quello che né tu, Red, né tu, Stephen, né io, Stefano, potremo essere mai.

Dicevo del fatto che Andy indossa la sua libertà come un mantello invisibile, del fatto che non ha mai sviluppato veramente una mentalità del detenuto, i suoi occhi non hanno mai preso quello sguardo vuoto. Non ha mai assunto quell’andatura che prendono gli uomini quando il giorno è finito e se ne tornano in cella per un’altra notte interminabile – quell’andatura a piedi strascicati, a spalle cadenti. Andy camminava con le spalle ritte, e i suoi passi erano sempre leggeri come se tornasse a casa verso una buona cena e una brava donna, invece che a un intruglio insapore di verdure fradice, purè di patate tutto grumi e una fetta o due di quella roba grassa, rinsecchita, che i detenuti chiamavano la carne del mistero…

Andy è un eroe capace del massimo self control, un ineffabile eroe rispetto a noi emotivi umanoidi!

Il tuo romanzo, ehm, le tue memorie, chiedo scusa, la tua biografia non autorizzata di Andy, emerse dallo stesso luogo in cui furono inseriti, obtorto collo (e qui giunge a fagiuolo ‘sta becera espressione), o meglio da un cunicolo analogo (della serie ogni buco è pertuso e ogni pertuso è porto) in cui entrarono e poi uscirono, al primo arrivo di Andy nella struttura (pecunia non semper non olet), i 300 dollari che tanto lo aiuteranno negli anni passati a meditare la fuga. Lo stesso che utilizzavano i forzati della Cayenne, ai tempi di Papillon e di Felix Milani.

Anche tu, Stephen-Red, non intendevi rischiare che il manoscritto fosse intercettato da quegli infidi carcerieri.

Chissà se anche il dattiloscritto di Stephen abbia mai percorsi tali aulenti sentieri.

La committente della lettura del romanzo breve, mia figlia Anna, mi ha detto che è stato scritto alla sera, quando l’autore intendeva rilassarsi un po’ dalla scrittura di uno dei suoi tanti biblici mattoni paranoici, che l’occupavano fin dalla prima mattina. Un’in-Stankanovista della scrittura!

Finisco questa mia reazione, riportando la poesia-invocazione che chiude questo inclito gioiello:

Spero che Andy sia laggiù.

Spero di farcela a passare il confine.

Spero di vedere il mio amico e stringergli la mano.

Spero che il pacifico sia azzurro come nei miei sogni.

Spero.”

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Stagioni diverse, Stephen King, Sperling e Kupfer

 

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