“Le cose del mondo” di Paolo Ruffilli: un viaggio nella propria camera

In un suo celebre dipinto Giorgio de Chirico rappresenta Il ritorno di Ulisse con l’eroe acheo che naviga solitario su una piccola imbarcazione, in una sorta di tappeto d’acqua disteso sul pavimento di una normalissima camera.

Le cose del mondo di Paolo Ruffilli
Le cose del mondo di Paolo Ruffilli

Una sedia e una poltrona accostati alle pareti laterali; un armadio in fondo, accanto al quale vi è una porta semiaperta; appeso sulla parete sinistra, un quadro dello stesso de Chirico; a destra una finestra che si apre su un paesaggio arcaico che pure potrebbe essere lo sfondo di un’opera del Pictor Optimus.

D’altro canto, nel 1794 Xavier De Maistre aveva pubblicato un Voyage autour de ma chambre in cui l’esplorazione della propria quotidianità apriva le porte a una riflessione sulla propria vita, le proprie esperienze, la propria personalità.

Anche Le cose del mondo di Paolo Ruffilli è in un certo senso un viaggio nella propria camera, lì dove l’osservazione di se stessi e del mondo circostante spalanca l’infinito.

È un’opera unitaria, composta – a mo’ di work in progress – a partire dal 1978: un percorso esistenziale in versi, quindi, dove la metafora del viaggio è predominante e declinata in diverse maniere. La sezione iniziale si intitola, quasi programmaticamente, Nell’atto di partire.

Le esitazioni, «i rischi dell’ignoto», la «paura di chi sa quali sviluppi,/ di non essere capace a ritornare»… eppure «È il movimento a darci in dote la speranza/ mettendo in relazione noi stessi con le cose», «La coscienza comunque fulminante/ della scoperta più paradossale,/ che bisogna intanto perdersi/ per potersi davvero ritrovare».

Se è vero, come dicono i celebri versi di Edmond Haraucourt citati quasi letteralmente in una delle poesie, che partir, c’est mourir un peu – come pure che ci si possa ritrovare cambiati proprio malgrado, o che la mèta alfine raggiunta possa rivelarsi deludente – tuttavia il viaggio è necessario: la vita nel suo fluire comporta inevitabilmente un’evoluzione, che non sempre è facile accettare.

E viaggio è anche l’esperienza di dar vita a una creatura e di doverla accompagnare nel suo apprendere il mondo, tra responsabilità materiali e riflessi (talvolta insidiosi) nello specchio della propria esperienza vissuta.

Con il senso di stupore per il nuovo ruolo esistenziale che ci si ritrova ad affrontare: tutto questo è molto ben rappresentato nella seconda sezione della silloge, Morale della favola, dedicata alla figlia dell’autore.

Ma è nell’ultima parte di questa stessa sezione che lo sguardo si allarga al mondo circostante, quel mondo nel quale la figlia dovrà prima o poi avventurarsi contando sulle proprie forze: e dalla rassegna di valori e disvalori da fronteggiare, di scelte che la giovane dovrà iniziare a operare, la riflessione passa (nella sezione seguente, La notte bianca) a un sentire appunto più “notturno” dell’autore riguardo alla vita.

Perché, come aveva confidato poc’anzi, «Dico che niente proprio mi spaventa,/ ma in fondo al cuore conosco la paura»; e tuttavia, nel confronto col «girone di miseria e di splendore», dove in maniera disorientante la «coerenza del reale» viene superata dalla «contraddizione dentro l’unità», sembra risuonare infine, sempre positivamente, quello che in alcuni ambiti religiosi costituisce una sorta di super-comandamento: e sceglierai la vita.

E da questa vittoria della vita – «senza previsione e senza meta/ diventato con sorpresa (strana, mi dico,/ la mia sorte) via via più forte per la vita/ avanzando e avvicinandomi alla morte» – scaturisce anche l’esperienza di quel trascendente che, nominato, compare nelle ultime poesie della sezione.

Il ritorno di Ulisse - Giorgio de Chirico
Il ritorno di Ulisse – Giorgio de Chirico

Ma la vita è anche – soprattutto? – affrontare il quotidiano, così non a caso dalle vette del trascendente si ritorna nella propria camera, a osservare Le cose del mondo con uno sguardo nuovo, e l’ampia sezione che dà il nome a tutta la silloge stila un elenco alfabetico di oggetti che normalmente ci circondano, “rivissuti” poeticamente con sguardo vergine, a scoprire cose che spesso raccontano la nostra storia, il nostro vivere.

Nel suo Voyage Xavier De Maistre a un certo punto passa dal monologo narrativo a un dialogo tra le due parti di sé: l’“anima” e quella che è detta l’altra, ovvero il corpo, scomodo ospite che spesso impone le proprie ragioni, uscendo vincitore dal confronto.

Il corpo è il passaggio obbligato successivo ne Le cose del mondo, ma l’Atlante anatomico stilato da Ruffilli – sempre con rigoroso ordine alfabetico – è sovente giocoso (ricorda certo divertito Sanguineti), quasi a stemperare l’atmosfera drammatica di alcuni passi precedenti, e mette in mostra un altro lato della vena poetica dell’autore, completandone l’autoritratto a tutto tondo che questa raccolta vuole rappresentare.

Non può allora mancare neanche ciò che della pratica poetica costituisce il fondamento, ovvero la parola: è il nominare le cose che le evoca, le mette a fuoco – o le sublima, a seconda dei casi.

La parola (Lingua di fuoco è il titolo della sezione) capace «di ingrandire e amplificare il senso/ dentro lo splendore illuminante/ della sua accensione, fino a indurre/ la più inedita ardua comprensione».

Ma anche al fondo del mistero della creazione poetica, ineffabile brilla il mistero «dell’incontro trascendente/ con la totale alterità, la vera vita/ assente, l’antimateria che fa/ da stampo e impronta (…)/ dell’inessente a ogni essere/ pieno e consistente».

È l’ultima stanza, la voce del silenzio (per citare due titoli) che ancora una volta fa rinascere la vita e «spegne la sete di risposta al buio del mistero»: una fede vissuta come tensione continua verso il trascendente, con la coscienza dell’inattingibilità finale (vengono in mente alcuni versi di Juan de la Cruz).

La coscienza che rimangono degli Interrogativi (la sezione conclusiva del libro) destinati a restare tali, dove il vivere e lo scrivere sono semmai una continua ricerca della risposta: con La nostalgia del mare – ultimo titolo della silloge – Ulisse riprende il largo nel suo viaggio infinito.

«Più perso e disperato muovendo/ dentro il vuoto traboccante dalla vita/ in giro per il mondo sbattuto e sradicato,/ intanto riportato a galla, rimesso in piedi/ con sorpresa e lì, contro ogni attesa/ che intanto avevo ormai sepolta,/ resuscitato e vivo un’altra volta».

Paolo Ruffilli
Paolo Ruffilli

L’unitarietà di questa silloge composta in quasi quarant’anni risiede proprio nel percorso che delinea, con una struttura interna calibratissima e la tersa versificazione, la cui coerenza lungo tutte le sezioni fa trasparire appena, e positivamente, l’evoluzione stilistica che in un simile arco temporale deve aver avuto necessariamente luogo.

L’uso sottile della metrica – a volte evidente, spesso dissimulata da abili enjambement – e delle rime (esplicite e interne) diviene talvolta anche un mezzo per ammantare di un velo di ironia le riflessioni, stemperando la drammaticità pur presente in molti passaggi, come si è detto.

La silloge è – dichiaratamente – l’opera di una vita: percorso esistenziale, appunto, restituito perfettamente in chiave poetica, evitando con abilità qualsiasi ingombrante autobiografismo.

 

Written by Sandro Naglia

 

Titolo: Le cose del mondo

Autore: Paolo Ruffilli

Casa Editrice: Mondadori

Anno di pubblicazione: 2020

Prezzo: 20,00 €

ISBN: 9788804715801

 

Paolo Ruffilli è nato a Rieti nel 1949, vive a Treviso. Tra i suoi volumi di poesia, che hanno ricevuto numerosi premi: La quercia delle gazze (Forum, 1972), Piccola colazione (Garzanti, 1987), Diario di Normandia (Amadeus, 1990), Camera oscura (Garzanti, 1992), La gioia e il lutto (Marsilio, 2001), Le stanze del cielo (Marsilio, 2008), Affari di cuore (Einaudi, 2011), Variazioni sul tema (Aragno, 2014). Narrativa: Preparativi per la partenza (Marsilio, 2003), Un’altra vita (Fazi, 2010), L’isola e il sogno (Fazi, 2011). Saggistica: Vita di Ippolito Nievo (Camunia, 1991), Vita amori e meraviglie del signor Carlo Goldoni (Camunia, 1993), oltre a numerose curatele di classici italiani e inglesi. Ha tradotto testi di Gibran, Tagore, Kavafis, Mandel’štam, Achmatova, Pasternak, oltre a La Musa Celeste: un secolo di poesia inglese da Shakespeare a Milton (San Paolo, 1999) e La Regola Celeste. Il libro del Tao (Rizzoli, 2004).

 

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