Il Compasso da Navigare #2: le coste della Puglia nel portolano del Mediterraneo del 1250

“Del capo de Trebesaze a Policole XXV millara per greco. De Pelicore a Taranto XX millara per greco. Et in quella via de Trebesacze a Taranto [e] de golfo de Torre da mare che tene entro al capo del porto de Taranto da ver meczo dì.”

Il Compasso da Navigare
Il Compasso da Navigare

Il Compasso da Navigare è un portolano del Mediterraneo risalente alla metà del 1200, indagato dal medievalista e filologo sardo Bacchisio Raimondo Motzo (Bolotana, 6 marzo 1883 – Napoli, 14 giugno 1970) negli anni ’30 del ‘900.

Non è nota l’identità dell’autore della prima stesura del testo e della grande carta nautica del Mediterraneo. Tuttavia questo anonimo nocchiero e cartografo, il quale era legato ai mercanti pisani, secondo la tesi del professor Motzo si formò alla scuola di Leonardo Fibonacci.

[…] Solo ulteriori ricerche potranno apportare. Direi che fu un abile nocchiero, il quale aveva appreso, alla scuola di Leonardo Pisano o del suo discepolo Campano da Novara, quanto giovi fare ogni cosa “in numero et in mensura”.  – Bacchisio Raimondo Motzo

Questo testo è stato in uso su navi toscane, liguri, venete, fu trascritto e glossato da amanuensi e marinai genovesi, pisani, veneziani, spagnoli e portoghesi e si pone come la più importante opera della scienza nautica del XIII secolo, offrendo una rappresentazione grafica ed una descrizione sistematica e sistematicamente condotta della vasta regione del bacino Mediterraneo a cui si aggiungono il valore storico per la descrizione delle località costiere in quella determinata epoca e quello linguistico e letterario per la conoscenza della lingua sabìr. Fattori che a buon titolo inseriscono il Compasso da Navigare tra le prime opere della prosa scientifica italiana.

“Aesto si è lo Compasso e la starea de la terra, si como se reguarda, en quante millara per estarea. En primamente, da lo capo de San Vicenzo a venire de ver Espagna, ver levante.” Anonimo

La descrizione del Mar Mediterraneo del ‘200 fatta nel Compasso da Navigare  è ricca di dati e ancora oggi è fonte di curiosità e di riflessioni per il lettore. Numerose le domande che sorgono scorrendo le pagine del portolano: i luoghi descritti sono ancora identificabili? Le linee di costa si son modificate?

Dopo aver preso in esame la nascita dei portolani ed aver analizzato gran parte del bacino occidentale del Mar Mediterraneo sulla base dei dati contenuti nel portolano cinquecentesco Carta di Navigare di Gerolamo Azurri e dopo avere esaminato le coste della Basilicata ne Il Compasso da Navigare, in questo articolo prenderemo in particolare esame per i lettori di Oubliette le coste della Puglia, per confrontare i dati del Compasso da Navigare con la mia esperienza di navigazione in alcuni tratti di costa a me ben noti, attraverso l’analisi comparata del Compasso da Navigare con le moderne carte nautiche, col cinquecentesco Carta di Navigare e coi moderni portolani.

“Taranto
Taranto è bom porto, et à II isole en mare V millara per sirocco ver meczo dì. Lo golfo sopra dicto zai a greco et a garbino, e lo sirocco è traverso. La dicta isola li fai coverta, e so lontana al capo de [Taranto] ver lo levante II millara per garbino. E podete entrare entre l’isola e ‘l capo appresso dell’isola entorno III prodesi. Altrosì entre l’isola e ll’altra maiore. Ma la entrata dell’isola e de la terra è melliore. All’isola mariore à bono ponedore a tucti venti, davanti el monastero, ch’ede en meczo dell’isola sopre dicta da maestro. Et onora la ponta I prodese e meczo. En la dicta isola ver lo levante non à entrata, chè à pauco fondo.
Se volete gire al porto de Taranto, mettete l’isola peticta ch’è da greco per mecza poppa, e ’l capo de la città ch’è da garbino per mecza proda, e così entrarete nepto, per uno tuvolo che è en quella parte del golfo sopre dicto. Et onora la ponta de la città meczo prodese. Se podete afferare e serrete en no porto, et à fondo de VI passi. All’isola de ver la città è fondo sorgitore e scanpatore per canale. E deveteve guardare attorno, siccomo dice da monte.”

Taranto
Taranto

La storia di Taranto e del suo porto attraverso il XIII secolo può essere ricostruita grazie ad una serie di documenti di età federiciana fra cui il “Mandatum pro Reparatione Castrorum Imperialium” del 1231, il quale imponeva urgenti lavori di restauro del castello, mentre per quanto concerne il porto Taranto era compresa nel mandatum del 3 marzo 1240 relativo agli accessi e ai diritti doganali[1].

Il porto fu descritto nel XII secolo dal geografo al-Idrīsī come frequentato da mercanti di diverse nazionalità, dato che fa supporre una economia basata sul mare e sul commercio marittimo. La descrizione fatta nel Compasso da Navigare fa ipotizzare che queste attività fossero in pieno sviluppo anche nella metà del XIII secolo. Ciò che è certo è che il porto situato nel mare grande era efficiente e funzionante se su di esso si concentrarono le attenzioni di Federico II.

Il porto nel XIII secolo era concentrato nel Mar Grande, mentre la laguna interna del Mar Piccolo non era probabilmente accessibile alle navi precedentemente alla escavazione del canale navigabile. Chiudono il golfo del Mar Grande le Isole Cheradi: San Pietro (anticamente Santa Pelagia) e San Paolo (anticamente Sant’Andrea).

Il golfo è esposto allo scirocco e l’Isola di San Pietro è stata indicata come ridosso per ogni vento. Era altresì possibile navigare tra San Pietro e San Paolo, mentre il canale di ingresso al Mar Grande è indicato grossomodo in corrispondenza dell’attuale ingresso del porto: tre osti[2] (circa 600 metri) a levante di San Paolo.
Oggi una lunga diga foranea di massi grezzi si diparte ad arco da Punta Rondinella sino all’Isola di San Pietro, interrotta solo dal passo di Punta Rondinella. Le due isole sono connesse da una seconda diga foranea di massi ed un pontile lungo 200 metri sormontato da un fanale rosso si diparte dall’Isola di San Paolo. Completa la protezione del porto una ultima diga di massi, che da Punta san Vito termina sulla Secca di San Vito, sormontata da un fanale verde.

Il porto Grande consente l’accesso a ogni tipo di nave e imbarcazione.

“De capo de golvo ver lo garbino, zoè del dicto Taranto, entro a Galipoli XL millara per sirocco ver lo levante.
De Galipoli ad capo de Gallipoli, ch’ede capo de Lequie da ponemte, X millara per sirocco ver lo levante.”

Da Capo San Vito a Gallipoli si naviga lungo costa verso sudest per 42 miglia nautiche. La navigazione non presenta particolari rischi.

Il secondo punto dato dal cartografo, è probabilmente da identificarsi con Porto di Salve (Torre Pali), come si intuirà dal passo successivo, che ne conferma la posizione. L’errore di misurazione in questo tratto di mare, è dato in parte dalla forte deformazione della penisola pugliese nella Carta in parte dovuta dalla giunzione di due dei fogli di costruzione della carta. L’errore fu già descritto dal professor Motzo negli anni ’30.

Taranto
Taranto

A mio parere l’indicazione data dal cartografo è da interpretarsi con l’indicazione di navigare verso scirocco, sino a rilevare Porto di Salve per levante. In questa maniera si scapola la secca di Ugento liberi da ogni pericolo. Nel passo successivo è descritto il secondo allineamento.

“De questo capo entro al capo de Leoche XX millara per greco ver lo levante. Et appresso lo dicto capo de Leoche à bom ponedore a vento da ponente e de tramontana. En no capo de Leoche à una chiegia che à nome Sancta Maria. En capo che se clama Penna de Ferm, VI millara per ponente: sopra questa ponta en mare meczo millaro à II escolli che pare sopre aqua. E sopre lo dicto scollio en mare meczo millaro à fondo plano de passi VI entro VIII passi.”

Da Torre Mozza il cartografo si riaggancia a Santa Maria di Leuca e utilizza questo nuovo punto per misurare ancora una volta la distanza da Torre Mozza e le secche di Ugento che si spingono in mare per circa un miglio. Oggi la secca è segnalata da una meda cardinale con fanale luminoso. I due scogli indicati dal cartografo sono da identificarsi con buona probabilità con lo Scoglio Giurlita e lo Scoglio Fanciulla.

“De la dicta ponta entro a San Iovanni d’Augento VI millara per ponente. Lo dicto San Iovanne de Augento à porto per lenni soctili e stacio ver lo levante. E se venite sopre la ponta de San Iovanne vederete quella isolecta et pare quasi isola et è una chiegia.”

Il secondo allineamento è dato navigando verso ponente lasciando Porto Salve in poppa per 4,5 miglia. Dirigendo a questo punto esattamente a tramontana, si naviga dritti verso la rada di San Giovanni d’Ugento, avvistando lo Scoglio Pazzi.

A ulteriore conferma, la misurazione dalla Torre San Giovanni d’Ugento, chiude perfettamente gli allineamenti che consentono di scapolare le secche di Ugento.

“De lo capo de Leoche, ch’ede capo plano, en quello capo à una chiegia che à nome Sancta Maria, et è plui alto de Leoche ver meczo dì.”

Capo Santa Maria di Leuca, detto anche Santa Maria de Finis Terrae, è per convenzione il punto di separazione tra il mare Adriatico e il mare Ionio e segna inoltre il limite nordorientale del grande Golfo di Taranto, con Punta Alice al capo opposto, in Calabria. Sul promontorio, il Faro di Santa Maria di Leuca, con la sua torre a base ottagonale alta 48 metri, raggiunge un’altezza sul livello del mare di 102 metri ed emette tre lampi bianchi ogni quindici secondi, con portata ottica di 24 miglia nautiche.

Santa Maria di Leuca
Santa Maria di Leuca

Poco a ponente dell’ingresso del porto di Santa Maria di Leuca, Punta Ristola segna la punta meridionale della Puglia. Tra questa e il porticciolo si apre una rada di medie dimensioni dove è possibile sostare alla fonda con tempo favorevole su una batimetria media di 5 metri.

Prestare attenzione in caso di atterraggio notturno: una insegna lampeggiante verde, pertinente ad una farmacia, può essere facilmente confusa con il fanale verde di ingresso del porto.

“Del capo de Sancta Maria a Castello XXIII millara per tramontana ver lo greco.
Del dicto Castello al capo che à una torre per guardia XII millara. De la dicta torre a Otranto III millara per maestro.”

Da Santa Maria di Leuca alla rada di Castro vi è una distanza di 15 miglia nautiche e si naviga su fondali profondi e liberi da ogni pericolo. La piccola rada consente brevi soste su un fondale sabbioso misto roccia che ha una batimetria di 10 metri. La rada è esposta ai venti meridionali.

Il promontorio che à una torre per guardia può essere identificato con Capo d’Otranto (Punta Palascia), anche se non rimane più evidenza archeologica di una torre, al posto della quale oggi sorge il faro di Capo d’Otranto, alto 85 metri sul livello del mare, il quale emette un lampo bianco ogni 5 secondi con portata ottica di 18 miglia nautiche. Una volta doppiato questo capo è possibile accostare per maestrale e risalire il breve tratto di costa sino al porto di Otranto.

“De lo dicto capo de Leoche entro a Galipoli LXXX millara per tramontana ver lo greco. Lo dicto Gallipoli à porto senza garbino. La conoscenza de Gallipoli si è cotale, che vederete la terra plana entro a mare, e se venite da lo capo de Gallipoli vederete en na ponta una isolecta che esse en mare de questo capo I millaro, et è isola plana e petitta. E podete entrare entre l’isola e la ponta, e remanerà Gallipoli da Levante.

In questo passaggio il cartografo sembra tornare indietro al golfo di Taranto e la distanza di 80 miglia da Gallipoli a capo de Leoche farebbe supporre l’indicazione del pelago da Punta Alice in Calabria a Gallipoli (56 miglia nautiche) o a Capo Santa Maria di Leuca (62 miglia nautiche).

Gallipoli
Gallipoli

Di particolare interesse risulta la descrizione di Gallipoli il cui approdo è indicato come riparato dai venti di grecale. La città vecchia sorge su un isolotto calcareo che fu connesso con la terraferma solo nel XVII sec tramite un ponte ad archi. Venendo da Santa Maria di Leuca è facile riconoscere l’Isola di Sant’Andrea, un isolotto pianeggiante distante mezzo miglio dalla città.

Sull’isola sorge un faro con torre ottagonale alta 45 metri sul livello del mare. Il faro emette 2 flash bianchi ogni 10 secondi e ha una portata ottica di 11 miglia. Ilpassaggio tra l’isola di Sant’Andrea e la terra è possibile e la batimetria è di 15 metri.

Dopo la metà del 1200 Gallipoli fu interessata dalle ultime e travagliate vicende della vita di Corradino di Svevia (Corrado IV di Hohenstaufen: Andria, 25 aprile 1228 – Lavello, 21 maggio 1254), figlio dell’Imperatore Federico II. Entrato in conflitto col Papa, il quale investì Carlo I d’Angiò Re del Regno di Sicilia, allora retto da Manfredi, Corradino venne catturato e condannato a morte per decapitazione. Trentatré dei suoi baroni si rifugiarono a Gallipoli e nel 1268 si diede il via al sacco di Gallipoli. I nobili vennero giustiziati nel cortile del castello e la città saccheggiata e rasa al suolo. Per la sua ricostruzione si dovette aspettare il 1309, con l’incoronazione di Roberto d’Angiò il quale diede via ai lavori di ricostruzione della città.

La Torre de la Guardia

“De la dicta torre de la guardia a Otranto III millara per maestro ver la tramontana. Otranto è porto, e se vorrete entrare là entro, si tosto con serrete a la ponta de Otranto, va appresso de terra entro che trovi li scolli che som de socta lo castello de r’Otrenta, e llà demora à lo scollio ver meczo dì, e poi va entro al porto.”

Il cartografo ripete la distanza da Capo d’Otranto al porto di Otranto. L’ingresso al porto non appare complesso: doppiata la punta e avvistati gli scogli sotto al castello, era sufficiente dirigere verso quello più meridionale per poi entrare nella piccola rada. Oggi la rada è interamente occupata dal porto turistico ed è difesa da una diga foranea in cemento armato.

“De lo dicto Otranto a Leczo XX Millara per maestro. Sopra Licza III millara en mare per maestro à una secca appresso de terra I millaro, e clamase la Planea de Licza e voletera scifare meczo millaro.”

Il porto di Lecce, l’antica Lupiae, si trovava presso l’attuale borgata marina di San Cataldo, dove tutt’oggi è visibile il Molo Adrianeo, costruito nel secondo secolo dopo Cristo a protezione della piccola insenatura di San Cataldo. La sua funzionalità è attestata ancora nel Liber Peregrinationis di Jacopo da Verona, in cui si narra dello sbarco nel porto di San Cataldo avvenuto nel 1395 da parte di un gruppo di pellegrini di ritorno dalla Terra Santa.

Lecce
Lecce

Riguardo a quest’opera, si reputa che Jacopo da Verona non visitò mai questi luoghi e che per questa descrizione sia debitore a Burcardo del Monte Sion, un frate domenicano probabilmente di origini sassoni, pellegrino in Terra Santa dal 1282 al 1285 e autore di una Descriptio Terrae Sanctae che fu per molti secoli la più ricca e dettagliata descrizione della Palestina, largamente diffusa e quindi utilizzata da molti viaggiatori sino alla fine del Quattrocento per integrare i loro racconti.

Si ancora in rada su un fondale sabbioso di 10 metri. Non ho trovato sulla cartografia nautica e nelle mie navigazioni lungo la costa pugliese alcuna indicazione della secca indicata nel Compasso da Navigare.

“De lo dicto Lechio entro a Brandiczo XX millara per maestro ver la tramontana. Brandiczo è bom porto. Denanti lo dicto porto à una isola che s’appella Sancto Andrea, en la quale isola à una chiegia che à nome Sancto Andrea. La dicta isola II entrate, una da parte de greco, l’altra da parte de sirocco. Se volete entrare da la bocca da sirocco, guàrdate de la ponta che se clama Cavallo, chè lontana a la dicta isola V millara per sirocco ver meczo dì, chè secca en mare I millaro. E plui che serrete a quella ponta che se clama Cavallo, trovarete III isolecte che se clama Pedangne. E largate queste isole III da meczo dì. El l’isola de Sancto Andrea da tramontana è larga la bocca I millaro. E quanno serrete entro, fa onore all’isola de Sancto Andrea III prodesi, chè da ponente à una secca che se clama lo Travo, e poi va entro da maestro.”

Giungendo da sud al grande porto di Brindisi occorre tenersi larghi almeno un miglio da Punta Cavallo a causa delle secche e dei bassi fondali, oggi segnalati da mede. Il secondo pericolo è dato dal gruppo delle quattro Isole Pedagne, denominate (da ovest a est) Traversa, La Chiesa, Le Pedagne, Pedagna Grande. Sull’Isola Traversa è posta una torre in muratura con il fanale rosso di ingresso al porto, mentre il fanale verde è posto su una lunga diga foranea in cemento armato.

Entrati in porto ci si troverà di fronte l’Isola Sant’Andrea, col Castello Alfonsino edificato nel XVI secolo sopra l’abbazia benedettina di Sant’Andrea all’Isola (pochissimi i resti, in particolare capitelli, visibili al Museo archeologico provinciale Francesco Ribezzo di Brindisi), citata ne Il Compasso da Navigare. L’isola oggi è collegata alla terraferma da una diga che chiude la Bocca di Puglia, detta nel Compasso da greco, mentre a meridione dell’isola si protende una diga che restringe l’imboccatura del porto a 250 metri.

In corrispondenza del porto descritto nel Compasso sorge oggi il porto turistico della città. Chi è avvezzo a navigare nel basso Adriatico ben conosce l’esistenza del porto interno di Brindisi, del quale in questo passo non viene accennato. Il canale di accesso al porto interno fu voluto da Carlo I d’Angiò che nel 1276 fece avviare i lavori di escavazione del canale, la costruzione delle due torri di guardia e della catena di sbarramento fra le due torri. Il Compasso parrebbe scritto precedentemente a questi lavori.

Brindisi
Brindisi

Brandiczo

“De Brandiczo a la Petrulla VI millara per maestro ver la tramontana. La Petrulla è castello.

Il tratto di costa da Brindisi a Trani non sembra particolarmente interessante al cartografo, che pur doveva avere conoscenza di questo tratto costiero, data la descrizione che si fa dei sopra descritti tratti della costa pugliese. La stessa Carta Pisana assume un andamento dritto e anonimo per tutto il tratto corrispondente.

Il castello di Petrulla va identificato col casale fortificato di Villanova di Ostuni. Nel 1182 Tancredi Conte di Lecce e signore di Ostuni, concesse al vescovo ed ai cittadini di Ostuni di fondare un villaggio presso San Nicola di Petrolla, col diritto di costruzione di un mulino e di un forno.

Il centro viene nuovamente citato nel 1191 nel resoconto del ritorno dalla terza crociata di Filippo II Augusto re di Francia: “[…] et recedens, inde transitum fecit per villam que dicitur la Petrolle”[3]. Petrolla compare ancora il 9 ottobre 1239, quando Federico II ordinò ad Andrea di Acquaviva – giustiziere di Terra d’Otranto – di verificare perché il suo predecessore Filippo di Maremonte non fosse riuscito a far ripopolare il villaggio. Il 29 febbraio 1240 venne rinnovato l’ordine, sollecitando di far “pervenire ad cameram nostram” una relazione completa che giunse a corte il 6 aprile 1240.

Dopo la caduta degli svevi, nel 1277 Carlo I d’Angiò fondò Villanova sui resti della disabitata Petrolla. Gli abitanti di Villanova erano tenuti, insieme agli abitanti di Carovigno alla manutenzione del castello di Ostuni, uno dei Castra exempta del Regno di Sicilia.

Il toponimo Petrolla ci consente di datare Il Compasso da Navigare al periodo precedente l’abbandono del villaggio.

“De la dicta Petrulla a Monopoli XXIIII millara per maestro.”

La distanza da Villanova di Ostuni a Monopoli è di 15 miglia nautiche su un fondale che ha una profondità media di 30 metri, senza pericoli. È interessante osservare come Monopoli, che in età federiciana ebbe un discreto sviluppo non sia descritta nel Compasso e che neanche nel ‘500 l’Azurri ne faccia menzione nel portolano Carta di Navigare

Monopoli
Monopoli

“De Monopoli a Bari XX millara per quella starea medesima. La conoscenza de la terra de Bari è cotale, che à una montagna longa enfra terra et alta, e la dicta montagna se clama lo Monte de Sancta Maria, et à en quello monte uno castello.”

La navigazione da Monopoli a Bari è di 23 miglia nautiche. L’autore del compasso non da ulteriori notizie, forse a causa della decadenza della città subita durante il dominio di Alduino Filangieri di Candida. Non ne riporta notizia neanche Giovanni da Uzzano nella Pratica della Mercatura del 1442 e solo l’Azurri in Carta di Navigare cita nella metà del 1500:

“Bari non è porto, ma è carricadore, et have un pezzo de molo fatto per forza; gli è abrico de scirocchi. E gli vascelli che gli si trovano con traversia si ormezano ad ancora e prodesi, danno li prodesi al molo; la traversia sono maestri e tramontane.”

Risulta invece molto interessante il riferimento al famoso Castello Svevo di Castel del Monte, costruito attorno al 1240 sopra l’ex Chiesa di Santa Maria del Monte, oggi scomparsa ma di cui il cartografo aveva mantenuto il toponimo, il quale si protrae nella documentazione con questa dicitura sino al 1463, dove viene citato come Castel del Monte in un decreto del re Ferdinando d’Aragona.

“De Bari a Iovenaczo XII millara per maestro.”

Il tragitto da Bari a Giovinazzo è di appena 8 miglia nautiche e si tratta probabilmente di un altro caricatore da preferirsi a Bari a seconda delle condizioni meteo. L’approdo si trova in una piccola e stretta insenatura oggi protetta da due frangiflutti.

“De Iovenaczo a Molfecta IIII millara.”

Molfetta si trova 4 miglia nautiche a nordovest di Giovinazzo. La rada di Molfetta, ampia ed esposta ai venti del primo e secondo quadrante è oggi protetta dalle dighe foranee del porto moderno. Come per Bari, il portolano Uzzano e l’Azurri non danno alcuna informazione.

“De Molfecta a Begelli IIII millara.”

Da Molfetta a Bisceglie si naviga verso maestrale per 4 miglia nautiche. L’approdo di Bisceglie è formato da una baia larga 200 metri in cui oggi si trova il porto.

Bari
Bari

In un trattato commerciale tra Bisceglie e Ragusa (l’odierna Dubrovnik) datato al 1211, si garantiva reciprocamente ai mercanti e marinai delle due città l’esenzione di alcune tasse sulle merci vendute e l’esenzione totale dal pagamento delle tasse portuali.

Sempre nel corso del ‘200 si assiste alla divisione del porto in due bacini. Lo specchio acqueo compreso fra il vecchio molo oggi parzialmente sommerso (la testa occupa il centro del porto turistico e vi si legge su una bitta la data 1752) e palazzo Ammazzalorsa fu destinato all’approdo di navi mercantili e militari, mente la spiaggia di Salnitro, oggi occupata dall’attuale scalo di alaggio, era destinato ai pescatori.

Un ulteriore documento settecentesco proveniente dall’Archivio Comunale di Bisceglie recita:

“Si è reso così sicuro e capace che tutto questo seno Adriatico non ha il simile tanto che si veggono continuamente approdare bastimenti sia regnacoli che esteri oltre delli reali sciabecchi e galeotte che vengono qui a prendere sicurezza in tempi burrascosi e in ogni altro tempo.”

“De Begelli a Trano V millara. E tucta questa starea, zoè a ddire de Bari entro Trani, se corre per maestro ver lo ponente. Trani è porto de molo.”

Salpati da Bisceglie e navigando verso maestrale per cinque miglia si giunge a Trani. Un miglio circa prima di giungere al porto, spicca sulla costa il basso promontorio di Punta Colonna, con il Monastero di Santa Maria di Colonna, fondato agli inizi dell’XI secolo. Il promontorio forma due baie poco profonde, di cui la meridionale non è più accessibile a causa delle dighe di difesa contro l’erosione dell’arenile, mentre la piccola rada settentrionale consente l’avvicinamento con barche a basso pescaggio su fondali che dai 5 metri salgono rapidamente sino a un metro di fondale.

L’atterraggio al porto di Trani, nel 1200 così come oggi era guidato dall’avvistamento della imponente Cattedrale dell’Assunta (detta anche di San Nicola Pellegrino), costruita in riva al mare circa 200 metri a nord dell’ingresso del porto antico, il quale è guardato da una torre e dal castello svevo del 1233, che assieme al molo coevo protegge l’ingresso del porto antico.

Trani
Trani

La città ed il suo porto godettero sotto il dominio normanno di una particolare prosperità, favorita successivamente dalle vicende matrimoniali degli svevi, sotto i quali il porto fiorì grazie al commercio di frumento e olio, destinati ai porti di tutto l’Adriatico comprese la costa dalmata e Venezia.

Il porto, costruito in una ampia insenatura naturale divenne un punto d’approdo strategico per l’approdo delle navi e fu uno dei principali punti d’imbarco per i crociati in partenza verso la Terrasanta.

A testimonianza dell’importanza raggiunta dalla città vi sono gli Ordinamenta Maris, una serie di leggi marittime la cui datazione è ampiamente discussa, ma che la storia locale vuole far risalire al 1063 (gli Ordinamenta comparvero per la prima volta nel 1507, stampati a Venezia in appendice agli Statuti del comune di Fermo (Statuta Firmanorum).

La città era anche sede di un ospitale dei Cavalieri Templari, che comprende anche un imbarcadero.
Il porto oggi ha vocazione prettamente turistica e peschereccia e offre un ottimo rifugio. Soffre la traversia del grecale nonostante la moderna diga foranea detta di San Nicola.

“De Trani a Barlecto VII millara per maestro ver lo ponente.”

Sette miglia separano Trani e Barletta col suo Castello Svevo, la “domus Fredericiana” la cui costruzione cominciò nel 1224, sopra le fondamenta del forte costruito precedentemente dai Normanni. L’importanza attribuita alla città da Federico II è testimoniata dall’annuncio, nel 1228, della sesta crociata durante la Dieta tenutasi proprio nella domus fredericiana. Un pontile del V secolo riparava l’approdo dai venti di maestrale e solo nel 1300 sotto gli angioini la diga venne prolungata verso oriente. Rimane qualche vestigia sommersa a occidente del moderno porto commerciale.

“De Barlecto a Sipanto XXX millara per maestro ver lo ponente.
Sipanto è bom porto, et à fore en mare XXX millara fondo sorgidore de XXX passi, e vene amenovanno ver la cità per cascheduno millaro uno passo.
De sipanto al Monte Sancto Angelo XV millara per greco ver tramontana.
De Barlecto entro a Monte Sancto Angelo à fondo sorgidore, ma da la costiera del dicto monte è milliore sorgidore. Lo Monte de Sancto Angelo è en mare molto alto, e tucta l’altra terra ver barlecto è plana.”

Questo passo è di notevole interesse, in quanto vengono citate Siponto e Monte sant’Angelo, ma non viene citata Manfredonia, che fu inaugurata da Manfredi nel 1263.

Il monarca giunse a Siponto nel 1256, trovando la città distrutta da un violento terremoto e gli abitanti di tutto l’areale in gravi difficoltà. Si prese così la decisione di riedificare la città due miglia più a nord e di conferirle il nome del monarca. La nuova città ottenne dei benefici fiscali che la resero porto franco similmente a Trani e Barletta e la sua popolazione venne favorita con il trasferimento degli abitanti delle vicine città di San Paolo di Civitate, Trani, Carpino, Monte Sant’Angelo, Barletta, Ischitella, Andria e Corato. Sin dalla sua costituzione, Manfredonia fu dotata di una zecca che coniò moneta propria, tra cui ricordiamo il doppio tarì e i dinari d’oro, di rame e di biglione.

Monte Sant’Angelo - Parco nazionale del Gargano
Monte Sant’Angelo – Parco nazionale del Gargano

I fondali davanti a queste tre località sono bassi e pianeggianti, con una profondità di 10 metri anche a due miglia e mezzo di distanza dalla costa. Manfredonia oggi offre ai naviganti un porto turistico ed uno commerciale e la costa ripara dai venti nordoccidentali.

Proseguendo verso nordest, la costa diventa alta e sotto Monte Sant’Angelo si incontra la rada di Mattinata, dove è possibile sostare all’ancora su fondali sabbiosi su una batimetria media di 6 metri.

Del Monte Sancto angelo a Bestij, ch’è en lo capo de lo dicto monte da ver greco, V millara. Bestij è bom porto. Sopre lo dicto capo so II isole, che se clama le Tremmeti, en mare XV millara per maestro.”

La distanza da Manfredonia a Vieste, nell’estremità orientale del Gargano è di quindici miglia. Col suo promontorio su cui sorge l’abitato e con l’Isola di Sant’Eufemia (su cui oggi sorge il faro), Vieste era un ottimo approdo per le navi che risalivano o discendevano l’Adriatico. Questo fu una delle cause del pesante attacco da parte dei Veneziani del 1239, che si inserisce alle numerose incursioni turche, di cui la più ricordata è quella del 1554, ad opera del corsaro Dragut Rais, il quale catturò e fece decapitare circa 5000 viestani decimando quasi totalmente la popolazione.

A nordovest di Vieste si arriva infine all’arcipelago delle Isole Tremiti: San Domenico, Caprara, San Nicola e Pianosa, le quali erano sotto l’influenza dell’Abbazia di Montecassino, che le deteneva dal IX secolo. Possedimento riconfermato dalla bolla di Alessandro IV del 22 aprile 1256 tramite la quale venne confermata la consistenza dei beni posseduti dalla comunità monastica.

La portualità sulle isole è ancora oggi carente, tuttavia entro i limiti consentiti dal regolamento del Parco Nazionale del Gargano e dalla Riserva Marina delle Isole Tremiti, l’arcipelago offre riparo da tutti i venti, essendo inserita in zona A soltanto l’isola di Pianosa.

 

Monte Sant'Angelo Parco nazionale del Gargano - Santa Maria di Leuca - Torre Guaceto Carovigno
Monte Sant’Angelo Parco nazionale del Gargano – Santa Maria di Leuca – Torre Guaceto Carovigno

Per chi volesse cimentarsi nella ricostruzione del paesaggio costiero dell’area esaminata, o per esigenze di navigazione, si consigliano la Carta nautica n. 919, Da Punta Stilo a Capo Santa Maria di Leuca, edita dall’Istituto Idrografico della Marina, la Carta nautica n. 920, da Punta Alice a Torre Canne, edita dall’Istituto Idrografico della Marina, la Carta nautica n. 921, da Torre Canne a Vieste, edita dall’Istituto Idrografico della Marina, la Carta nautica n. 148, porto di Taranto, edita dall’Istituto Idrografico della Marina, la Carta nautica n. 204, isole Tremiti e Pianosa, edita dall’Istituto Idrografico della Marina, la Carta 111 dei Simboli, abbreviazioni, termini in uso nelle carte nautiche edita dall’Istituto Idrografico della Marina, l’Elenco di Fari e Segnali da Nebbia, edito dall’Istituto Idrografico Militare, infine il portolano scritto da Mauro Mancini, Navigare Lungo Costa N.3, dall’Argentario a Santa Maria di Leuca, edito da Class Editori nella collana Tagliamare, Navigare Lungo Costa N.6, da Santa Maria di Leuca al delta del Po, edito da Class Editori nella collana Tagliamare, il Portolano P5, da Maratea a Leuca e costa della Sicilia Orientale, edito dall’Istituto Idrografico Militare, il Portolano P7, da Capo Santa Maria di Leuca a Senigallia, edito dall’Istituto Idrografico Militare.

 

Written by Claudio Fadda

 

Note

[1] Historia diplomatica Friderici secundi.

[2] L’osto è un particolare tipo di cavo da ormeggio, della lunghezza di circa 200 metri.

[3] “[…] e nel rientro, transitò per il villaggio chiamato Petrolle.”

 

Info

Rubrica Il Compasso da Navigare

Rubrica Carta di Navigare

Immatricolazione barche a vela ed a motore in Europa

Conseguire la patente nautica in pochi giorni

 

Bibliografia

Bacchisio Raimondo Motzo, Il Compasso da Navigare, opera italiana del secolo XIII, Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia della Università di Cagliari, Cagliari, 1947

Gerolamo Azurri, Carta di Navigare, Civico Istituto Colombiano, Genova, 1985

 

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